L'altra strage
“Come a Crans-Montana”. La strage del “5-7” si è ripetuta, 55 anni dopo
Prima di Crans-Montana, l'incendio in un locale a Saint-Laurent-du-Pont, nell'Isère, nel 1970: quella notte morirono in 144. Intervista a uno dei soccorritori di allora
A Saint-Laurent-du-Pont, nell’Isère, Francia, c’è un monumento con 144 nomi e cognomi e dietro un tornello metallico con una scritta: “Collocati nell’atrio d’ingresso, questi tornelli, realizzati da uomini sconsiderati e avidi, causarono la morte di 144 ragazzi bruciati vivi il 1° novembre 1970”.
Era più o meno l’una e mezza quando all’interno del “5-7”, una sala da ballo e concerti parecchio in voga all’epoca – tanto che ci venivano pure da Grenoble e Aix-les-Bains (la prima è a una ventina di chilometri a sud di Saint-Laurent-du-Pont, la seconda è a una cinquantina di chilometri a nord) – per cause ancora ignote, il rivestimento fonoassorbente iniziò a bruciare. C’erano circa duecento persone all’interno del locale in quel momento. Morirono quasi tutte. “Come a Crans-Montana. Esattamente come a Crans-Montana”, ripete Julian Cialdi al Foglio. “La stessa dinamica, le stesse imperizie, la stessa strage di ragazzi. Solo che tra l’incendio del ‘5-7’ e quello de ‘La Constellation’ sono passati cinquantacinque anni e qualche mese”.
Julian Cialdi all’epoca era un diciassettenne che sognava di diventare un ciclista professionista. Non era di Saint-Laurent-du-Pont. Era nato a Carpentras, ai piedi del Mont Ventoux, e in quel borgo di tremila anime c’era finito ai primi di ottobre per lavorare alla distilleria Bonal. Quei soldi gli servivano per permettersi una primavera e un’estate da corridore dilettante. Quella sera Julian Cialdi non era nel locale. All’una e tre quarti era ancora in giro con alcuni amici a bere, era la notte tra sabato e domenica, quando sentì le urla arrivare dal “5-7”. “C’era fumo che usciva, si sentivano urla di terrore. Corremmo verso il locale”, racconta. “Davanti alla porta d’uscita c’era un tornello, uno di quelli che permettevano solo l’entrata e che per uscire serviva la chiave. Ci mettemmo minuti a sfondarlo a calci e pugni. Riuscimmo a salvare solo una cinquantina di persone. Morirono in 144. Se solo…”.
Sono molti i se che hanno tormentato Julian Cialdi in questi cinquantacinque anni. Sono rimasti lì come crepe in un muro. Se solo non ci fosse stato quel tornello. Se solo non fosse stata chiusa l’altra porta d’emergenza. Per anni l’uomo si è arrovellato. “Poi ho smesso di chiedermi tutte queste cose, forse per sfinimento. Mi sono detto che erano anni nei quali alla sicurezza non si pensava, nei quali i controlli non ce ne erano. Ero sicuro che fosse davvero così. Poi è accaduto quello che è accaduto a Crans-Montana e gli incubi sono tornati”. Come se il tempo non fosse passato. “Ho risentito l’odore di carne e capelli bruciati. Ho risentito quelle grida. Come se fosse stato ieri, come se questi cinquantacinque anni non fossero passati”.
Julian Cialdi in questi cinquantacinque anni di cose ne ha fatte parecchie. Il corridore no, non c’è riuscito. Si è fermato ai dilettanti, “qualche vittoria, ma quando ho corso contro Bernard Hinault ho capito che dovevo occuparmi di altro”. Si è dedicato al suo grande amore, la montagna. Ha studiato Biologia, ha fatto la guida alpina. Poi si è dato all’organizzazione di corse in bicicletta. “Per anni ho fatto campagne per la sicurezza dei ciclisti in gara, ho curato la sicurezza nei finali di corsa di molte gare anche di livello internazionale. Credo di aver fatto tutto questo per provare a evitare di risentirmi in colpa come mi ero sentito in colpa dopo la strage. Quando morì Andrej Kivilëv in un incidente durante la Parigi-Nizza del 2003 lottai per far diventare obbligatorio il casco nelle corse in Francia. La lotta portò all’introduzione dell’obbligatorietà, ma il mio compito era comunque fallito: avessimo, avessi, agito prima Andrej sarebbe ancora vivo”.
Le tragedie, per Julian Cialdi, possono accadere, ma “spesso sono figlie di imperizia, sottostima della prevenzione, poca lungimiranza. Al ‘5-7’ morirono 144 ragazzi perché il materiale fonoassorbente era in schiuma poliuretanica. A Crans-Montana il materiale fonoassorbente era in schiuma poliuretanica. Mi sono chiesto più volte perché venisse ancora utilizzato questo materiale, perché non ci siano stati controlli, analisi, verifiche”.
Il perché è semplice. “La schiuma poliuretanica è legale. Certo ci sono materiali migliori e più sicuri, ma la schiuma poliuretanica è ancora largamente usata”, spiega Kai Hüber, ingegnere dei materiali che si occupa della supervisione e del controllo dei sistemi di sicurezza dei locali pubblici nel Canton Ticino. “Il problema è che la schiuma poliuretanica è un mediocre fonoassorbente e dovrebbe essere coperta per essere resa ignifuga. Ed è così proprio dalla strage di Saint-Laurent-du-Pont, sia in Francia sia in Svizzera. Il problema però in entrambi i casi non è stata solo la schiuma poliuretanica, ma anche, anzi soprattutto, la gestione delle vie di fuga. Il sistema di aerazione insufficiente e la chiusura delle porte di sicurezza hanno reso i locali una trappola. E questo è ancora più inaccettabile di una schiuma poliuretanica non coperta”.