FACCE DISPARI

Gianluca Curti: “L'enigma di Giuda al cinema, un racconto senza conformismi”

Francesco Palmieri

"Una storia importante narrata in modo diverso, di forte impatto anche se chi la guarda è animato da semplice curiosità storica", dice il presidente e ceo del gruppo Minerva

Più che un tema è un temone: la vicenda di Giuda Iscariota coi suoi molteplici, insondabili significati ha ispirato decine di teologi, romanzieri e pensatori. Dal 2 aprile arriverà nelle sale cinematografiche italiane con un film scritto e diretto da Giulio Base, presentato fuori concorso al Festival di Locarno e prodotto da Minerva Pictures con Agnus Dei Production e Rai Cinema.

Gianluca Curti, presidente e ceo del gruppo Minerva, ha sostenuto “Il Vangelo di Giuda” non soltanto come imprenditore ma da credente. Al pari del regista, che si laureò in teologia all’Augustinianum quando lo dirigeva l’attuale pontefice Leone XIV.

 

Perché Giuda?

Conosco Giulio Base da quando eravamo ragazzi, abbiamo già lavorato insieme e siamo entrambi cattolici praticanti. Quando s’appassionò alla storia di Giuda coinvolse anche me nelle sue letture e da questo scambio è scaturito il progetto del film, che ripropone tutti gli interrogativi suscitati dal personaggio. C’era un disegno divino, qualcuno doveva perpetrare il tradimento di Gesù, che lo sapeva e nulla fece per evitarne la consumazione. C’è la voce narrante, quella di Giancarlo Giannini per l’edizione italiana, che accompagna la vicenda e restituisce tutta la complessità interiore di Giuda dalla nascita alla fine. È un film crudo, alla Mel Gibson, ma con un finale che resta sospeso e fa pensare a un inno d’amore. Direi che è un film insolito nella produzione italiana.

 

Insolito come?

È un racconto non conformista né manierista, inconsueto non soltanto per tematica ma per la gestione dell’oggetto cinematografico. Rinuncia quasi completamente ai dialoghi lasciando spazio al flusso narrativo. Nulla da spartire con tutte quelle storie sulla bella borghesia che ormai mi stanco di vedere.
 

Cosa può comunicare “Il Vangelo di Giuda” allo spettatore agnostico o ateo?

Una storia importante narrata in modo diverso, di forte impatto anche se chi la guarda è animato da semplice curiosità storica. Per il credente invece, parlo per me: ne sono uscito più innamorato ancora della figura di Gesù, ma anche più comprensivo verso quella di Giuda.

 

Sarà distribuito all’estero?

Lo abbiamo già venduto in più di venti paesi tra cui Polonia, Irlanda, Spagna, Canada, Stati Uniti e in Sudamerica.

 

Quali altri film ha in produzione?

Stiamo terminando le riprese di un’opera con cui Antonia Liskova esordisce da regista, una favola contemporanea intitolata “Il mio nemico immaginario” con Fabio Volo, Giulia Bevilacqua, Loretta Goggi e i bambini, che ne sono i veri protagonisti. Sono in corso anche le riprese del musical “Costanera” di Mauro Díez Concari con musiche di Raphael Gualazzi, dove torna sul set la protagonista di “Parthenope”, Celeste Dalla Porta.
 

Si associa alle grida di dolore che si levano da una parte del cinema italiano?

Sono dell’idea, anche da presidente di Cna Cinema e Audiovisivo, che bisogna fare la minestra con gli ingredienti che ci sono. Poteva andare meglio ma anche peggio tenendo conto della difficile congiuntura internazionale. La rimodulazione del tax credit mi sembra sensata e il nuovo direttore generale del Ministero della Cultura per il Cinema, Giorgio Carlo Brugnoni, è un interlocutore molto volenteroso. Si può recuperare il tempo perduto e si potranno individuare ancora soluzioni condivise.
 

È ottimista?

L’avvento delle piattaforme ha incrementato moltissimo la produzione: bella o brutta, comunque si lavora di più. Se una volta andare al cinema era anche o soprattutto una forma d’aggregazione, oggi si va in sala con una consapevolezza più mirata verso il film che interessa. Non è una guerra con le piattaforme, ma una sana competizione. L’importante è che un’opera sia fatta bene, perché il riconoscimento deve arrivare sempre dal pubblico al di là delle forme di fruizione.

 

Qual è il cinema che ha più amato da spettatore? Tre film dal catalogo Minerva.

Tra quelli prodotti da mio padre “Milano calibro 9” di Fernando Di Leo: l’avrò visto trecento volte e ne abbiamo appena fatto un bellissimo restauro oltre a un remake di Toni D’Angelo, “Calibro 9”, nel 2020; poi “Uomini si nasce poliziotti si muore” di Ruggero Deodato; e ancora Di Leo con “Avere vent’anni”. Tra i film prodotti da me “Fortapàsc” di Marco Risi, “Addio al nubilato” di Francesco Apolloni e “Falchi” di D’Angelo con il compianto amico Gaetano Di Vaio.
 

Quanti titoli avete in catalogo?

Minerva ne conta oltre 2.700 tra film di proprietà e licenze. Ci siamo spostati dai supporti fisici ai canali digitali, sia gratuiti che a pagamento, e operiamo da editori in un vasto microcosmo da YouTube ad Amazon.
 

Cosa le ha insegnato suo padre Ermanno?

Due cose fondamentali: la prima è che in questo lavoro bisogna imparare innanzitutto con gli occhi e ascoltare chi ne sa più di te sul set e fuori; la seconda è che l’industria del cinema non prevede periodi morti, è come un campionato di calcio che non finisce mai e non esistono le partite amichevoli. La costanza, perciò, è la dote fondamentale.