crimini e parole

I coltelli si possono vietare, ma è molto meglio vietare agli adulti di dare la colpa “alla società”

Maurizio Crippa

Dopo il caso di La Spezia, governo e opposizione propongono divieti sovrapponibili sulla vendita di coltelli ai minori, ma si accusano a vicenda di populismo. Intanto la prevenzione resta cieca davanti ai segnali evidenti di violenza giovanile. Chiamare la responsabilità per nome

Il lieve sospetto, a cui non indulgeremo, è che nessuno dei due progetti di legge otterrà il benché minimo risultato: né il pacchetto sicurezza del governo, laddove prevede il divieto di vendita di armi da taglio ai minori anche online, e sanzioni sui genitori; né il cosiddetto decreto Serracchiani del Pd per il divieto totale di vendita di coltelli ai minori, con sanzioni per i venditori e gli immancabili percorsi formativi obbligatori. Progetti benemeriti, identici. Non fosse per un dettaglio, rivelatore di un baco culturale. Il Pd, presentando il suo, ha detto che “il governo sulla sicurezza ha fallito”, con annessa accusa di populismo. La sua proposta uguale, invece, sarebbe valida.

   
Il dettaglio rivelatore è che quel che resta del pensiero progressista, in tema di violenza giovanile, addirittura dentro la scuola come accaduto nel tragico omicidio di La Spezia, non sa che pesci pigliare e non sa come giudicare, se non appellandosi a un buonismo nullista e di maniera, spennellato di un po’ di psicologismo da sportello scolastico, autoindulgente. Due giorni fa Repubblica ha intervistato un’insegnante che aveva tenuto un corso di sostegno per l’italiano in cui aveva incontrato Zouhair Atif, lo studente che ha ucciso il compagno Youssef Abanoub: “Un ragazzo straordinario, un grande talento, impegnato, bravo, intelligente: ogni mattina arrivava prima di tutti i compagni”. Dalle parti del libro Cuore. Ovvio che l’insegnante non sia una psicologa (e perché mai, poi, i docenti dovrebbero accollarsi anche questo ruolo?), ma un poco più di senso del giudizio, no? Eppure l’insegnante di sostegno ricorda: “Mi raccontava che una parte di sé gli parlava, sentiva voci che gli suggerivano cosa fare, diceva ‘quando parlo con lui’”. Che era religioso, “spesso citava versetti del Corano e dopo il 7 ottobre aveva espresso idee radicali che mi avevano spaventato, nutriva odio contro gli ebrei (che per lui erano filistei), sapeva diventare violento”. Ecco, forse, a proposito della prevenzione tanto cara al Pd e a tutti quelli che individuano in automatico le colpe della società e degli adulti, c’erano elementi per informare i dirigenti scolastici o la polizia. Che senso ha parlare del populismo delle misure di legge, se poi si è ciechi e assolutori sui comportamenti a rischio? Ogni volta che al ministro Valditara scappa detto che bisogna “recuperare la cultura del rispetto” – verso i compagni di classe, gli adulti, gli insegnanti – s’alza qualcuno a denunciare il paternalismo e l’autoritarismo. Ma cosa prevede la dottrina alternativa? Sempre su Repubblica, lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia ha scritto che “viviamo in una società che espone continuamente i ragazzi al giudizio, alla competizione”, quasi c’entrasse con l’uso dei coltelli. Sarà colpa della meritocrazia? Ma giustamente lo psicoterapeuta dice che la nostra società “investe pochissimo sull’educazione emotiva, sulla gestione della rabbia, sull’apprendimento del limite”. Insomma la colpa è nel “silenzio emotivo, nel vuoto lasciato dagli adulti. E continuare a chiamarlo ‘caso isolato’ non è prudenza. E’ rimozione”. Peccato che ogni volta che si parla di “limite”, tema caro a Massimo Recalcati, c’è chi (fronte del Progresso) ribatte: questo è sorvegliare e punire. Ogni volta che una legge prevede una sanzione, gli si oppone l’ideale dell’accoglienza e del dialogo. Magari con insegnanti che invece del coltello nello zaino vedono solo il “ragazzo straordinario”.

 

Iniziare a chiamare le cose col loro nome, a partire dall’opposizione che accusa il governo persino quando lo scimmiotta, sarebbe il primo passo. Il titolo dell’intervista all’insegnante di Zouhair diceva, tra virgolette, “aveva l’abisso dentro”. Ma nell’intervista quell’espressione cretina neppure c’è. Per dire di come l’informazione preferisca i sentimenti da rotocalco. Un mondo di adulti che non è in grado di dire che se i giovani sono violenti vanno arginati tanto quanto compresi. Altrimenti si fa astrazione, anche se molto bella e acuta, come quella del direttore della Stampa Andrea Malaguti che in un lungo editoriale ha voluto paragonare la violenza dell’Ice a Minneapolis con quella di Zouhair a La Spezia, inseguendo il “filo per quanto lunghissimo e quasi invisibile” che lega “repressione pubblica” e “barbarie privata”. Suggestivo, ma non vero. Suggerire che quel filo ci sia è un’altra volta togliere responsabilità a chi, per quanto giovane, maneggia il coltello. Non è  un filo, ma una corda tesa su cui inevitabilmente si inciampa. 

  
I compagni di Zouhair identificavano la propria condizione con la canzone di Ghali: “Siamo tutti zombie col telefono in mano”. Gli adulti si aggirano come zombie senza nemmeno il telefono.
 

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"