E se fosse Roma la nuova Milano?

Claudio Cerasa

App, creatività, disciplina. E persino le file. Al Foglio in monopattino. Cronaca di una mattinata

La chiave in fondo è tutta qui ed è una chiave che se ci si riflette per un istante è composta da sei paroline magiche: regole, pazienza, disciplina, estro, concorrenza e persino creatività. Ti svegli una mattina a Roma di buon umore e, mentre sei lì che cerchi con pessimi risultati di non soffocarti con la mascherina e di non stropicciarti gli occhi con le mani inzuppate di Amuchina, improvvisamente ti accorgi che intorno a te c’è un mondo nuovo che prima non c’era e che ti induce come d’istinto a porti una domanda proibita. Passeggi per Roma, dopo un po’ che non lo facevi, e di fronte a te si apre un nuovo mondo. Un mondo fatto di splendidi tavolini selvaggi disseminati su ogni lato del marciapiede (non ditelo a Tomaso Montanari).

 

Un mondo fatto di incredibili e ordinatissime file composte da persone sorridenti che si distanziano senza isteria di fronte a ogni bar della città (con tanti saluti ai contanti). Un mondo fatto di efficientissime cliniche che in un batter d’occhio ti offrono la possibilità di sottoporti a ogni angolo della strada a magnifici anche se perfettamente inutili test sierologici (con visite rigorosamente prenotate solo online). Un mondo fatto di favolose botteghe famigliari che per evitare assembramenti ti consigliano di ordinare tutto sulla app appena creata dal nipote (“se vole”, dice il cassiere, “je mannamo pure le sarsicce de maiale dotto’”). Un mondo fatto di strade che complice la campagna elettorale sembrano essere diventate finalmente qualcosa di diverso da una comoda balera per pantegane (“e però”, dice il passante,” co’ a monnezza se semo fatti l’anticorpi a Roma”). Un mondo in cui può succedere che persino il sindaco più impresentabile della storia della romanità capisca o quantomeno inizi a capire che una città che ha un servizio pubblico che non funziona (Luciano Capone sostiene non a torto che Roma sia l’unica città al mondo in cui quando un autobus esplode i cittadini pensano prima all’Atac che all’Isis) per sopravvivere ha bisogno di chiedere una mano ai privati. E i privati, in questo nuovo mondo fatto di regole, pazienza, disciplina, estro, concorrenza e persino creatività, stanno improvvisamente, con l’aiuto del pubblico, invadendo Roma.

 

Lo stanno facendo con un oggetto diabolico che alla lunga potrebbe rivelarsi per la salute dei cittadini più pericoloso del coronavirus ma lo stanno facendo in modo indefesso ormai da giorni e così i romani oggi si ritrovano senza quasi rendersene conto ad avere quello che mai avevano avuto finora: un pizzico di concorrenza vera sul servizio pubblico. A Milano, ve la ricordate Milano?, ci sono ormai abituati e nemmeno ci fanno più caso. Ma vedere a Roma sciami di monopattini che consentono al romano di spostarsi, a colpi di app, da una parte all’altra della città, senza rischiare di essere inghiottito in una scala mobile o di essere abbrustolito da un falò, è una scena unica, nuova, splendida perché insieme rivoluzionaria ma anche totally unnecessary, che ti permette, poco prima di arrivare con il tuo monopattino al giornale, come ha fatto ieri sciaguratamente chi scrive, di osservare la città con occhi diversi, di registrare la sua compostezza, di scoprire il suo spirito di adattamento, di meravigliarsi per la sua disciplina, di meravigliarsi per il mondo improvviso con cui una popolazione intera è riuscita a far proprio un concetto fino a qualche mese fa considerato tabù: imparare a fare la fila.

 

E mentre sei lì che ti chiedi, probabilmente anche sotto l'effetto dei vapori della copiosa Amuchina che evapora dai dorsi delle tue mani, come abbia fatto questa città a diventare una Lugano con il sole di Positano capisci che Roma, Raggi o non Raggi, improvvisamente è lì in una condizione unica, circondata da un popolo di spontaneissime guardie civiche che ha imparato a fare persino la fila e che con disciplina, rispondendo a una domanda proibita, potrebbe presto scoprire che senza fare troppe cazzate la nuova Milano potrebbe essere più vicina a Lido di Ostia che all’Idroscalo. Regole, pazienza, disciplina, estro, concorrenza e persino creatività. E se fosse Roma la città del futuro?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.