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Il caso

La rivendicazione di Askatasuna dopo il corteo. Sono violenti, ma parlano chiaro

Luciano Capone

I minimizzatori e complottisti dovrebbero leggere le parole del centro sociale torinese, dalla sfilata alle martellate

Forse più delle parole del ministro Piantedosi, per capire cosa è successo a Torino bisogna ascoltare quelle di Askatasuna. A fare maggiore attenzione dovrebbero essere tutti i politici, intellettuali e giornalisti che in questi giorni hanno partecipato alla gara della minimizzazione o della contestualizzazione, quando non del complottismo. Il corteo pacifico rovinato dai pochi infiltrati, la giusta battaglia per Askatasuna “bene comune” rovinata da poche decine di “facinorosi”, il cui prodest che scarica vantaggi e quindi colpe sul governo. E invece no.

Il centro sociale torinese in un messaggio su InfoAut, portale della galassia antagonista, ha rivendicato tutto, dall’inizio alla fine, dalla sfilata alle martellate: “Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative”, scrive il centro sociale. “Questo è un fatto politico enorme”. 

Non c’è alcuna distinzione di giudizio tra la parte “pacifica” e quella “violenta”, tutto fa parte dello stesso fenomeno politico, della stessa marcia, solo che “una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa”. Non c’è la denuncia della presenza di “infiltrati” che “fanno il gioco” del governo, come in tanti hanno detto, per giustificare una “torsione autoritaria”. Askatasuna elogia la devastazione operata dal pezzo di corteo che si è staccato descrivendola come “disponibilità alla resistenza” da parte di “una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto”. Il confine netto, da varcare, è appunto l’uso della violenza e della guerriglia come metodo di lotta politica.

Non è affatto qualcosa di particolarmente nuovo, è esattamente quanto accade dopo ogni manifestazione della galassia di Askatasuna, con gli assalti all’Unione industriali, alle Ogr, alla Leonardo e alla Stampa. E’ la trasposizione urbana delle tecniche di guerriglia affinate in anni di palestra antagonista in Val di Susa. E’ ciò su cui sta indagando la procura di Torino, ma anche questo non era un segreto. Tutto era stato rivendicato un mese fa da uno degli storici leader di Askatasuna, Giorgio Rossetto, che dopo lo sgombero del centro sociale illegalmente occupato aveva lanciato via radio la chiamata alla lotta: “Spero che la risposta sia adeguata, c’è la possibilità di tenere il fiato sul collo, in modo che sia lo stesso fiato sul collo che si tiene sulle montagne della Valsusa, ai cantieri.  E penso che ci siano i margini anche a Vanchiglia, la zona dell’Aska, per poter lavorare a un logoramento dello schieramento avversario”. Tutto chiaro, senza necessità di parafrasi.

Per questo fanno sorridere le arrampicate sugli specchi e le improbabili teorie di chi sostiene che il governo “sa bene chi sono i violenti” e avrebbe dovuto “fermarli prima”, ma li ha lasciati fare per giustificare una torsione autoritaria. Una congettura che è un ulteriore violenza, ma alla logica. Perché ora, giustamente, in tanti si oppongono all’ipotesi del governo di inserire un “fermo preventivo”: deriva autoritaria. Un ragionamento circolare: il governo non ferma preventivamente i violenti per poter inserire una norma per fermarli preventivamente. Se li ferma prima è fascismo, se non li ferma è per giustificare il fascismo. I primi arresti peraltro dimostrano quanto sia fattualmente infondata questa teoria: i tre antagonisti arrestati in flagranza sono tutti incensurati, sconosciuti alle forze dell’ordine, senza alcun coinvolgimento in violenze o disordini di piazza.

Quella teoria giustificazionista, in realtà, ha degli elementi di verità che però si ribaltano su chi ha partecipato e legittimato quel centro sociale. Perché non si possono conoscere prima quali singoli individui commetteranno dei reati (non siamo in Minority report), ma ciò che si sa benissimo è che Askatasuna è un generatore di queste violenze. E’ quello che il centro sociale fa da trent’anni e che rivendica ora. E pertanto è vero, come dicono i commentatori, che “bisognava fermarli prima”. Trent’anni fa, per la precisione. Bisognava sgomberare quel centro sociale ben prima che diventasse l’epicentro dell’eversione e la scuola di formazione alla violenza per tante generazioni. Il problema è che chi ha aderito alla manifestazione di sabato a Torino l’ha fatto per protestare contro lo sgombero di Askatasuna. Ora, dopo quello che è accaduto, dovrebbe assumersene la responsabilità, senza grottesche teorie complottiste. “La manifestazione del 31 gennaio ci dice che non è più tempo di equilibrismi – ha scritto alla fine del suo comunicato Askatasuna –. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere”. Sono violenti, ma parlano chiaro. Molto di più di chi a sinistra fa ancora l’equilibrista,

 

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali