Una manifestazione di solidarietà per la strage di Orlando (foto LaPresse)

Terrorismo, non odio

Matteo Matzuzzi
Dietro il lessico sbagliato, anche quando si parla di stragi come quella capitata lo scorso fine settimana a Orlando, in Florida, si cela il dramma della società contemporanea occidentale.

Roma. Dietro il lessico sbagliato, anche quando si parla di stragi come quella capitata lo scorso fine settimana a Orlando, in Florida, si cela il dramma della società contemporanea occidentale. Dire che quanto è accaduto al locale gay Pulse per mano di Omar Mateen è una mera manifestazione di “odio” e non “terrorismo”, come ha fatto Barack Obama, non fa altro che spostare l’attenzione dal problema. A scriverlo è Russel R. Reno, direttore di First Things, la rivista conservatrice americana alfiera delle guerre culturali. Parlare di odio – nota Reno – “dirotta la nostra attenzione sulle emozioni forti e gli stati mentali anormali. Ci distrae dalla constatazione che il nostro nemico ha formulato un giudizio razionale e politico, e cioè che per l’umanità sarebbe meglio se una forma di governo islamico – piuttosto che gli Stati Uniti – dominasse il mondo”. E’ sotto gli occhi di tutti, sostiene l’autore, ma il latente “multiculturalismo ci ha reso troppo ‘parrocchiali’ per vederlo. La verità è che il terrorismo affonda le sue radici nella politica, non nell’odio”. Il giudizio politico che fa da cardine alla visione islamica radicale è che l’America è la fonte preminente della corruzione morale e spirituale “e da questa premessa non è arduo concludere che l’influenza globale dell’America è malevola”. E’ chiaro, dunque, scrive Reno, che “una volta raggiunta questa conclusione, ogni persona responsabile dovrebbe logicamente combattere contro la superiorità globale americana”. Manca chiarezza: “Perché allora i nostri leader, quando parlano della sparatoria di Orlando, si soffermano sull’odio?”. La risposta è semplice, a quanto pare: “Perché i nostri leader non possono immaginare l’esistenza di un antiamericanismo razionale”.

 

“Questo – aggiunge Russel R. Reno – lo si deve in parte all’effetto limitante del multiculturalismo. Ci facciamo di continuo i complimenti tra noi stessi per la nostra tolleranza, l’inclusività e la diversità. E dal momento che siamo così tolleranti, si suppone, non ci dovrebbe essere alcuna ragione perché gli altri non tollerino noi. Inoltre, non essendo offesi, dovremmo a nostra volta essere inoffensivi. Quando Barack Obama e Hillary Clinton dicono che la storia è dalla nostra parte, intendono sostenere che non vi è alcun valido argomento contro la nostra ascesa o il nostro modo di pensare”. Il problema – prosegue il direttore di First Things – “è che i nostri leader sono incapaci di vedere il mondo attraverso gli occhi di un musulmano conservatore”. C’è un paragone storico che dovrebbe invitare a riflettere: dopo la Seconda guerra mondiale,  George Kennan comprese bene qual era il giudizio politico dell’Unione sovietica sull’America: “Lui e gli altri sono stati in grado di immaginare il nostro avversario globale ideologicamente impegnato, hanno capito che l’ideologia marxista altro non era che una lente attraverso la quale i difetti della nostra nazione sono apparsi come profonde perversioni. E hanno messo in campo le politiche per contrastare il comunismo”. Oggi non si riesce, scrive Reno, a guardare la realtà attraverso le lenti islamiste: quando i rappresentanti istituzionali cercano di indagare qualche causa di quel che di drammatico accade alle nostre latitudini, “parlano solo di forte emozione, cioè dell’odio. Questa spiegazione è tanto più allettante nel caso di Omar Mateen, le cui vittime erano gay”. Ecco che allora, scrive Reno, “per i multiculturalisti il terrorismo si comprende meglio se è inteso come derivante da un disturbo, una fobia. In questo caso l’omofobia. Il terrorismo, allora, altro non è che la strage di Sandy Hook (la scuola dove un folle, nel 2012, assassinò 20 bambini, ndr) condita da un po’ di risentimento politico”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.