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Il fondatore

Palantir come kathécon: il senso di Thiel per la politica, tra candidati e tecnoteologia

Andrea Venanzoni

Al centro dei discorsi dell'imprenditore e filosofo statunitense c'è il delineare la forza frenante contro l'avvento dell'Anticristo di cui si parla nella seconda Epistola ai Tessalonicesi. Il nuovo Anticristo, secondo lui, poterà in terra un governo unico mondiale tirannico 

Roma. Uno degli elementi centrali negli incontri con Peter Thiel, a Roma come nelle altre città in cui fino a oggi ha portato il suo ciclo di lezioni ispirate a quelle di John Henry Newman, è il delineare la problematica figura del “kathécon”, la forza frenante contro l’avvento dell’Anticristo di cui si parla nella seconda Epistola ai Tessalonicesi. Una figura limite della riflessione teologica e di quella filosofica, e che tanto ha affaticato, tra gli altri, Carl Schmitt, Papa Benedetto XVI, Massimo Cacciari, che al kathécon ha dedicato una delle sue opere più potenti e suggestive, “Il potere che frena”, e Giorgio Agamben. Questa misteriosa figura, compartecipante tanto della natura dell’argine al dilagare dell’orizzonte anticristico quanto della dimensione anticristica stessa, è per sua stessa funzione la più intimamente politica tra tutte. Nel medioevo, non per caso, i canonisti discussero dell’impero romano ora come kathécon ora come Anticristo. Thiel ha molto chiaro questo punto e afferma, coerentemente, che il nuovo Anticristo, quello che porterà in terra un governo unico mondiale tirannico, modellato sulle coordinate dello “stato universale e omogeneo” di Kojève, avrà la postura di un uomo politico dalla bocca colma di parole di pace. Ne consegue che la nuova forza frenante debba seguire una logica simmetrica: un potere politico che però non si sporchi con il rischio della distopia. Nel famoso discorso del 2009, “The Education of a Libertarian”, Thiel, con postura schmittiana, individuava nel fondamento della contesa politica la replica di una guerra totale, vocata all’annientamento; l’escapismo che delineava allora, e che a Roma ha ribadito pur se con disincanto, poggiante sul cyberspazio, sul seadsteading, sulla costruzione di comunità private, ora sul cosmo, è fuga non dalla catastrofe ambientale ma dalla voracità distruttiva della politica. Proprio questa disillusione, ha portato il magnate a un maggior impegno in politica. Un paradosso, in apparenza, ma d’altronde la forza frenante dei passi teologali è essa stessa paradosso.

Thiel vanta un passato di finanziatore di partiti e di costruttore di personaggi politici. Ammiratore, e finanziatore, di un campione del libertarismo come Ron Paul, ha poi brevemente sostenuto il figlio Rand, per passare a un’operazione ancora più ambiziosa e degna di un “founder”, l’imprenditore che voglia davvero creare mondi: generare lui stesso candidati. In principio, il suo ex collaboratore Blake Masters, con cui ha scritto il celebre volume sulle start-up “Da zero a uno”, dopo J. D. Vance, asceso alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Thiel non considera necessariamente Vance e Trump delle raffigurazioni del kathécon, ma senza ombra di dubbio il campo avverso gli appare talmente inquietante e antioccidentale da averlo portato a impegnarsi in prima persona, capofila di una cordata di magnati del tech, tra cui Elon Musk e David Sacks, entrati tra le maglie dell’Amministrazione americana.

Ma la costruzione di carriere politiche è solo la parte più emersa, e superficiale, del concetto di “potere che frena” che anima Thiel. Nel suo pensiero il più politico tra i dispositivi è l’alta tecnologia. E in questa prospettiva Palantir vale molto più di qualunque J. D. Vance possa emergere all’orizzonte. Palantir è il vero katéchon, quella dimensione che riesce a garantire sicurezza senza farti togliere le scarpe in aeroporto, come ama ricordare Thiel citando il post 11 settembre. La società, con la sua ontologia del potere algoritmico, non sarebbe soltanto uno strumento per raffinare le decisioni amministrative e militari ma un neutralizzatore delle spinte alla distruzione che animano nel profondo la politica. Più che sorveglianza di massa, una tecnoteologia politica, coi suoi limiti e i suoi pericoli, come tutte le umane cose. D’altronde, i Palantiri tolkieniani presentano la stessa ambivalenza del kathécon: pietre veggenti connesse alla rovina di Númenor, consentono poi all’oscuro Signore di sorvegliare ma, del pari, a Gandalf di essere edotto delle mosse del male. Analogamente, Palantir viene accusata di essere frutto di un disegno distopico, si pensi al suo impiego da parte dell’Ice, eppure, ad esempio, è stata col suo MetaConstellation uno dei più potenti alleati dell’Ucraina, garantendone la sopravvivenza nei momenti più duri dell’invasione russa. E se sempre a oriente, ma questa volta in Cina, si corre con tecnologia non esattamente liberale, la sfida per Thiel, tutta politica, è proprio non restare indietro.

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