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le parole
Dopo la strage di Crans-Montana la Svizzera riscopre la battaglia delle lingue
La strage di Capodanno nel Vallese ha riattivato antichi riflessi identitari: nei media germanofoni, lassismo e omertà diventano improvvisamente tratti “francofoni”, ribaltando stereotipi che per decenni avevano colpito gli italofoni e mostrando quanto fragili siano gli equilibri culturali elvetici
Non è una novità che in Svizzera i germanofoni guardino con sufficienza i francofoni. E non è una novita che i francofoni guardino con altrettanta sufficienza i germanofoni. Solo solo su una cosa si trovano d'accordo: guardare con sufficienza ancor maggiore gli italofoni. La strage di Crans-Montana però sta esasperando questa tendenza insita nell'animo elvetico, quello scontro culturale tra chi pensa in tedesco e chi pensa in francese.
È dalla notte di Capodanno che i media e la gran parte dei cittadini germanofoni guardano increduli quanto accaduto nel paese del Cantone Vallese. Contestano tre cose principalmente: lassismo, imperizia e omertà. Il sottotesto è semplice: da noi una cosa del genere non sarebbe potuta mai accadere. Sono stati criticati i soccorsi, i controlli mancati, la scelta di non arrestare immediatamente i due proprietari del Constellation.
Il Tages-Anzeiger, il Blick e il Neue Zürcher Zeitung hanno coperto la tragedia continuando a segnalare sottotraccia la differenza tra un loro, francofoni, e un noi, germanofoni, spesso arrivando a riprodurre la realtà in chiave grottesca negli editoriali.
"E questo è qualcosa di normale e sorprendete allo stesso tempo", dice al Foglio Antoni Pauli, storico delle relazioni intercantonali svizzere. "Perché nel caso della strage di Crans-Montana, che non poteva non sconvolgere l'intero paese, si è assistita una translocazione di tutti i pregiudizi che solitamente i cantoni tedeschi avevano sui ticinesi nei confronti della popolazione francofona: pressapochismo, faciloneria, omertà, mancanza di controllo del territorio, sono diventati in pochi giorni caratteristiche del popolo francofono, mentre per decenni queste esse venivano riscontrate prevalentemente e quasi esclusivamente tra le persone italiofone".
Lo studioso cita come esempio lampante l'articolo che il giornalista vallese di lingua tedesca Samuel Burgener ha scritto sulla Neue Zürcher Zeitung. Un articolo che parte da tutte le tragedie che hanno colpito la zona, quasi tutte naturali, come "valanghe di Reckingen ed Evolène, il crollo del ghiacciaio del bacino di Mattmark, le frane di Blatten e Randa, la frana di Gondo, tutte le inondazioni e le colate di fango, gli incidenti d'autobus a Sierre e Orsières, i devastanti incendi boschivi di Leuk, Visp e Bitche", per evidenziare come in buona parte di queste fosse emersa una preoccupante omertà di istituzioni e opinione pubblica, "una cultura del silenzio nella quale può diventare difficile stabilire una verità". Nel suo articolo, Burgener sottolinea come "il Vallese, come lo definì una volta lo scrittore Kurt Marti, è una valle del silenzio. O meglio: una valle dove il silenzio è obbligatorio. Il controllo sociale nei villaggi è efficace e l'ostracismo sociale incombe. È sempre stato così. La gente teneva la bocca chiusa, in parte per paura delle autorità. Rimaneva in silenzio quando gli insegnanti urlavano e picchiavano, e i preti predicavano e insultavano. Quando gli imprenditori edili insabbiavano e imbrogliavano, e i politici promettevano e mentivano".
Un atteggiamento che è diventato un modus operandi amministrativo, "perché nel Vallese, tutto ruota attorno al turismo, questa ancora di salvezza, e ai soldi che si devono guadagnare in poche settimane all'anno, durante l'alta stagione, frenetica e ubriaca. Non servono a nulla costose normative per le attività commerciali. Nessun rigido controllo all'ingresso per tenere i minorenni fuori dai bar. Nessun severo divieto di fuochi d'artificio. Champagne e soldi devono continuare a scorrere. Deve continuare, per giorni, settimane, generazioni".
"Omertà, imbrogli, corruzione e voglia di arricchirsi erano le caratteristiche degli italiani", spiega Pauli. Che queste siano ora traslate verso la popolazione francofona "è una novità recente, qualcosa che si è iniziata ad intravedere durante la pandemia di Covid, ma sottotraccia, diventata palese dopo i tragici eventi di Capodanno".