Contro Mastro Ciliegia

Antonio e Giuseppe Conte, la strana lagna populista che accomuna la lamentela fissa

Maurizio Crippa

Il calcio, la politica e le lamentele. I due omonimi si somgiliano più di quanto sembri. Ecco due populismi a specchio, tra vittimismo, continui alibi e sconfitte raccontate come complotti

"Mettere la metafora sportiva come metafora della vita è sbagliato. Assolutamente sbagliato. La vita non è un campionato, è un’altra cosa”. L’ha detto Julio Velasco a Corrado Augias, uno che della metafora della vita come un sport di endurance ha fatto un marchio, e chi siamo noi per dissentire da Velasco? Se è per quello poi, la vita oltre a non essere un campionato non è nemmeno una coppa europea. Il che può essere persino consolante, se una sera di gennaio a Fuorigrotta ti ritrovi trentesimo su trentasei, un disastro anche senza le metafore, fuori da qualsiasi campo largo del calcio europeo, una figuraccia che in Italia non si ricordava dal 2013, c’era il governo Letta per dire l’archeologia. “L’ultima volta che i campioni d’Italia in carica non si erano qualificati per la fase finale era stata 12 anni fa: indovinate chi era l’allenatore”, ha scritto con tocco maramaldo un giornale di solito molto devoto alla dogmatica di non offendere nessuno, figurarsi percularlo. Ma il caso era troppo gustoso. L’allenatore ovviamente è Antonio Conte, che ora del suo Napoli si dice “orgoglioso e amareggiato”, ma 8 punti in 8 partite quest’anno in Champions e 7 eliminazioni precoci su 7 in carriera non sono proprio score di cui andare fieri. Lo sport non è una metafora della vita né viceversa, diceva Woody Allen che al limite la vita imita la cattiva televisione. Epperò c’è almeno un aspetto della vita che aspira a diventare una metafora sportiva: la politica. Che ormai è ridotta a chi si mena di più, nella versione wrestler trumpiana, o a chi frigna di più accampando scuse dopo averle prese. In questo, in Italia si assiste a un fenomeno strano, quasi un incantamento. La perfetta intercambiabilità di Antonio Conte, l’allenatore, con il suo casuale omonimo – ma non c’è mai casualità nelle affinità elettive, anche senza aver letto Goethe – Giuseppe Conte, il fu avvocato del popolo ora iscritto a qualsiasi gara pur di vincere qualcosa. Il tratto che li accomuna, quasi a specchio, un effetto Fata Morgana, è il populismo. L’allenatore del popolo, l’allenatore come capopopolo, e il politico del popolo. Conte, l’allenatore, è famoso per buttarla sempre in lamentela da curva quando perde: gli altri sono molto più ricchi e spendono più di noi (ADL di solito tace, ma è chiaro che gli girano come le eliche dello yacht pensando ai soldi spesi la scorsa estate), anzi siamo danneggiati “dal sistema” perché mi hanno comprato troppi giocatori e non so più dove metterli (immaginarsi le eliche da transatlantico degli allenatori senza un ghello). Il calendario? Eh, beati i poveri che giocano una volta alla settimana, pensa a noi, come possiamo fare. Stracciaculismo ridicolo, infatti ieri ridevano tutti, è come dire beati quelli che mangiano solo una volta al giorno. Se vi togliete il Napoli dagli occhi e ascoltate solo le parole, sembra di sentire Conte, Giuseppe, quando di lamenta dei salari bassi e del popolo che ha fame, lui che ha nella campagna acquisti del superbonus ha buttato più soldi di tutti i bidoni della Serie A messi assieme. O quando dice che non si possono mettere soldi per le armi perché vuol dire toglierli agli ospedali. No che il calcio non è la metafora della politica. Ma peggio di un Conte c’è solo un Conte.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"