Come abbiamo trasformato il caso Sacchi in un fotoromanzo giallo, e social

Simonetta Sciandivasci

La Procura di Roma ha ottenuto il giudizio immediato per tutte le persone coinvolte. E Anastasia Kylemnyk è colpevole in quanto fidanzata

Roma. Una cosa che è stata ripresa da moltissimi giornali, pur non essendo né una notizia né un gossip né un’opinione né nessuna delle cose che devono o possono stare sui giornali, è un messaggio che una fidanzata ha scritto al suo fidanzato: “Ti va di stare con me? Ti va di amarmi? Vuoi stare con una come me?”. E altri dieci messaggi, o quindici, o mille dello stesso tenore o di un tenore diverso, con tanto di risposta del destinatario, che è Luca Sacchi, il ragazzo di Roma che nell’ottobre dello scorso anno è stato assassinato durante una tentata rapina. Con lui c’era la sua fidanzata Anastasia Kylemnyk. E la rapina è venuto subito fuori che era qualcosa di più grosso, e cioè una trattativa tra spacciatori e acquirenti o forse tutti spacciatori o tutti acquirenti – il caso è ancora da risolvere, e chi lo sa se lo sarà mai. La Procura di Roma ha ottenuto il giudizio immediato per tutte le persone coinvolte, ben sei (Valerio Del Grosso, Paolo Pirino, Marcello e Armando De Propris, Giovanni Princi e Anastasia Kylemnyk). Secondo la ricostruzione che i magistrati hanno fornito alla Procura, Kylemnyk e Sacchi avrebbero incontrato gli spacciatori Del Grosso e Pirino per acquistare droga, ma le cose sarebbero poi precipitate fino a spingere uno dei due (Del Grosso) a sparare in testa a Sacchi.

 

Ad Anastasia viene contestato il tentativo di acquisto di 15 chili di erba e non l’esecuzione o la detenzione e custodia dell’arma del delitto. Eppure, erano i messaggi di lei che i giornali riportavano e Il Messaggero li legava alle risposte di Luca animando una sceneggiatura dove era più che evidente che sì, tra lei e lui c’era un grande amore, ma pure che si trattava di un amore burrascoso, in declino, ineguale, a manipolare i brindelli del quale c’era lei, Anastasia. Anastasia e basta, senza cognome. Anastasia la bionda venticinquenne ucraina (questi tre tratti non mancano mai di essere specificati). Quella che vive in Italia dal 2003, e che ha fornito versioni contrastanti, e che non è andata al funerale di Sacchi ma ha mandato un sms al padre – “vorrei essere con voi, ma non ho più una vita”– , anche quello sbattuto in prima pagina. Anastasia che ha urlato contro una troupe di “Chi l’ha Visto?”. Che pochi giorni dopo l’assassinio ha detto al TG1 “Luca era l’amore”, con “quegli occhi azzurri illanguiditi che ricordiamo tutti” (così ha scritto Open). La ragazza di famiglia che i Sacchi consideravano al di sopra di ogni sospetto, tranne poi sospendere il giudizio e addensare dubbi, com’era inevitabile e prevedibile, non appena le sue testimonianze si sono fatte incongrue, lacunose e le tessere del puzzle hanno ricostruito una scena assai più fosca di quella dei primi giorni. E per ogni dubbio, per ogni dimissione di affetto, per ogni sospensione del giudizio, per ogni sconforto tramutato in giudizio dal dolore cane che solo perdere un figlio può dare, c’è sempre stato un microfono, un registratore che li ha catturati, fermati, ingigantiti, svenduti alla nostra fame. Agli spettatori che siamo, capaci di indignazione e perizia giudiziaria ma non di vergogna, o pudore, o schifo, eppure a leggere quelle chat, per la miseria, che brivido dovremmo provare, che odio verso noi stessi; dovremmo sentirci come ladri di biancheria colti sul fatto. Ci dimostriamo d’essere precisamente un paese il cui ministro della Giustizia dice in tv che “gli innocenti non vanno in galera” (errori giudiziari commessi in Italia negli ultimi 26 anni: 27mila).

 

Nel processo parallelo del mondo purtroppo non parallelo che è il paese reale e la sua opinione pubblica, Anastasia Kylemnyk è imputata di colpevolezza fino a prova contraria. Perché è bionda, urla, scriveva messaggi passionali, enfatici, a volte ricattatori e ostili – uno dei quali, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo scritto a qualcuno: “Sceglierai sempre la tua mammina, vero?”. Nel nostro processo parallelo, la ragazza è colpevole, se non di assassinio, di qualcosa di forse peggiore: di deviazione del destino di un ragazzo innocente, che se non l’avesse incontrata mai e poi mai sarebbe finito ammazzato per strada per qualche chilo di droga in più o in meno. Che mostri che siamo, come si vede che vogliamo finire in prima pagina.

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