Foto LaPresse / Markus Schreiber 

“Mamma, com'è difficile”. Chissà cosa si augurano le madri ucraine

Annalena Benini

I giovani ucraini sentono parlare di invasione da quando sono nati e conoscono bene la storia dei genitori e dei nonni. Ma ora la guerra chiede spietata ai ventenni cosa vogliono essere: quelli che soccombono o quelli che combattono

I civili tra i diciotto e i sessant’anni di nazionalità ucraina sono chiamati a difendere il proprio paese dall’invasione russa. I civili di diciott’anni sono nati nel 2004 a tre ore da qui, sono andati a scuola a tre ore da qui, stanno con la faccia dentro i telefoni come noi e come i nostri figli, sognano di andare a studiare a Parigi o a Londra o a Roma o non vogliono studiare più, come mio figlio che proprio esclude di voler mai andare all’università. Ma adesso li bombardano, e ragazzi nati quindici anni dopo la caduta del Muro di Berlino hanno la necessità e il coraggio di difendere la loro libertà, come dice Zelensky, per essere uguali a noi, come dice Zelensky: per diventare occidente e per non accettare di essere schiavi. L’attacco della Russia mira, tra le altre cose, a vietare proprio il sogno di andare a studiare a Parigi o a Londra, di fare l’Erasmus, di manifestare, di contestare, di vivere la giovinezza che noi conosciamo e che riteniamo un diritto per tutti i nostri figli.


Il diritto anche di cantare Il disertore di Boris Vian e di crederci fino in fondo: “Ma io non sono qui egregio presidente per ammazzar la gente più o meno come me”. Abbiamo visto l’ambasciatore ucraino alle Nazioni Unite leggere i messaggi di un soldato russo a sua madre, poco prima di essere ucciso. La madre lo credeva in Crimea a fare un’esercitazione, voleva mandargli un pacco, e invece lui era in Ucraina e le scriveva: ho paura. “Mamma, com’è difficile: c’è una guerra vera qui”. La guerra vera è quella che può sempre arrivare e chiede spietatamente anche a un ragazzo di diciott’anni che cosa vuole essere: uno che accetta la prepotenza e soccombe o uno che combatte la prepotenza e non accetta che la libertà gli venga tolta. I giovani ucraini sentono parlare di invasione da quando sono nati e conoscono bene la storia dei genitori e dei nonni, conoscono quella condizione di conflitto perenne, e negli ultimi mesi si sono allenati a rotolare nella neve, a mantenere la calma, a sapere dove si trova il rifugio più vicino, a marciare.

A tenere in mano un fucile. Sanno già da tempo mettere il nastro isolante alle finestre. Il senso del pericolo è alto, così come le aspirazioni, l’energia, perfino l’euforia,  e la volontà di non soccombere. La fierezza di tenere testa alla potenza arrogante. 


Ma questa è una guerra vera e la verità è che i ventenni la combattono. Non possono andarsene. Non vogliono andarsene, vogliono il loro paese libero. Non so che cosa pensino le loro madri adesso, se pregano perché l’Ucraina si arrenda immediatamente o se preparano le molotov insieme ai figli, non so se li incitano a nascondersi nelle zone più tranquille del paese o accettano il rischio della morte, nel 2022, ammazzati da una bomba o da un fucile mentre dicono di no all’aggressione russa. Mentre dicono di sì a noi, a quello che rappresentiamo, alle nostre giovinezze al sicuro, e soprattutto alla voglia di dire basta alla necessità di doversi difendere sempre. Però “mamma, com’è difficile”. 
 

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.