Snack salati (foto LaPresse)

La scuola boicotta la libera impresa. Elogio (paradossale) del ragazzo bocciato per le merendine

Massimiliano Trovato

Un allievo dell’Itis di Moncalieri ha intrapreso un’attività di smercio di snack, dedicandosi al felice arbitraggio tra il prezzo praticato dai supermercati e quello applicato dal bar e dai distributori dell’istituto. Sospeso e rimandato. In nome di cosa?

Un fortunato volumetto di qualche anno fa si chiedeva provocatoriamente cosa sarebbe accaduto «se Steve Jobs fosse nato a Napoli». E se, invece, il fondatore di Apple fosse nato a Moncalieri? Una sconfortante risposta ci giunge dalla vicenda di un diciassettenne studente della cittadina piemontese. L’industrioso fanciullo ha identificato una rendita di posizione e s’è proposto d’eroderla, con grande soddisfazione dei consumatori. Risultato: una sospensione per dieci giorni, che ha contribuito a decretarne la bocciatura. Ma la scuola non dovrebbe instillare spirito d’iniziativa e capacità di rischiare?


La notizia, riportata dall’edizione locale de La Repubblica, riguarda un allievo dell’Itis Pininfarina, che – forte di un mercato potenziale di 1700 compagni di studio – ha intrapreso un’attività di smercio di merendine, dedicandosi al felice arbitraggio tra il prezzo praticato dai supermercati e quello applicato dal bar e dai distributori dell’istituto. Il successo della pensata ha destato l’interesse dei docenti: ma anziché ricompensarne l’acume, le autorità scolastiche hanno preferito stroncarla sul nascere – come detto, con una sospensione e la conseguente bocciatura. Sennonché, l’acerbo ma indomito imprenditore ha sfruttato l’anno da ripetente per riesumare i suoi fruttuosi traffici: nuovamente scoperto, fronteggia oggi la prospettiva di un’altra punizione esemplare – naturalmente volta a «recuperarlo dal punto di vista educativo».


Secondo il preside del Pininfarina, «la scuola, insieme ai saperi, alle conoscenze, alle abilità, deve anche insegnare a questi ragazzi a essere cittadini e dunque a rispettare le leggi»: ma – se guardiamo oltre il triviale legalismo – qual è, per usare un linguaggio penalistico, il bene giuridico leso dal reprobo? Certamente non la soddisfazione dei clienti, che anzi testimoniano la cura con cui il ragazzo adeguava la propria offerta alle oscillazioni della domanda. Forse la tutela del gettito tributario? Improbabile che il «mercato nero delle merendine» abbia sottratto alle casse dello stato importi vagamente rilevanti. Il dirigente ha sollevato un problema di sicurezza alimentare: obiezione ragionevole se parlassimo di spuntini a base di pesce crudo e non di barrette di conservanti ricoperte di conservanti.


L’unico interesse effettivamente danneggiato è quello dei gestori del bar e dei distributori, che confidano nell’assoluta mancanza di concorrenza tra le mura scolastiche: si tratta di un’aspettativa legittima o della miope difesa di un privilegio di fronte alla competizione del nuovo che avanza? Ma la vicenda solleva anche una questione più ampia: un paese che sconta un drammatico deficit d’innovazione può permettersi di scoraggiare i suoi giovani migliori? Il diciassettenne del Pininfarina andrebbe piuttosto encomiato, perché rappresenta un modello d’imprenditoria virtuosa: capace d’individuare un’opportunità di profitto, di perseguirla con la ricerca e il lavoro, di credere nelle proprie capacità a dispetto di un regolatore ottuso e di vincoli obsoleti. Lunga vita al John Galt della pausa pranzo e abbasso la scuola dello «stay hungry, stay hungry».

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