La voce di Rosa e il ritmo sconvolgente dei brasiliani devoti al suo coração

Se vi sia un rapporto, e quale, fra la musica che si definisce “classica”, contentandosi della denominazione, e l’altra “leggera”, e per noi pesantissima, fino alla gravità, è questione che resterà aperta.

17 Luglio 2011 alle 00:00

Se vi sia un rapporto, e quale, fra la musica che si definisce “classica”, contentandosi della denominazione, e l’altra “leggera”, e per noi pesantissima, fino alla gravità, è questione che resterà aperta. Intanto, peraltro, continuerà ad essere necessario, imprescindibile il rapporto. Incredibilmente, i primi tentativi di intesa sono provenuti dal versante moderno, e, invero, con grande simpatia: chi avrebbe pensato, ad esempio, al tango, quale veicolo di una seriosità classica appunto? Naturalmente, la “porte étroite” venne socchiusa dalla musica spagnuola, che poi sarebbe stato più esatto definire andalusa, tale essendo il materiale legato a quella regione e al suo passato glorioso. Ma un passo addirittura impensabile fu quello compiuto dal jazz: a qualche decennio di distanza la sua “leggerezza” contende il diritto alla denominazione: e, ad esempio, l’Ebony Concerto di Strawinsky (lo Strawinsky con vu semplice) sembra più abbordabile di molti blues impeccabilmente occidentali.

Decisivo ci sembra ora il rapporto con la canzone brasiliana: intendiamo rifarci agli anni Trenta, quando Darius Milhaud era segretario presso l’ambasciata francese a Rio de Janeiro, allora capitale.

Si sa che il musicista frequentava molto assiduamente ambienti che non avrebbe accettato di frequentare a Parigi. Vi riportava peraltro un’eredità preziosa, perla del folclore: un metro irresistibile. Semplicemente, si tratta di una suddivisione della battuta in 2 / 4. Se per avventura l’ascoltatore inesperto la accenta sulle due sedi, non avrà che una scialba idea di cosa sia, stante il tempo rapido, la meravigliosa sfacciataggine del ritmo. Milhaud avrebbe poi dedotto da quella esperienza una sigla: croma con punto, croma con punto, croma. Su tale cellula si fonderanno molte partiture, e in esse una sconvolgente saudade. (Sentimmo un illustre compositore francese leggere sodád: horresco referens).

Ben sanno come comportarsi, proprio sul piano ritmico, innumerevoli complessi che infuriano su tutta l’area litoranea (il discorso sarebbe diverso affatto per il sertão). Quando l’esecuzione è fervente, di comunicazione immediata, è impossibile resistere: si è forzati a partecipare.

Così sta accadendo nella tournée del gruppo Nó de marinheiro, nodo di marinaio: in questi giorni vagabonda per l’Italia, e con immensa, violenta corrispondenza. Ancorato naturalmente ai promotori davvero “classici”, quali Jobim, Barroso, Gil o Moreiro, il gruppo mostra, anche ad un ascoltatore non iniziato, una splendida autonomia, legata ovviamente all’origine ben precisa: non a caso si proviene da uno stato all’altro: un cearense non è un mineiro, né un paulista un carioca.

Lo spettacolo “Brasil pandeiro” (questo essendo – per gli ignari – un piccolo tamburo, decisamente sconvolgente) deve ormai la sua fama alla presenza di una star, Marlene Rosa, belo-horizontina. Ha una voce vibrante, decisamente scura, salvo poi se svetti in zone più impervie, e una rara capacità di attuare, per dir così, i sottintesi delle melodie irresistibili. Sfilano, accanto a canzoni ormai famose, motivi che sembrano esaltare la lingua, il miracolo che fu il portoghese della tradizione: conservandone ogni incantesimo, ed aggiungendovi il brivido di una fonazione affatto imprevedibile. Se per caso qualcuno pensasse di intenderne il testo, si disilluda: è una sequenza di imprevedibili fonemi, dai quali sguscia fuori, di tanto in tanto, un “amor” o un “coração”, ed è tutto: potrebbe essere un rituale esoterico, guidato dal fascino della cantatrice; e anche, certo, una provocazione.

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