Ansa
Tra festa e memoria
In silenzio davanti alle ferite del Vajont prima di raggiungere le luci olimpiche di Cortina
Lungo la strada che porta a Cortina d'Ampezzo si passa per il punto in cui la frana di 280 milioni di metri cubi di terra si staccò dal monte Toc il 9 ottobre del 1963 alle ore 22,39 portandosi via quasi 2.000 persone, molte delle quali mai più ritrovate
Chi dovrà raggiungere la località di Cortina d’Ampezzo per le prossime olimpiadi invernali dovrà percorrere in molti casi la strada statale 51 del Cadore, provenendo da Belluno o da Vittorio Veneto. Quasi esattamente a metà strada tra Belluno e Pieve di Cadore la valle del Piave si fa piuttosto stretta, la strada corre fiancheggiata da alti profili scuri delle pareti dolomitiche, in questo punto aspre, dall’aspetto invalicabile. Con il pensiero rivolto alla manifestazione sportiva ai più potrebbe sfuggire una ferita nella montagna sulla sinistra del corso del fiume “sacro alla patria”, sulla destra per chi sale verso nord, esattamente all’altezza del paese di Longarone. Una profonda ferita geologica aperta lungo i millenni dal torrente Vajont che, provenendo dalla stretta valle omonima e dal Friuli, si è dovuto scavare un passaggio per gettarsi nel Piave e raggiungere il mare.
Per chi viaggia a novanta chilometri orari la vista della gola del Vajont non dura più di qualche secondo, troppo poco forse anche per accorgersi che l’uomo aveva pensato di chiudere questa ferita con una diga colossale, un manufatto che sorge ancora praticamente intatto poco sotto il comune di Casso, poco prima del punto dal quale le acque del torrente con un balzo vertiginoso raggiungessero la piana del fiume. Per vedere meglio è necessario fermarsi, magari rubare anche un giorno ai moderni sport invernali per capire meglio, per risalire la ferita fino a Casso e a Erto, per vedere con i propri occhi la frana di 280 milioni di metri cubi di terra che si staccò dal monte Toc il 9 ottobre del 1963 alle ore 22,39 portandosi via quasi 2000 persone, molte delle quali mai più ritrovate. Precipitando nel lago formato dalla diga, ampiamente prevista con estrema precisione da diversi geologi del tempo, altrettanto colpevolmente ridimensionata da molti progettisti e ingegneri, la frana sollevò una gigantesca onda che lambì i paesi di Erto e Casso cancellandone le frazioni più basse, si alzò di 150 metri sul bordo della diga per poi scaricare su Longarone 50 milioni di metri cubi di acqua, rocce e detriti che di fatto spianarono il paese di quella che un tempo era la riserva di legna della Serenissima.
“Sembra che la storia sia stata scritta da un tragico greco”, ricordava l’attore Marco Paolini in uno spettacolo di parecchi anni fa. Nel visitare i luoghi gli elementi della tragedia si ritrovano tutti. La diga: perfetta e imponente ancora oggi, frutto di un progetto tecnicamente ineccepibile ma avvelenato da una hybris colpevole. Come nell’Agamennone di Eschilo anche la tragedia del Vajont ha avuto la sua Cassandra nella persona della giornalista bellunese Tina Merlin, infaticabile nel denunciare quanto stava per accadere ma del tutto inascoltata e anche denunciata quando sembrava potesse nuocere troppo. Gli elementi naturali che si scatenano in una sera di cielo limpido, come una tempesta di aria e di acqua che si abbatte su tutto e su tutti in modo improvviso.
Fermarsi a Longarone prima o dopo le prossime olimpiadi potrebbe rivelare molto di più di quanto previsto. Gli sguardi della gente semplice di questa parte di Veneto esclusa dai fasti di Cortina, le case un po’ grigie lontane dall’immagine che molti potrebbero avere dei villaggi da cartolina, quella ferita nella montagna come una bocca da fuoco ormai scarica ma ancora perfettamente puntata, la diga oltre la quale la gente è tornata, a Erto e a Casso, a lavorare i fianchi di una montagna dura. Una dignità umana, una forza silenziosa, una semplicità che nel tempo ha saputo riprendersi e che ci insegna ancora che la storia, quella vera, merita una sosta di ricordo e di gratitudine.