(foto Ansa)
Il Foglio Weekend
Bosco di incanto e disincanto. La famiglia austro-abruzzese e un caso che mette in disaccordo tutti
I coniugi Trevaillon, la destra e la sinistra si affrontano su una guerra culturale che non ha vincitori. Registi, scrittori e architetti per anni ci hanno convinto del bello della campagna, ma poi abitano tutti in centro a Milano e Roma
Credo di essere l’unico in Italia a non avere un’opinione precisa sulla faccenda della famigliola australiana nel bosco. E’ uno stupendo caso di cronaca, però, che mette disaccordo tutti: la destra che assolutamente vuole ridare i figli tolti dal giudice alla coppia austro-britannica abruzzese Nathan Trevaillon e Catherine Birmingham, è la stessa che interviene e sindaca su qualunque aspetto della famiglia (no all’aborto, no alle coppie gay, dovete fare tanti figli, ma solo come e nella posizione che diciamo noi)! La sinistra che è invece per le coppie libere ma anche un po’ per i giudici e generalmente non ci sta a capì più niente (da mo) è qui per la separazione (non delle carriere, ma dei bambini dai genitori austro-abruzzesi).
Va detto che Giorgia Meloni e la sua maggioranza scelgono con eccelsa cura questi “casi” a basso costo e ad altissimo impatto mediatico. Qualcuno dice: pensate se la famigliola austroabruzzese fosse stata di due papà o due mamme, la ministra Roccella mandava direttamente i droni a bombardare. Ma la destra ha imparato bene a usare la comunicazione, ha fatto passi avanti incredibili, era solo il 2007, quando Gianfranco Fini aveva appena sdoganato l’Msi (ma a quale sdoganamento siamo? Il terzo, il quarto, il ventesimo…). Bullizzati, anche loro cresciuti nei boschi, a Colle Oppio, dice, ma io sono vent’anni che vado al Colle Oppio a correre, e non ho mai visto tutti questi affollamenti. I conti non tornano. Comunque. Nel 2007 esce una leggendaria intervista a tale Sergio Mariani detto “Folgorino” (vabbè), primo marito di Danielona Fini, moglie di Gianfranco, che raccontò a Marco Damilano: “Daniela è de bosco e de riviera”, che nessuno ha mai capito cosa intendesse.
Ma non sono colpa della destra il borghismo e il boschismo: tutto, tv libri cinema ci spingono ad abbandonare le città, ad avventurarci nelle “aree interne” che non sono i lussuriosi privé di locali equivoci ma appunto boschi e paesi abbandonati. Ma se sono abbandonati un motivo ci sarà. Eppure questa propaganda colpisce ormai, nel mondo globale, soprattutto molti stranieri, che sognano di venire qui a vivere la vita di leggiadri pastori in un’Italia che neanche Goethe, aria pura, verdure, e magari qualche menestrello che canta funiculì funiculà. Poi si rendono conto che non è così, e se ne vanno.
Il caso più emblematico è la famigliola nordeuropea che si era installata due anni fa a Siracusa e dopo solo due mesi era fuggita a gambe levate. Elin Mattsson, pittrice di 42 anni, era rimasta scioccata perché le maestre siracusane dei suoi piccini non parlavano inglese madrelingua e le lezioni non si tenevano all’aperto, magari tra aedi che zufolano (e un barone von Gloeden in agguato sullo scoglio). “In Spagna avevano bambini più grandi che stavano agli incroci con luci al neon e fermavano il traffico la mattina e il pomeriggio quando i più piccoli attraversavano. In Finlandia insegni ai tuoi figli come comportarsi nel traffico in modo che possano andare da soli”, disse turbata. Incomprensioni globali, anche causa dei social, perché ormai un sottofilone instagrammatico è quello delle coppie o famiglie che calanodall’estero nei borghi italiani comprando delle catapecchie e poi filmano tutto, e siccome il “DIY”, cioè il fai da te, piace sempre, rimaniamo imbambolati a vedere come sistemano una muratura, aggiustano un cancello, cambiano una finestra.
Ce ne sono tantissimi, per tutti i gusti, dal castello alla roulotte, io sono appassionato di una coppia nelle Marche, credo svedese o danese, che ha comprato un palazzotto, e son sempre lì a dire che bello si vede il mare, quasi volendo autoconvincersi, ma poi hanno raccontato di una truffa subita da un’impresa edile, e soprattutto il marito, il classico maschio nordeuropeo, vestito di colori chiari, e molto gentile, mi sembra sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Poi c’è la coppia gay sempre straniera che ha comprato una villozza in Brianza, e la ristruttura con eccessivo entusiasmo, e ha dei robot aspirapolvere che spazzano senza tregua gli immensi pericolanti saloni, e temo sia il loro unico product placement e reddito; poi un lui e una lei con casa sul lago di Iseo, che han finito i soldi nel restauro, e stanno evidentemente male; e ancora una ragazza giovane e carina che ristruttura una villa solo con materiali ecologici, tipo muri di cartone (non cartongesso, proprio cartone), ed è una gran rompiballe, spero sia solo una recita. C’è anche tutto un trend di camperisti, un ragazzotto americano che dorme nel caravan e si lava nei ruscelli e poi naturalmente subito la sua imitazione milanese (che non è lo stesso, Yosemite non è Parco Lambro, ma non hanno mai pensato di intervistare invece i vari baraccati romani che abitano nei camper da mezzo secolo, tipo alle pendici del Gianicolo o al Flaminio? Forse sono meno telegenici).
Dopo un po’ comunque non si vede più nessuno di questi, forse tornano a vivere nei loro appartamenti nelle città inquinate ma comode o cambiano format. Ma è chiaro che chi di borgo ferisce, di borgo perisce. Il “rischio paese”, che si sa che mette sempre in fuga le multinazionali, soprattutto per l’incertezza giuridica, adesso colpisce anche chi viene a cercare un’arcadia perduta o mai esistita. E forse nell’introduzione di tanti nuovi reati come va di moda oggi andrebbe fatto quello di concorso esterno (anche internazionale) in borghismo, o induzione (non la piastra, per carità, aborrita dai neorurali) al neoruralesimo.
Sotto accusa, per primo, il cinema italiano. E in un maxiprocesso ai borghi, al bello di uscire per sempre dalle grandi città, sul banco degli imputati andrebbero le sorelle Lumière del ruralesimo, le Rohrwacher, che da anni portano avanti una bieca propaganda antiurbana. Nessuno mi toglie dalla mente che l’australiano svalvolato che vive nel bosco abruzzese abbia preso spunto da “La chimera”, l’acclamatissimo film rohrwacheriano del 2023 dove un rabdomante specializzato in tombe etrusche ma inglese vive in una baracca del tutto simile a quello della famiglia australiana, coi tetti di lamiera. E questo rabdomante, interpretato Josh O’Connor, fresco della lunga interpretazione di Re Carlo d’Inghilterra nella serie “The Crown”, ne subisce di tutti i colori, e uno pensa, dopo tutte le vessazioni nei collegi e accademie militari inglesi, invece che andare magari a San Francisco o Saint Tropez, ti butti nella baracca nella Tuscia! Poi c’è “Lazzaro Felice”, un altro Rohrwacher ma del 2018, è una specie di “Novecento” aggiornato ai tempi, con una cattiva marchesa che tiene in ostaggio i contadini, ma quando finisce il feudalesimo questi, finalmente liberi, invece che impiantare aziende tipo la Bormioli, la Barilla o la Ferrari e la Lamborghini e il distretto della piastrella e dell’automotive, come nel triangolo caro a Bertolucci, tra Parma Modena e Reggio, si smarriscono nella città naturalmente tentacolare e ivi si perdono (città pasoliniane, naturalmente, perché una sottospecie della campagna è la periferia “pasoliniana”, con baracche, Eternit, cani randagi, e tanto tanto male di vivere).
Il richiamo del borghismo è irresistibile. Anche Paolo Virzì, già supremo cantore delle borghesie urbane, con film di perfezione sociologica come “Ovosodo” e “Caterina va in città” – in città, non nel borgo, adesso ci è cascato pure lui, in “Cinque secondi” Valerio Mastandrea scopre che la villa vicina alla sua è stata occupata da dei giovani studenti e laureati che stanno facendo rivivere i vigneti abbandonati. Ritorno alla terra! E anche nell’ultima pellicola di Riccardo Milani, il regista che trasforma in oro tutto ciò che tocca, “La vita va così”, vede protagonista Efisio Mulas, un pastore sardo che combatte contro la costruzione di un resort di lusso.
Ma anche la letteratura non è da meno. L’algoritmo del grande romanzo italiano prevede: nonne e zie e prozie possibilmente sapienziali sempre nel Meridione in un realismo magico che si mischia al non finito urbanistico, invece delle palme i relitti di abusi mai condonati, tra il Salento e Vibo Valentia. Anche nella variante poliziesca con le frotte di preti, investigatori, commissarie e pure in versione preti einvestigatori che setacciano ogni parte d’Italia, da Vigata al lago Maggiore, senza mai toccare Roma e Milano. Anche i delitti, nelle città, non piacciono, vuoi mettere l’omicidio della villa o della villetta, o, meglio ancora, il mostro (nei dintorni di) Firenze nelle mille varianti, adesso anche con pista sarda nella serie appunto “Il mostro”? Sì, certo, c’è “Terrazza sentimento”, su Netflix, ma è un unicum, ed è incredibile che non sia mai stato fatto un film dentro CityLife o in qualche nuovo palazzone milanese. La campagna piace invece tantissimo, è appunto pasoliniana, è metaforica, “La villetta degli orrori” funziona molto meglio del “loft” o del “bilocale”, sempre degli orrori. Che poi in città forse anche i delitti e i reati sarebbero più facili e la suspense minore. Per esempio il geniale truffatore che si è travestito da sua madre per riscuoterne la pensione, lo ha fatto a Borgo Virgilio in provincia di Mantova, ed è subito stato smascherato. A parte che, se come dicono la pensione era di quasi tremila euro al mese, mi sento di dire che codesto trasformista avrà la muta solidarietà dell’intero Paese. Però beato figlio, l’avesse fatto a Roma, in un’anagrafe brulicante dove ti devi prenotare anni prima, nessuno se ne sarebbe mai accorto.
Anche i genocidi e gli eccidi funzionano meglio en plein air. Esaminiamo la giusta indignazione per i disastri e le carneficine a Gaza, e invece l’indifferenza per i pòri ucraini sotto le bombe russe anche ora, nell’inverno più rigido. Che noia! Uffa! E dipenderà più dall’ideologia politica o dal fatto che Gaza significa deserto, polvere, baracche, insomma esotismo, mentre a Kyiv oltre a essere bianchi come noi, vestiti come noi, abitano pure in appartamenti magari dotati di ascensore (e acqua corrente! L’acqua corrente è fondamentale nella questione, ci soffermeremo poi).
Torniamo intanto agli austro-abruzzesi. Una storia da romanzo, certo, m a anche agli scrittori che si ritirano nei borghi non va sempre bene. Perché queste campagne e questi boschi son sempre idealizzati, o tarocchi. Certo Philip Roth che faceva credere di stare perennemente rintanato nella sua casa con laghetto Upstate New York poi si è scoperto che non era proprio così, e a Manhattan poi andava a cena con Jackie Kennedy. A livello italiano, Paolo Cognetti ci ha raccontato per anni che era bellissimo abitare ruralmente in montagna, la montagna guarisce tutto, eccetera, ma poi col lancio dell’ultimo libro ha rivelato di essersi sottoposto a Tso, e se n’è tornato in città. Ma come! Ma non curava, la montagna? Un’altra vittima del borghismo fu anche il povero, sublime Giuseppe Berto, autore del “Male oscuro” e di altri romanzi, che soffriva alla Balduina e andò a stare in Calabria, con timing devastante, giusto un attimo prima dello sfacelo paesaggistico, e considerandola una terra eletta di meraviglie ambientali e intellettuali come nell’antichità. Poi, appunto, col boom arrivarono le seconde case e la distruzione del territorio (il libro “Intorno alla Calabria”, come tutte le sue cose, è meraviglioso).
Gravi responsabilità pesano anche su un’altra categoria professionale, gli architetti. Teorici della vita lenta, delle aree poco dense, del riuso e delle ricuciture di dorsali abbandonate e periferie poetiche, generalmente abitano poi tutti in centro a Milano. Carlo Ratti, curatore della appena conclusa Biennale di Architettura, ha fatto una specie di mea culpa, e di confessione con una lunga lettera al Corriere. “Vorrei raccontare la mia esperienza di ragazzino cresciuto “nel bosco” e spiegare perché oggi mi schiero dalla parte dei genitori” (abruzzesi), ha scritto. Il padre, ha raccontato, “Fu uno dei primi contadini biologici in Italia, quando quella categoria assomigliava a una specie di setta (…). Nel nostro caso (…) non si trattava dei boschi del centro Italia, ma delle colline del Monferrato negli anni Ottanta. Tuttavia, le condizioni di vita erano ugualmente pre-industriali o, forse, pre-belliche. Niente riscaldamento centralizzato. Cucina prevalentemente a legna. Una vecchia vasca da bagno con un minuscolo boiler. Letto scaldato dalle braci, soprattutto nelle notti d’inverno quando i vetri della camera da letto si ricoprivano di ricami di ghiaccio. E soprattutto, nessuna televisione, ma solo una vecchia radio Grundig che gracchiava in continuazione”.
Questa Grundig, come una madeleine a transistor, mi ha fatto ricordare anche la mia, di infanzia. Mio padre, architetto rampante nella Lombardia rampante, nei primi anni Ottanta quando non era per niente di moda, mollò tutto e si mise a fare il contadino bio, dunque poca o nulla televisione, riscaldamento flebile, coi primi pannelli solari – per fare una doccia tiepida bisognava azionare un pulsante dall’altra parte della casa, mezz’ora prima. Il latte si andava a prendere dai vicini con le mucche, in mastelli di alluminio oggi credo vietati dalla Convenzione di Ginevra. Per merenda a scuola, un frutto, che io barattavo con le proibitissime patatine fritte dei compagni. Mio padre poi era cresciuto in collegio, odiandolo, e quando facevo qualcosa di brutto come massima minaccia sibilava: ti porto in collegio! Al che io preparavo la valigetta tutto contento, perché vicino casa, verso la città, sorgeva un lussuoso palazzone dei padri Scalabriniani che immaginavo riscaldato e confortevole: ma poi la minaccia non veniva mai messa in pratica, con gran delusione mia di piccino borghista malgré soi!
Oggi va detto che adoro il borgo natìo e sogno anche i boschi (magari non abitandoci tutto l’anno, ecco) forse perché il borghismo attienealla crisi di mezza età, e in fondo un tempo uno a 50 anni si faceva la spider, ma oggi che non c’è più una lira non possiamo che andare nei borghi a un euro. Qualche mese fa per esempio sono andato a visitare un borgo disabitato in Piemonte, dove vendevano case se non a un euro (sono piemontesi, troppo orgogliosi per ammetterlo), a diecimila (terra-tetto). Ma forse suggestionato dai gialli e dalla cronaca nera, o dall’angoscia, sono scappato via.
Io amo i boschi (a piccole dosi) ma da adolescente e poi adulto divenni dopo le proibizioni patito di tv e Coca-Cola, come sempre succede perché si cresce poi per contrasti: perciò ’unica cosa che mi interessa vagamente della questione austro-abruzzese è come verranno su questi bambini. Va detto però che casa mia l’acqua corrente c’era, e del resto all’epoca c’erano altre mode, noi non si beveva semmai quella delle bottiglie di plastica, vietatissima.
Non c’era ancora la moda delle “microplastiche” che sono invece centrali nella storia dei nuovi rurali austro-abruzzesi. Il padre austro abruzzese ha raccontato infatti che in origine la loro baracca ce l’aveva, l’acqua corrente, ma ovviamente è la prima cosa che han tolto, perché si sa che le tubature nell’acqua portano microplastiche (e noi pensavamo che al limite portassero il calcare!).
Ma le plastiche, sia in versione macro (come il sondino che naturalmente non poteva andare a contatto con gli organi dei bambini austroabruzzesi) sia micro, son la nuova mania diquesti Bouvard e Pecuchet dell’ecologia di oggi. Sono questioni che cambiano spessissimo, del resto, come il vino rosso e la carne rossa e il cioccolato, che un anno fan venire il cancro e quello dopo lo contrastano. Ma la microplastica è bellissima. La microplastica è evocativa, c’è ma non si vede, è un po’ come il glutammato dei tempi nostri, che causava tutti i mali (altra passione rimasta, il dado). Poi la microplastica ha anche un’isola, che il glutammato non aveva. In qualche oceano sorge infatti l’isola delle microplastiche, che qualcuno giura di aver avvistato. Più grande di Roma, di Milano, di New York. Qualcuno giura che l’isola delle microplastiche sia più grande perfino dell’intero Abruzzo.
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