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L'oscurantismo voluto da chi dice sempre No. Il nuovo libro di Chicco Testa

Valeria Montebello

Dal no allo stadio romano, a quello ai grattacieli, sino a quello al ponte di Messina. Perché ciò che ci disturba così tanto è il risultato dell’abbondanza, del traffico e dell’opulenza di questa civiltà

Dire di no o scioperare, da ragazzina, mi sembravano la stessa cosa. Anche se non ne sapevo abbastanza, me ne fregava troppo, o, a maggior ragione, non me ne fregava niente: sciopera. E di’ di no. Alla Gelmini, al nucleare, al disboscamento del parchetto di fronte al liceo. Per i diritti delle donne, degli studenti, per il dadaumpa e le capre volanti. Non era diritto costituzionale, strumento che impone a chi lo usa massima serietà e responsabilità, ma solo un modo per incazzarsi con qualcuno, per ribellarsi ai brufoli e alla noia, per dire, appunto, no. C’è un certo luccichio nell’indisponibilità, nel negarsi, nel tenere il punto. Un luccichio antico, che sa di tradizione ma anche di lotta. In effetti il no ha il suo fascino, come lo sciopero. E’ una cosa che blocca, disattiva qualcosa, distrugge per lasciare il campo a cosa? Al nuovo? Certamente al sì. Nel migliore dei casi a un sì più convinto. Nel peggiore dei casi è solo il no del sentiment adolescente. Ma anche il no alle verdure poi, con il tempo, il gusto si educa, e diventa sì, almeno a certe verdure. Come c’è il sì dei pecoroni ma anche, dall’altra, il sì sentiment del vecchio saggio paffuto e ragionevole, un po’ fiducioso un po’ ebete. Ma basta chiacchiere, stiamo ai fatti: i Beatles cantavano “I say yes you say no you say stop and I say go go go.”. Il sì va, il no stoppa. Il sì apre, il no chiude. Grazie all’elzeviro di Chicco Testa accompagnato dalla matita di Sergio Staino risentiamo questa musica.

 

Nel libro “Troppo facile dire no. Prontuario contro l’oscurantismo di massa” (Marsilio, 2017, 144 pp., 12 euro), Testa con i suoi articoli brevi a affilati commenta fatti di politica quotidiana e, nella pagina accanto, Staino lo accompagna con le sue vignette al vetriolo. Il messaggio è: il no illuminato di Bartleby, quello che propone un’alternativa, è sommerso dalla nebbia polverosa del tempo. Mentre il no diffuso è un no impaurito, ancorato ai movimenti della bile o, peggio ancora, a ideologie paralizzanti e nocive. Non si tratta di un no a novità sistemiche tipo le capre volanti, scorrendo gli occhi fra le pagine ci si rende conto che ancora diciamo no alle solite brode, a piccole migliorie che potrebbero cambiare certe situazioni ammuffite. Come il no alla prostituzione. Staino disegna una suora e una signora vestita a quadri che chiedono a una squillo “Signorina, ha studiato da escort?”. Lei risponde: “Cavolo, feci pure un master a Palazzo Chigi”. Testa, fra No vaccini e No Ogm (anche qui, roba abbastanza vintage), mette in luce anche gli ultimi no a certe infrastrutture diaboliche. Il no allo stadio romano, ai grattacieli, al ponte di Messina. Sfogliando un vecchio giornale ho letto che a Roma c’era il veto alla metropolitana. Negli anni Sessanta, mentre la capitale italiana era nel medioevo, Londra, Parigi e Berlino avevano già la metro da due generazioni. A quanto pare noi nemmeno il tram. Poi si passa al problema rifiuti. No ai rifiuti (anche qui, amarcord). Lamentarsi per l’immondizia in strada è certamente un indizio di civiltà, siamo personcine a modo che passeggiano per Roma, che strazio vedere i corvi e i gabbiani che si affollano su montagne maleodoranti di schifezze. Ma siamo anche personcine mediamente benestanti che producono più monnezza che opere di bene allora, si può pensare anche: ciò che ci disturba così tanto è il risultato dell’abbondanza, del traffico e dell’opulenza di questa civiltà. Come pensava Mandeville nella sua Londra marcescente ma vitalissima, “chi vuole fare tornare l’età dell’oro, deve tenersi pronto per le ghiande come per l’onestà”. Struttura della città, scarti della città ma anche costumi viziosi della città. No alla legalizzazione delle droghe leggere perché vizio immondo o per ragioni “sanitarie” (!). Testa obietta che la strategia repressiva è fallita: “Alcol e sigarette allora? Torniamo al proibizionismo e alle sigarette di contrabbando?”. In un opuscolo del 1885 si possono leggere i benefici del fumo, in modo sparso: uccide la noia, calma l’eretismo convulsivo di quasi tutti gli uomini civili, rende meno urgente il bisogno del cibo, genera nuove industrie e arricchisce popoli, favorisce il moto peristaltico dell’intestino. L’alcol, dalla sua parte, ha distrutto generazioni di uomini forti, ma è stato anche conforto per il freddo e per la stanchezza, unica bevanda potabile quando c’erano le epidemie, poi, diciamola tutta, l’indolenza e l’istupidimento di certe sostanze calmanti sono una benedizione per migliaia di persone. E non mi metterò a stilare i pro e i contro della marijuana. Come diceva Mandeville in giro per le strade della sua Londra piena di ubriaconi molesti, ma vitalissima: evviva i vizi privati, che, se gestiti bene, possono diventare pubbliche virtù. Che parole di uomini settecenteschi non siano ancora superate è una bella gatta da pelare.

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