Il personaggio più originale della televisione è un cavallo

BoJack Horseman, una delle serie di maggior successo di Netflix, è giunta alla terza stagione ed è un concentrato di satira sociale intelligente, e contro tutti. E’ un cartone animato per adulti che mette alla berlina non solo lo star system americano, ma anche molta parte della nostra società.

2 Agosto 2016 alle 18:23

Il personaggio più originale della televisione è un cavallo

BoJack Horseman

Il personaggio più innovativo e incredibile del piccolo schermo è un cavallo. BoJack Horseman, creatura di Raphael Bob-Waksberg, voce (nella versione originale) di Will Arnett, è il simbolo di un genere e di un'idea di intrattenimento ben precisa. È un cartoon per adulti. Affronta stereotipi, crisi e depressione.

 

Il protagonista, BoJack, è un attore: dopo il successo ottenuto negli anni Novanta, quando faceva parte del cast di una sit-com nazional-popolare, si è trovato da solo, odiato e odioso, nella sua villa di Hollywood. Basta questo – cavallo, attore, crisi d'identità e professionale – per fare di BoJack Horseman una delle serie tv (da poco è stata rilasciata su Netflix la terza stagione) più interessanti degli ultimi anni. Ma è la storia – la lotta contro la notorietà, poi contro l’anonimato, la costante ricerca del successo che fa da contorno – che è veramente, a modo suo, innovativa: è una critica profondissima, metà satira metà sfottò, allo star system americano, ad attori e ad attrici, a come certe cose – un libro, un film, una serie televisiva – si muovono; e a tutto quello che rimane sullo sfondo – il pubblico, per esempio: solo ultimissimo nella linea delle responsabilità e di attenzioni.

 



 

Il personaggio di BoJack è un personaggio cinico, introverso, incapace di rapportarsi con il mondo e con le persone, innamorato dell’idea di se stesso come divo, figlio di due genitori pessimi, fortuna e sfortuna della sua carriera. Vive con un umano, Todd, doppiato da Aaron Paul. Si innamora di una ghostwriter, un’altra umana, Diane; ha per agente una gatta, per editore un pinguino (vi dice niente?); e il suo più grande rivale è un attore-cane. Game, set, match.

 

Quella di BoJack è una ricerca della felicità senza fortuna, è il sogno americano che si è infranto prima ancora di cominciare, è la tristezza di una vita misera, benché circondata dalle comodità e dal successo. Gli amici sono pochi. La parola d'ordine è: invidia. Contorno di risate amare e di battute – qualche volta – demenziali. Stoccata al giornalismo gossipparo e sgambetto a chi crede che il futuro dell’entertainment sia la piccola televisione (che genera più mostri che miti).

 

Alla sua terza stagione, BoJack non accenna ad abbassare il tiro: qualità e ritmo restano altissimi e la vita di un attore (cavallo) diventa la metafora perfetta di un mondo intero. Pare tanto, ma in realtà la semplificazione di un’industria – con tutti i suoi luoghi comuni, i suoi rapporti non-rapporti e la sua politica – è quanto di più deprimente ci possa essere. Il viaggio di BoJack comincia dalla sigla: animazione rigida, sfumature che ricordano Californication, e una carrellata di immagini che lo portano dalla sua villa a Hollywood a feste, incontri, paparazzate, fino – di nuovo – alla piscina di casa.

 

Per qualcuno, BoJack rappresenta la demolizione del machismo americano, con un protagonista che non riesce in niente e una notorietà che è solo fumo negli occhi. Riduttivo. In realtà, la serie tv di Netflix è molto più di questo: e non si ferma certo alla contrapposizione uomini/donne o animali/esseri umani. La critica, cioè la satira sociale, non ha colori, né parti. Se c’è, è rivolta contro tutti. E BoJack è uno di “tutti”: non il primo, forse nemmeno l’ultimo; è uno, è un cavallo, è un attore, è un disgraziato. Vi pare poco?

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