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I radicali di Firenze, ovvero come trasformare la rabbia da P38 in arte

"Utopie radicali" a Palazzo Strozzi e il tempo della creatività. Chiude domani la mostra a cura di Pino Brugellis, Gianni Pettena, Alberto Salvadori

20 Gennaio 2018 alle 06:17

I radicali di Firenze, ovvero come trasformare la rabbia da P38 in arte

Un'immagine della mostra dal sito di Palazzo Strozzi

Roma. A Firenze non ci sono solo i pavoni del Pitti. Sta per chiudere a Palazzo Strozzi la mostra “Utopie radicali”, a cura di Pino Brugellis, Gianni Pettena, Alberto Salvadori, che racconta uno dei momenti e movimenti più interessanti dell’architettura italiana del Novecento. I “radicali”, almeno quanto quelli di Pannella in politica, si aggiravano insufflando voglia di vivere nella sonnolenta società italiana. I “Radicali” non sono mai diventati mainstream perché si divertivano troppo. “Radicali” era una definizione di Alessandro Mendini e il loro brand era un gorilla con aureola e una scritta in petto, “radical design”. I radicali erano Archizoom, Buti, 9999, Gianni Pettena, Superstudio, Ufo, Zziggurat. I loro nemici erano i seriosi Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, e nel design i perfezionisti della funzione lombarda Castiglioni, Magistretti. Perseguivano un’Italia gioiosa e giocosa, di nuovi materiali, di sberleffo. Nacquero in seguito a eventi calamitosi: per colpa o grazie all’inondazione del 1966, quando il gruppo di Superstudio si forma perché Adolfo Natalini accoglie l’invito di Toraldo di Francia a salire in collina a Bellosguardo per condividere bottega (a Firenze non si può, c’è l’acqua, è tutto sommerso). A Bellosguardo studentesse americane e inglesi di un vicino collegio; contaminazioni, sperimentazioni, ed ecco anche perché a Firenze non nasce il terrorismo bensì tanta creatività (non il ’68 ma molti ’69).

 

Sono incatalogabili, ma guardano subito alla produzione, al divertimento, si stufano subito della retorica di quegli anni: c’è l’imprenditore Sergio Cammilli che con la sua Poltronova produce divani pelosi e sinuosi, tra Fantozzi e Scarface. Ci sono gli Ufo che prendono in giro la casa cantoniera rossa dell’Anas, panorama che punteggia la provincia italiana, e la fanno gonfiabile. Si progettano, invece che i corviali e le Vele, le discoteche: ecco in mostra i disegni dello Space Electronic che è la prima disco d’Italia con una sua grafica e il suo design. Poi il Piper di Roma, e il Bamba Issa di Forte dei marmi. Allo Space Electronic, un vero orto naturale, con allestimenti con cavolo cappuccio, citazione della ribollita. I radicali attaccano la città di Papini e Prezzolini, il caffè delle Giubbe Rosse, degli orafi, la città sonnecchiante dove non succede nulla.

 

Nello stesso anno in cui Pasolini fa “Uccellacci e uccellini”, Archizoom fa una critica al capitalismo che oggi diremmo turboliberista, e propone una “architettura della superproduzione, del superconsumo, della superinduzione al superconsumo, del supermarket, del superman e della benzina super”. A Firenze, diversamente che nelle altre cupe università italiane, si prendono come in California solo il meglio della rivolta studentesca. Come si è visto nella fondamentale mostra “Hippie Modernism” a Berkeley, lì i capelloni fondano startup e inventano il computer e internet, senza perdere tempo con P38 e ciclostili. Qui, ugualmente, la riflessione passa direttamente in produzioni pratiche e di successo come gli istogrammi, cioè poi il laminato bianco e nero ad effetto piastrella che finirà nel catalogo Zanotta. Archizoom disegna vestiti. Buti le sue ceramiche. Tutto un indotto pronto da mettere sul mercato, celebrando il genio poliedrico italiano, con testimonial il fratello maggiore Ettore Sottsass, celebrato nel 2017 in grandi mostre tra Milano-New York-Venezia. Anche una presa in giro in diretta della protesta obbligatoria: un gigantesco missile gonfiabile viene issato in piazza della Signoria con la scritta cubitale: “Colgate con Vietcong”. Mentre a Roma a Valle Giulia si fanno discussioni pallose sui figli di poliziotti e degli studenti, in Facoltà a Firenze nasce nel ’66 questa controcultura beffarda. La Nazione titola un po’ scandalizzata: “Divertirsi ad Architettura”.

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