Arbasino gin & tonic

Mariarosa Mancuso
Basta un’altra gita a Chiasso, per la consegna della medaglia d’argento allo scrittore per aver nel 1963 reso famosa la cittadina, per capire quanto siamo stati fortunati noi, a farci sprovincializzare da lui.

Chiasso consegna la medaglia d’argento ad Alberto Arbasino, che nel 1963 rese famosa la cittadina – se non nel mondo, almeno tra gli intellettuali italiani – suggerendo la gita a Chiasso. E qui arriva il primo inciampo. Dopo le parole “medaglia d’argento”, i premiatori si affrettano ad aggiungere “massima onorificenza della città”. Già, perché subito ci eravamo fatti la domanda: “D’argento, perché d’argento? Quella d’oro a chi la danno?”. Preso atto che si tratta della “massima onorificenza”, e quindi a prestigio niente da eccepire, subito ne sorge un’altra: “Ma se hanno un solo tipo di medaglia, perché non decidere per una medaglia d’oro e togliere ogni dubbio?”. Deve esserci qualcosa nell’understatement elvetico che ancora ci sfugge.
La gita a Chiasso è quella che gli intellettuali italiani avrebbero dovuto fare per sprovincializzarsi. Per non restare indietro ed essere costretti agli esami di riparazione leggendo con ritardo non “Lolita” e “Il Gattopardo”, come scriveva Flaiano (“Ho letto con ritardo ‘Lolita’ e ‘Il Gattopardo’. Passai così l’estate tra speranze infondate”) ma certi libri senza i quali era difficile dirsi novecenteschi. La liceale svizzera che eravamo quando la gita a Chiasso entrò nel nostro orizzonte rimase colpita non solo dall’invito a leggere certi titoli, ma anche dal modo familiare di formularlo: la stanga della dogana (a dire “sbarra” avremmo imparato più tardi), il Toblerone, il cognome Bernasconi attribuito al droghiere.

 

Fu amore alla prima lettura, ancora siamo in pieno idillio. Continuò con “l’orfano settantenne”, detto di Giovanni Pascoli in “La belle époque per le scuole” e tornato utilissimo per inquadrare la sindrome degli orfani sessantenni alla Nanni Moretti (ci si fa una tale bella figura che dovremmo riconoscergli le royalty, le virgolette non bastano). Continuò con Carlo Dossi, da Arbasino ribattezzato “il gin & tonic della letteratura italiana”: era nato a Zenevredo, nelle colline dell’Oltrepò Pavese, che come il gin prende il nome dal ginepro. A quei tempi eravamo convinti che gli scrittori italiani dell’Ottocento fossero più paragonabili al rosolio o al ratafià, e che per il gin tonic bisognasse rivolgersi altrove. Continuò con “Fratelli d’Italia”, riscritto tre volte per farlo sempre più bello, narratore un giovanotto non ancora laureato che di sé dice: “La MG nuova me l’hanno presa lo stesso, celeste-pervinca come i miei begli occhi. Come del resto è anche giusto: tanto, mio papà ha più di dieci milioni di franchi al Crédit Suisse, un boccon di pane non dovrebbe mancare mai”. Altro gin & tonic, per mille e cinquecento pagine nella versione arricchita: questo era l’effetto che ebbe su di noi.

 

Come premio per la lunga fedeltà – quello che si dà ai soci che riempiono di bollini la tessera (letti i ritratti di scrittori italiani? Sì. Letti i ritratti di scrittori americani? Sì. Letto “La vita bassa”? Sì. “Letto la bella di Lodi”? Posso mettere un bollino per ogni volta? Allora diciamo tre) – eravamo a Chiasso con Alberto Arbasino, quando lo hanno premiato per la gita a Chiasso. Medaglia (d’argento) che apre a una serie futura di riconoscimenti. Può essere che Voghera, dove lo scrittore è nato nel 1930, gli dia un premio per “la casalinga di Voghera”, altro tormentone rubabilissimo e rubatissimo. Magari il Monte Verità gli darà una targa per “sarabande, baiadere, messe nere in nomine Parsifal”, bel ritratto di chi frequentava la collinetta (i contadini del posto dicevano con meno garbo “balabiòtt”, vedendoli danzare nudi nei boschi). Taranto potrebbe ricordarsi di “Seguendo la flotta”, la canzone che Alberto Arbasino scrisse per Laura Betti: “Ossigenarsi a Taranto / è stato il primo errore / l’ho fatto per amore / di un incrociatore”. 

 

La giornata a Chiasso è grigia, il pubblico numeroso. Il demone della perversità ha piazzato nel programma Sabina Guzzanti prima di Alberto Arbasino, e qualcuno dal palco cerca di trovare un punto in comune tra i due (gli astanti tremano). Alla fine gli esce un “impegnati” (per fortuna Arbasino non era a portata di orecchio, causa intervista). Nell’attesa che arrivi il momento della medaglia e della chiacchierata, si sale un attimo al vicino museo. Sono esposte opere dell’artista svizzero Daniel Spoerri, fondatore nel 1967 della “Eat Art”. A vederli, tavoli da pranzo dopo che il pranzo è stato mangiato: piatti con resti di cibo, tovaglia con briciole, bicchieri sporchi, tovaglioli accartocciati. Di che passare un divertente quarto d’ora, prima che i politici – uguali anche oltre la stanga della dogana di Chiasso – prendessero la parola per non mollarla più.

Di più su questi argomenti: