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il racconto

Repubblica fa 50, aspettando il greco e con la malinconia del passato

Michele Masneri

Al Mattatoio di Roma l’inaugurazione della mostra per l’anniversario del giornale: più che una celebrazione, un rito composto e malinconico. Con la sensazione di un mondo che finisce

Insomma mercoledì sera intasamento di taxi e auto blu al Mattatoio di Roma per l’inaugurazione della mostra dedicata ai 50 anni di Repubblica, fondata appunto il 14 gennaio 1976. Da ieri aperta al pubblico, e non è solo una bella mostra per chi è appassionato di giornali, questa cosa misteriosa, che fa dire al tassista “ma che, ci sta una stand up?”. No, sono i 50 anni di un sogno italiano: ci sono le prime pagine, i primi tentativi di grafica a partire dal tempio neoclassico di Ruffolo, ci sono le foto dei fondatori, tutto su fondo rosso. 

 

Anche macchine della polizia, prima è arrivato Mattarella, con John Elkann, applaudito il primo, contestato il secondo. Ma quando cala la sera, quando i saloni si riempiono, c’è qualcosa di trattenuto, di dignitoso, è una specie di funerale reale, dove tutti sono molto composti e consci di quello che è stato. Non certo i funerali romani dove è tutto un “aho te trovo ‘bbene”, e che la gente scambia per eventi mondani, come teorizzava Arbasino (nel primo numero oltre al celebre, per noi feticisti di Rep., pezzo del direttorefondatore “E’ vuoto il palazzo del potere”, anche un’intervista di Arba a Bertolucci sul set di Novecento. Per dire il livello). Comunque la festa di Rep. non è un vero evento romano, non ha quel livello di cafonal, perché molti sono i milanesi (tra cui il vicedirettore Galbiati e il direttore degli inserti di moda e casa Farneti) ma anche perché Rep. pur avendo il suo centro a Roma non è mai stato un giornale prettamente romano. Aveva questa dimensione dell’apolidismo. E del culto. Ci sono, simmetrici, nell’allestimento tutto rosso curato da StudioAzzurro, i due ritratti dei dioscuri fatti da Pericoli, il principe Caracciolo e il Fondatore. C’è Ezio Mauro piemontese che si aggira perfetto e militare a rassicurare le truppe e fare gli onori di casa, se fossimo a una roba della moda lui sarebbe il responsabile dell’heritage, e si sa quanto è importante. Ci sono i collaboratori storici e prestigiosi, Francesco Merlo, Filippo Ceccarelli con Elena Polidori, lo psicanalista Lingiardi, lo scrittore Carofiglio, Marco Belpoliti, il grafico principe Angelo Rinaldi, Cerasa père, le sorelle infante Scalfari, Enrica e Donata e il di lei figlio Simone Viola, nipote di un altro dioscuro di Rep., Sandro Viola. E poi tanti altri. Mancano, o non li ho visti io, quelli più nuovi, i baby influencer alla Edoardo Prati, scuderia Fabio Fazio, e dunque l’impressione è più di una composta celebrazione del passato, che uno sguardo sul presente o vedi mai futuro. A Parigi Le Figaro festeggia nelle stesse ore il suo anniversario, con Monica Bellucci. Qui il profilo è più basso, si celebra questo passato prestigioso e davvero unico, di quella che – mi ripeto, lo so – è stata la nostra Mad Men, o Rep. Men, grande startup culturale-informativa del dopoguerra (ci vorrebbe qualcuno che dice, come a un altro funerale celebre: quante Rep. nascono a ogni generazione?).

Anche i sopravvissuti sono tutti ganzissimi, e che invidia per le vite che han vissuto, e oggi chissà che pensioni! Basta, son stanco, vado a casa. “Stanco di che, forza, vieni a cena”, mi dice una gloriosa firma: rispondo mestamente stanco anche di questo mondo che finisce, poco dolcemente. “Ma no! E’ un mondo molto interessante quello di oggi”, mi dice Ezio Mauro, che non molla mai, energia da quarantenne, ha appena sfornato il nuovo suo libro, insomma, tutti temprati alla scuola di Rep., mentre sugli schermi scorre il young Scalfari fichissimo a parlare di non so che, ma potrebbe pure stare zitto, “non sai com’era allegra la redazione ai tempi”, mi dice un altro della prima ora. Eh, lo avevamo capito. Giuseppe Conte parla con Elly Schlein. Papa Leone manda un messaggio. Giorgia Meloni pure, ma è un fake di Fiorello. C’è mezzo Pd.

C’è il sindaco Gualtieri, con la fascia tricolore, come se inaugurasse un’altra delle grandiose archeostazioni cioè le nuove fermate della metro col museo dentro. Ma anche il Mattatoio, o almeno una parte, è appena stato restaurato: luogo simbolico non solo per le facili battute che tutti facciamo sull’idea di celebrarci la mostra di Rep., visto lo stato del gruppo e dell’informazione, ma anche di una certa Roma che nasce, rinasce, si affloscia: prima“archeologia industriale”, poi naturalmente abbandonato, come tutto nella capitale, poi ricomincia il giro col Giubileo. Un milanese mi dice: “Torno su domani, non ce la faccio a Roma, poi ho l’hotel sulla Cristoforo Colombo, capisci”, cioè sullo stradone brasiliano dove a un certo punto venne collocato il quartier generale di Rep. dopo la sede fondativa di piazza Indipendenza, e secondo alcuni simboleggia e segnò il primo declino. Via Cristoforo Colombo come sunset boulevard dell’informazione: accanto ci stanno oggi anche gli sfollati della Rai, perché viale Mazzini è in restauro (lì sì, che ci starebbe una bella archeostazione). Al rinfresco in un padiglione attiguo qualche spiritoso fa battute: “Menù greco?” “Un souvlaki, beviamo un ouzo”, intendendo l’editore ellenico che arriverà a breve, e la sua società si chiama Antenna, e a giudicare dalla ragione sociale sarà forse più interessata agli asset radiofonici che alla carta stampata. Arriva Ignazio La Russa. Il presidente del Senato è allegro, cerca Maria Elena Boschi, che però lo schiva e guarda l’elegante allestimento fatto da Electa. “E’ come star dentro una macchina del tempo”, dice lei. Meglio ancora, un’archeostazione.

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).