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la riflessione

La morte di Andrea Purgatori e il rapporto medico/paziente di oggi

Sergio Belardinelli

Le sfide dell'accuratezza diagnostica, la responsabilità dei medici e l'impatto dell'intelligenza artificiale nel contesto sanitario. Sullo sfondo resta la necessità di preservare la fiducia tra chi è malato e chi cura

Andrea Purgatori era sicuramente un giornalista di rango, uno dei pochi che giustificassero la presenza di un televisore in casa mia. Non sapevo nulla della sua malattia, la sua morte ha suscitato in me stupore e dispiacere, ma mai avrei immaginato che potesse diventare un caso. La discrezione che l’ha avvolta nei primissimi giorni ha solleticato la curiosità spesso morbosa da parte della cosiddetta opinione pubblica, alla quale a dire il vero non sono per nulla interessato, ma pur nel pettegolezzo sono emerse domande che, coinvolgendo sia la natura della diagnosi nella pratica medica, quindi la possibilità dell’errore e l’accertamento della verità, sia il problema del rapporto medico/paziente, meritano senz’altro un po’ d’attenzione. 

Da quanto abbiamo potuto sapere dagli organi d’informazione, il giornalista era malato; sottoposto a una tac, l’esito avrebbe evidenziato la presenza di metastasi cerebrali da trattare con radioterapia, come pare sia avvenuto. Siccome però alcuni medici avevano contestato apertamente tale diagnosi, sostenendo che non di metastasi si trattava bensì di ischemie, la famiglia vuole vederci chiaro e si è rivolta alla magistratura. E’ stata ordinata l’autopsia. Vedremo come andrà a finire.

Nel frattempo, come ho già detto, il caso Purgatori sta riproponendo alcune questioni che interessano pressoché da sempre la pratica medica. Siamo sicuri che i nostri medici esercitino sempre la loro professione in scienza e coscienza? E che significa? Siamo sicuri che l’enorme apparato tecnologico di cui essi possono disporre per le loro diagnosi sia sempre attendibile e inequivocabile? Fino a che punto una diagnosi sbagliata può configurarsi come un reato? In che misura il timore di essere chiamati a rispondere delle proprie decisioni in tribunale potrebbe indurre un medico a non rischiare pratiche che potrebbero salvare la vita di un paziente ma potrebbero anche procurargli un danno o addirittura la morte?

Non tutte queste domande sono forse pertinenti in ordine alla triste vicenda di Purgatori, ma alcune sicuramente sì. In ogni caso i bioeticisti le conoscono tutte molto bene. Di primo acchito si può avere l’impressione che siano facili da dipanare, ma non è così. Ad esempio, l’intelligenza artificiale, che sempre di più viene utilizzata nelle diverse pratiche mediche e chirurgiche, sta cambiando i connotati di queste domande e più ancora lo farà in futuro. Un medico non agisce certo in scienza e coscienza se, poniamo, non si preoccupa di informarsi sulle ultime tecniche diagnostiche, informandone anche il paziente. Ma il tal medico non può nemmeno affidarsi ciecamente ed esclusivamente agli strumenti di cui dispone. Gli strumenti tecnici in generale e, oggi, l’intelligenza artificiale possono accrescere enormemente l’efficacia della medicina, ma potrebbero anche stravolgere la funzione del medico, riducendolo a un semplice esecutore di “ordini” che vengono dalle macchine. Pur con tutta la fiducia che possiamo riporre nelle più avanzate tecniche diagnostiche, è  sempre e soltanto la relazione che abbiamo col medico che ci dà sicurezza. Guai dunque a trascurarne l’importanza. Come scriveva Karl Jaspers negli anni Cinquanta del secolo scorso, “grandi successi terapeutici vengono quotidianamente conseguiti su innumerevoli malati. Ma, cosa stupefacente, vi è un’insoddisfazione crescente, tanto presso i medici, quanto presso i malati”.

Non ho nessuna nostalgia per i tempi in cui la figura del medico coincideva con la figura magica e misteriosa dello stregone. Da ragazzino anch’io lo guardavo così. Nessuno avrebbe minimamente osato mettere in discussione una sua qualsiasi decisione. Si pendeva semplicemente dalle sue labbra. Se poi si moriva, era soltanto per la solita, tragica fatalità. Oggi invece, fortunatamente, le cose sono cambiate. Si può tranquillamente affermare che alcuni medici sono bravi e altri lo sono di meno o non lo sono affatto. I malati hanno il diritto di essere informati e il loro consenso è fondamentale per sottoporli a qualsiasi cura. Anche il medico viene giustamente chiamato a rispondere di ciò che fa. E’ inammissibile che si confonda una traccia d’ischemia con una metastasi, anche se non ogni errore diagnostico configura automaticamente un reato. In ogni caso su questo nuovo clima che contraddistingue l’odierna pratica medica grava una sorta di cappa di inautenticità. Di fatto solo pochissimi privilegiati possono scegliere da chi farsi curare; il cosiddetto consenso informato è diventato una pratica per lo più automatica e irriflessiva; ci mettiamo nelle mani di qualcuno, spesso semplicemente perché non abbiamo scelta, oppure col timore di non avere elementi sufficienti per fare la scelta giusta (non li avremo mai). Quanto ai medici, essi sanno bene che una diagnosi o una cura sbagliata stanno pericolosamente diventando un reato; il nuovo contesto li spinge sempre di più a seguire pedissequamente i cosiddetti protocolli, onde evitare rischi di sorta. In tutti i casi si avverte una crescente erosione di fiducia, l’unica risorsa capace di rendere umana la relazione medico/paziente. 

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