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Tutto un caos sulle email di Hillary e poi nessuno ci dirà mai quel che è davvero importante sapere

10 Marzo 2015 alle 06:18

Che cosa vorreste sapere di quel che c’è scritto nelle email di Hillary Clinton spedite e ricevute dal suo account personale, in totale spregio dei server del dipartimento di stato, e senza uno straccio di collaboratore, amico o parente che le dicesse: signora, guardi che sta violando la legge? Prima di tutto c’è da risolvere il mistero del “22”. L’indirizzo email di Hillary è: HDR22@clintonemail.com. “HDR” sta per Hillary Diane Rodham, e fin qui è facile. Ma il 22? Ci sono molte teorie in proposito, una più garbata dell’altra, come capita spesso con Hillary, Vanity Fair le ha messe in fila, cominciando da quella lanciata su Twitter da Zeke Miller, giornalista di Time: “22 significa che è a metà della strada per diventare il presidente numero 44”, che sarebbe Barack Obama. Cioè, secondo questa ricostruzione, Hillary ci tiene moltissimo a ricordarsi, ogni volta che invia un’email, del più grande fallimento della sua vita. Tra tutte le ipotesi circolate, ce n’è una che vale davvero: “22” sono gli anni di Hillary quando conobbe Bill – questa sarebbe la vittoria assoluta del romanticismo su tutto il chiacchiericcio attorno a uno scandalo così poco scandaloso che ormai restano soltanto gli elenchi, senza nemmeno un post-it, delle cinque o otto o dieci domande a Hillary ancora senza risposta.
Mentre Obama, cavalleresco come è suo costume, diceva di non sapere nulla della faccenda, “l’ho scoperto come tutti dalle news”, Hillary si era già preoccupata di far sapere che renderà disponibili 55 mila pagine con le sue email. Ora: 55 mila email? Sono tante, sono poche, sono tutte? Se il metro di confronto è Lindsay Graham, senatore repubblicano di lungo corso, 55 mila email sono un’enormità: “I don’t email”, ha detto Graham, “potete ottenere tutte le email che ho inviato nella vita, perché non ne ho mai mandata nessuna” (se tutto il mondo fosse come Graham, sarebbe fallita anche l’Nsa). Uno dei problemi con Hillary è che non ci sono email del fatidico giorno in cui è scoppiata la crisi a Bengasi, in Libia, quella in cui è rimasto ucciso il diplomatico americano Chris Stevens, quella per cui Hillary ha pianto davanti al Congresso (sì ha pianto un’altra volta, l’ex first lady è una da cui c’è sempre da imparare), quella che ancora non è stata compresa perché la meraviglia della trasparenza obamiana è che se una cosa non si deve sapere non si saprà mai. Di quel giorno, nei documenti forniti da Hillary, non c’è alcuna email. Vi pare possibile? I repubblicani sono convinti di no, e così in un attimo il mail-gate è tornato a essere il Bengasi-gate, cioè una delle armi più appuntite nelle mani dei repubblicani. Così come è tornata a far parlare di sé Huma Abedin, collaboratrice di Hillary al dipartimento di stato e moglie di Anthony Weiner, il politico che mandava foto del suo pacco su Twitter e sosteneva di essere vittima di un hackeraggio: ci sarebbe un carteggio, sempre nei server clintoniani segretissimi (c’è qualcuno che ancora crede alla favola della segretezza?) tra Hillary, Huma e Nagla Mahmoud, moglie dell’ex presidente egiziano della Fratellanza musulmana Mohammed Morsi. I giudici hanno già richiesto di poter consultare queste email, perché Huma è accusata (sempre dai repubblicani) di essere al servizio della Fratellanza, e perché pure con Morsi gli americani hanno fatto un gran caos. E mentre siamo qui a sperare che da quelle email sbuchi anche qualcosa di personale, chessò un consiglio alla moglie tradita, un manuale per riprendersi un marito esibizionista o meglio un elenco di punizioni a vita che valga per ogni genere di tradimento, ieri i sondaggi hanno fatto capire che nessuna di queste curiosità sarà esaudita. Di questo scandalo agli elettori non interessa molto: oggi Hillary ha venti punti percentuali di consenso in più di quelli che aveva otto anni fa, cioè prima di essere malamente battuta da Obama, e alle primarie manca ancora un secolo, lo scandalo sarà archiviato assieme alle email. Ancora resterà un’unica, grande curiosità: che succede se poi Hillary davvero non si candida?

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