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Adriano, quello vero

Si conclude con una rescissione che ai romantici suonerà più come recisione, una delle storie più brevi e strampalate del calcio moderno, quella di Adriano.

23 Aprile 2009 alle 15:29

Si conclude con una rescissione che ai romantici suonerà più come recisione, una delle storie più brevi e  strampalate del calcio moderno. Una storia prevalentemente milanese e nerazzurra di muscoli e poderosi scatti, di cori e stadi illuminati, di pinup aspiranti e professioniste, di soldi piovuti dal cielo e di tutto l ’armamentario di emozioni che un calciatore di mestiere spera di portarsi appresso fin da bambino.
Ma a chiudersi è soprattutto la storia di un uomo e del suo talento appena intuito, e per questo sprecato, proposto a sprazzi soltanto, come una merce talmente preziosa da essere destinata a un mercato nero che nessuno potrà più frequentare.
Il mondo è pieno di storie di uomini che rinunciano all’esercizio del talento posseduto. Alcuni fra loro, appena gli si sbatte davanti la realtà dei fatti, beffardi abbozzano un sorriso o un’alzata di spalle, senza perdere nulla della loro fierezza, come se quello spreco fosse parte di un disegno più ampio. Altri rimangono impauriti, privi di forza, quasi che il dono di essere speciali in qualcosa, comprendesse talvolta la maledizione di  rivelarsi esageratamente normali in tutto il resto.
A ventisette anni, Adriano Leite Ribeiro annuncia di smettere con il professionismo pallonaro: lascia i video dei suoi goal, le copie invendute di tre o quattro biografie a suo nome e qualche piacevole ricordo. 
Questo omonimo dell’imperatore romano che presto raggiungerà i 189 cm e un peso forma raramente mantenuto di 87 kg, nasce a Rio in tempi di carnevale, il 17 febbraio del 1982; appena due mesi prima di Ricardo Kakà, l’asso dell’altra squadra di Milano.
Ricardo vivrà a San Paolo, a una distanza siderale dalla favela di Villa Cruzeiro in cui cresce Adriano, in breve un posto in cui la brava gente deve imparare presto come gira il mondo. E lui, il ragazzetto che ama il pallone, impara a undici anni, quando un proiettile vagante finisce dentro il cranio del padre Almir costringendolo al coma per qualche tempo.
 È precisamente in quel momento che la vita gli strappa il calcio. Certo, quando papà Almir si sarà ristabilito, Adriano tornerà a giocare per il Flamengo dimenticando l’esperienza da lustrascarpe maturata in qualche mese di dura necessità, ma sarà tutta un’altra storia, tutto un altro calcio: il pallone come mezzo, la sicurezza del denaro e della fama come fine.
Nel 1999 vince un mondiale under 17 con la nazionale brasiliana in una squadra di campioni e predestinati. Nell’estate di due anni dopo arriva a Milano, nell’ Inter di Moratti e di un Ronaldo impegnato nel recupero dal primo grave infortunio al ginocchio. È sponsorizzato da Salvatore Bagni, ex grande centrocampista e amico fraterno di Diego Maradona; viene scambiato sul mercato con Vampeta, il bidone coi baffi richiesto da Marcello Lippi.
Adriano esordisce al Bernabeu la sera prima di Ferragosto e proprio in casa del Real Madrid offre un saggio del suo talento grezzo. Punizione dal limite dell’aerea di rigore, sinistro potente a sfruttare il movimento di un compagno interista in una lunga barriera blanca e palla dritta sotto l’incrocio dei pali.
È il primo gol nerazzurro; il ragazzo del Flamengo dopo una corsa con l’indice rivolto al cielo, va ad abbracciare Roberto Baggio in panchina prima, Seedorf e tutti gli altri, dopo.
Quel primo anno viene ceduto in  Gennaio alla Fiorentina.
 Per i viola segna 6 gol in 15 partite e fa sfoggio di una potenza raramente ammirata sui campi di calcio. I due anni successivi li vive a Parma dove cresce con Prandelli in panchina e realizza 23 gol in 37 presenze.
Il ritorno all’Inter è una lunga strada fino all’epilogo di questi giorni. Qualche scudetto del dopo calciopoli, le delusioni in champion’s, i ritardi annunciati, il difficile rapporto con l’autorità, le feste e i soliti propositi di resurrezione estiva. In generale la lunga ricerca di una stabilità considerata perduta e in realtà mai conquistata.
Ventanni dopo quel primo ritorno al Flamengo, forse Adriano considera raggiunto l’obiettivo. Lavorando di potenza, applicandosi appena un poco con il pallone su un campo da calcio, ha conquistato il diritto di sopravvivere alla sua gente, che resta comunque a Villa Cruzeiro, troppo lontano da Milano.
E se mai tornerà su un campo da calcio, se non resisterà all’idea che lo spettacolo vada avanti senza di lui, i suoi ammiratori sappiano mostrarsi indulgenti, ma si girino dall’altra parte.
 

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