Il cast di Marseille, la serie tv Netflix

La politica è una cosa serie

C'è ben poco di House of Cards nella banale Marseille vista su Netflix

Massimiliano Trovato
Scartiamo “Marseille”, che quei lazzaroni di Netflix ci hanno venduto come un “House of Cards” in salsa provenzale. Guardiamo comparire Gérard Depardieu, costretto nel tre pezzi d’ordinanza, e pensiamo che la sua sagoma esuberante sia perfetta per incarnare l’appetito pantagruelico della politica

Scartiamo “Marseille”, che quei lazzaroni di Netflix ci hanno venduto come un “House of Cards” in salsa provenzale, con l’acquolina del pranzo della domenica. Guardiamo comparire Gérard Depardieu, costretto nel tre pezzi d’ordinanza, e pensiamo che la sua sagoma esuberante sia perfetta per incarnare l’appetito pantagruelico della politica, che il suo nasone bitorzoluto sia l’ideale per fiutare gli umori dell’elettorato, che la sua presenza incontenibile – l’attore e il disertore fiscale neoputinista si sovrappongono – possa riempire una serie intera come faceva la buonanima di James Gandolfini, altro personaggio larger-than-life. E, invece, ci accorgiamo che gli hanno scritto addosso uno sceneggiato telefonato, in cui ci aspetteremmo di veder spuntare da un momento all’altro Gabriel Garko.

 

Il sindaco Robert Taro – peculiare l’assonanza con il biografo di Lyndon Johnson, Robert Caro: biografo e biografato due o tre cose sul potere le hanno capite – ci fa morire di noia: consuma pranzetti misuratissimi in compagnia della moglie violoncellista, col nasone smaltisce soltanto generose strisce di coca (ma “per ragioni mediche”) e non fa mai nulla di più eccitante che combattere con lo smartphone Microsoft con i polpastrelli impacciati di nativo analogico, nel product placement più smaccato della storia televisiva (con tanto di app Netflix in bella vista). Però quanto ama Marsiglia! Quanto ama ricordarci quanto ama Marsiglia! Taro è il politico più minaccioso che ci sia: il politico per il bene nostro.

 

Dopo vent’anni in prima linea, ha deciso di passare la mano, con un regalo d’addio alla città: un incisivo progetto di riqualificazione del porto vecchio, che vedrà sorgere anche un casinò. Il vice-sindaco Lucas Barrès, ufficialmente incoronato come suo delfino, affossa l’iniziativa perché “il potere non si dà: si prende”. Non è l’unica cosa che si dà e si prende, a giudicare dalle curiose strategie elettorali di quest’erotomane onnivoro, determinato a conquistarsi i voti uno per uno – in piscina, nei cessi del ristorante, negli uffici comunali.

 

Lo capiamo, il sesso debordante e gratuito aiuta la traduzione del racconto, insieme al tabagismo impenitente, ai complimenti untuosi alle segretarie e alle partite dell’Olympique – il Vélodrome è molto più espressivo di Barrès e, data l’abbondanza di scene e metafore pallonare, una serie sul Berlusconi marsigliese Bernard Tapie sarebbe forse stata un’idea migliore. Il problema di tutti questi improbabili accoppiamenti – non manca la giornalista ambiziosa e libertina à la Zoe Barnes, ma il suo potenziale è disinnescato da certi legami di sangue – è il retrogusto claustrofobico di soap opera, amplificato dall’ubiquità dei personaggi.

 

Eppure il parricidio politico di Barrès mantiene qualche motivo d’interesse. Lo arma una macchietta di malavitoso, indispettito perché la casa da gioco gli scompaginerebbe il racket dei videopoker; lo assecondano i moralisti politici che vogliono proteggere la cittadinanza dal vizio dell’azzardo. E’ una riedizione del paradosso dei battisti e dei contrabbandieri, ben descritto dall’economista americano Bruce Yandle, secondo il quale molte imposizioni si spiegano con la singolare convergenza d’interessi di gruppi apparentemente agli antipodi: per esempio, i religiosi, che invocavano il proibizionismo per tutelare la virtù dei fedeli, e i trafficanti d’alcolici, che nell’esistenza di un divieto legale trovavano la propria ragion d’essere.

 

Il cuore ci direbbe di tifare per il rinnovamento urbano contro il subdolo Barrès, rottamatore retrivo – a proposito: anche il casinò, c’informa il voltagabbana, è colpa del neoliberismo. Ciò nonostante, restiamo convinti della maggior pericolosità dei Taro di questo mondo. Il politico per il bene nostro è quello che non molla mai la poltrona, non perché si renda conto di amare il potere, ma perché si convince di amare l’oggetto su cui lo esercita. A neutralizzare il politico per opportunismo basta una contropartita adeguata; il politico per vocazione è una condanna senza possibilità di clemenza.

 

“Marseille” manifesta molte ispirazioni: forte di un protagonista invidiabile e di un materiale narrativo lussuoso, vorrebbe scardinare gli incantesimi del potere come “House of Cards”, maneggiare le iperboli politiche come “Scandal”, illustrare le tensioni etniche come “Show Me a Hero”: ma non mostra neppure lontanamente la profondità, l’efficacia, la sottigliezza di quei prodotti. La sfida della localizzazione nel contesto europeo e francese è un’aggravante, perché avrebbe potuto rinfrescare modelli dall’esecuzione impeccabile, ma ormai familiari al pubblico. L’esito è sconfortante: gli abbonati Netflix s’erano sentiti promettere “Le Château de cartes”; si sono visti recapitare “Une place au soleil”.