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L'analisi
Niscemi e l'Italia delle frane
Non basta qualche argine, serve una strategia (e risorse per applicarla) per intervenire contro la nuova normalità. Che non significa rassegnarsi, anzi
Le immagini di Niscemi sono impressionanti. Hanno fatto il giro del mondo. Riflettono una natura che sembra aver deciso di incidere quell’altopiano con una cucchiaiata lunga quattro chilometri. I dettagli dell’evento sono noti, perché si era verificato un fenomeno simile quasi trent’anni fa. Il comportamento del suolo dipende dalle precipitazioni nel tempo, dalla rapidità con la quale si appesantiscono gli strati superficiali, e dalla capacità dell’acqua di trovare fessurazioni che la portano in profondità, lubrificando il movimento lungo il piano di rottura. Cosa si sarebbe potuto fare? Nello specifico, non è banale. Gli interventi – che, va detto, non possono garantire assenza totale di rischio – non possono solo essere di consolidamento, ma devono includere opere per drenare l’acqua, evitando che si accumuli negli strati argillosi del terreno.
Ma invece di focalizzarmi solo sull’evento di Niscemi nello specifico, credo valga la pena collegarlo a ciò che succede sul nostro territorio più in generale. Perché questa è una manifestazione particolarmente radicale di un problema molto più sistemico. L’Italia è un caso pressocché unico in Europa: abbiamo un terzo di tutte le frane del continente. Ci sono circa 640 mila tracce nell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia, e negli ultimi anni gli eventi sono stati migliaia. Secondo i dati Ispra, quasi 1,3 milioni di persone in Italia sono in territori a rischio elevato o molto elevato di frane. Stiamo parlando di oltre 700 mila edifici, oltre 75 mila aziende e quasi 14 mila beni culturali.
Alcune settimane fa, sono stato audito dalla commissione d’inchiesta sul Rischio idrogeologico alla Camera dei deputati. Tra le motivazioni di quell’inchiesta ci sono gli eventi dell’Emilia-Romagna tra il 2023 e il 2024, quando si sono registrati più di 80.000 i fenomeni franosi nelle province di Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ravenna, Forlì Cesena e Rimini. Di questi, più di 600 hanno avuto dimensioni superiori a 1 ettaro, con migliaia di edifici e chilometri di strade impattati. (Boccaletti segue a pagina quattro)
Il mio collega Guido Rianna, direttore della divisione del Cmcc che si occupa della relazione tra i cambiamenti climatici in corso e la trasformazione idraulica del territorio, mi ha fatto notare che circa la metà di quelle frane sono successe in zone considerate a bassa pericolosità. Qualcosa sta cambiando.
E quindi che si fa? Tre i temi urgenti. E’ fondamentale abituarsi a considerare eventi come quelli di Niscemi o dell’Emilia-Romagna come la nuova normalità. Questo non significa rassegnarsi, ovviamente. Ma non possiamo più trattare ciò che sta accadendo semplicemente come una sequenza di emergenze e atti divini che ci sorprendono e che impongono, individualmente, risposte emergenziali. Anche perché la situazione diventerà sempre più complicata. Tempo fa, sulle pagine di questo giornale ho scritto della siccità che ha colpito la Sicilia nel 2024. Le frane lente, di grandi dimensioni, sono plasmate dal comportamento dell’acqua sul territorio, su periodi di mesi e anni. Le siccità profonde modificano il terreno, rendendolo poi vulnerabile a precipitazioni particolarmente intense, come quelle che vediamo con sempre maggiore frequenza. In alcuni casi, poi, rovesci estremi possono creare fessure che offrono vie preferenziali per l’acqua, che poi creano condizioni catastrofiche come quelle viste a Niscemi. Più che l’emergenza, dovrebbe essere il rischio ad essere parte del dibattito politico.
La seconda questione è che serve un approccio strategico. A fronte della trasformazione delle nostre condizioni materiali, serve un piano territoriale e infrastrutturale coordinato e dimensionato sui problemi che osserviamo. Non possiamo immaginarci solo di alzare qualche argine o di intervenire in qualche punto. Il territorio del paese tutto sta cambiando, sollecitato da statistiche meteoclimatiche diverse dalle quali siamo abituati. E’ ora di pensare in maniera integrata a questo problema, il che significa anche affrontare la frammentazione di autorità territoriali provocata dalla riforma del titolo V di vent’anni fa. Quella riforma, fatta per assecondare il localismo che andava di moda al tempo, non ha tenuto conto del fatto che il territorio non è semplicemente un palco statico. Si muove e va gestito in base ai processi che lo dominano, dai grandi fiumi agli ecosistemi, che non si curano delle nostre preferenze amministrative. Questo non significa che tutto va centralizzato. Le autorità locali giocano un ruolo fondamentale. Ma una risposta adeguata richiederà risorse collettive nazionali ed europee, e quindi una strategia che non può ridursi solo alla somma di risposte locali.
Anche perché, e questo è il terzo punto, non abbiamo risorse infinite. Sono quindi inevitabili delle scelte. E quelle scelte non possono essere fatte solo guardando a ciò che è stato distrutto. Non mi stancherò mai di ripetere che la trasformazione infrastrutturale del territorio non è mai un’operazione puramente difensiva. Le arginature degli anni 50 in risposta al disastro del Polesine, le infrastrutture che hanno messo in sicurezza il paese nel dopoguerra, permettendo un’industrializzazione moderna in un territorio controllato, non sono state fatte per difendere il presente – al tempo povero e agricolo. Sono state fatte per preparare le condizioni necessarie a costruire il futuro.
Ogni volta che ci troviamo ad affrontare un’emergenza, dobbiamo ricordare che abbiamo la responsabilità pesante di gestire il territorio non solo per la nostra sicurezza, ma anche in funzione di ciò che vogliamo costruire per le generazioni che verranno. E’ condizione necessaria per l’adempimento dell’articolo 3 della nostra Costituzione, quell’articolo profondamente politico che orienta il nostro patto civico: eliminare gli ostacoli di ordine sociale ed economico che impediscono la piena realizzazione della persona umana. L’insicurezza territoriale, l’incapacità di uno stato di garantire condizioni materiali che permettano lo sviluppo del paese, rappresenterebbe un fallimento del nostro progetto repubblicano. Le immagini di Niscemi ci ricordano anche questo.