Lezioni di comicità. Chiacchiere con Fabio De Luigi

Deluigitudine, o dell’arte di non prendersi sul serio e mettere tutti d’accordo. E di raccontare i bambini e la genitorialità senza isteria. Come in “Un bel giorno”, il film in uscita, che non vuole spiegare nulla a nessuno. C’è un ragazzo vittima di bullismo, “ma senza pietismo, è a servizio della storia”

Fabio De Luigi è rilassato. Arriva ora dalla proiezione del suo film che ha visto per la prima volta con la troupe e il cast. L’aria ancora un po’ sorpresa - la faccia di chi ha scoperto di aver passato un esame anche se non ci contava. “Quando vedi il film finito arriva la resa dei conti… non sai mai se quello che hai fatto ha senso… Però mi sembravano tutti contenti… I ragazzi dicono che è volato: ormai è il complimento più bello che possono farti”. Sembra quasi infastidito dall’ammettere che in fondo non è venuto poi così male.


Siamo in un piccolo ristorante di Prati, Roma Nord, per parlare di “Un bel giorno” – che esce il 5 marzo, finita l’onda lunga dell’effetto Zalone, scavallato Sanremo. Fabio De Luigi indossa un maglione scuro, pantaloni qualsiasi – niente di ricercato. Sono felice mi abbia dato appuntamento in un posto normale: non un locale glamour con la gente in tiro, non un “temporary restaurant” con gli influencer che fanno i reel. E’ invece il tipo di posto che vedresti in una rom-com con Fabio De Luigi. Ordiniamo pollo fritto e Ribolla gialla e dico subito che il film è piaciuto anche a me, ma io non faccio testo. Spesso i film italiani mi deprimono, comici inclusi, ma ho un debole per i suoi “feel-good movie”, ho un debole per la deluigitudine: quei film pieni di bambini ingestibili e De Luigi barbiere hipster, De Luigi responsabile delle risorse umane nei supermercati, la trilogia dei “Dieci giorni” (“senza mamma”, “con Babbo Natale”, “con i suoi”), dove si chiama Carlo Rovelli, proprio come il fisico putiniano e filocinese, “ma è un caso, una coincidenza”, mi dice subito.

  
“Un bel giorno” è il suo quarto film da regista, di nuovo in coppia con Virginia Raffaele, come in “Tre di troppo”, ma con più figli di prima. Fabio De Luigi è Tommaso, vedovo, montatore di infissi, quattro figlie femmine: tutte le età difficili schierate una dopo l’altra, inclusa una bambina che tira con l’arco e naturalmente si allena a casa.  “Nessuno può reggere un vedovo con quattro figlie e un cane, neanche l’analista”, dice a un certo punto Tommaso. L’idea delle figlie è rimetterlo in pista, tirarlo fuori di casa, mandarlo in giro con una camicetta cool (“ce l’ha anche Ryan Gosling”). Fabio De Luigi e Virginia Raffaele sono come al solito perfetti: ritmo, movimenti, occhiate, alchimia da screwball comedy. La coppia migliore del cinema italiano. Come tutti i suoi film, anche questo non manda messaggi, non spiega nulla, non vuole essere d’esempio per niente e nessuno – nonostante nel cast ci sia un adolescente molto sensibile, vittima di bullismo, cosa che in altri film italiani sarebbe stata sventolata di più. “Ma è un ruolo in cui non c’è alcun pietismo, è messo al servizio della storia. Scrivendo il film avevamo lasciato la parte un po’ aperta, sapevamo che l’avrebbe modellata chi avrebbe preso il ruolo”. Trovo che insieme a Checco Zalone (cioè a Gennaro Nunziante), sia il più bravo in Italia a dirigere bambini e adolescenti sul set.

  

I figli di Fabio De Luigi sono adolescenti. “Una volta mio figlio mi ha detto ‘sei un meme’. Pensavo fosse un complimento, ma temo non lo sia”

  
Il fatto è che Fabio De Luigi mette d’accordo un po’ tutti. Difficile trovare in giro qualcuno che non lo sopporti. Anche le dottorande che lavorano con me in università sono pazze di lui. Fan sfegatate. “Perché non fa mai l’artista, non se la tira, non si prende sul serio… e poi lo guardi nei film e sei felice” – deluigitudine in purezza. Naturalmente non ho detto loro che lo avrei incontrato, avrebbero preteso come minimo un vocale con dedica. Loro sono cresciute con “Love Bugs” – quindi deluigiane di seconda generazione, quella che l’ha scoperto dopo i personaggi di “Mai dire Goal”. “Love Bugs” era una sitcom in pillole che andava in onda su Italia Uno una ventina d’anni fa. Sketch della vita di coppia, gag, piccoli bisticci, cose così. Fabio De Luigi recita nelle prime due stagioni – una con Michelle Hunziker, poi con Elisabetta Canalis. Le puntate duravano mezz’ora: erano già perfette per Instagram e TikTok prima di Instagram e TikTok. Fabio De Luigi “non era il fidanzato che avresti voluto avere ma il fidanzato che hai”, mi dicono. E trovo sia un gran bel complimento.  Superando i cinquanta – “l’età del crollo”, come la definisce brandendo uno stick di pollo fritto – è diventato meno a forma di fidanzato-orsacchione. E’ diventato più sexy, più “sugar daddy”. Non solo è ancora molto in forma (“anni di sport, sai, il baseball da giovane”), ma c’è qualcosa che il tempo gli ha aggiunto. Sarà il solito cliché, sarà l’avanzo di patriarcato dell’uomo che invecchiando diventa più affascinante, ma mentre siamo qui che beviamo il nostro Ribolla, dagli altri tavoli le donne gettano un’occhiata appena possono. L’aria vissuta gli dà un tocco più macho anche nei family movie: è il papà che si commuove alla recita dei figli, ti porta la colazione a letto, volendo sa cambiare un fusibile. Però c’è sempre un po’ di “medioman” in tutto quello che fa. “Nella vita non sono così succube degli eventi… Sono uno che reagisce alla avversità”, tiene a precisare. Quando non lavora porta fuori il cane, legge, fa la spesa, cucina, fa la pizza (buona, a quanto pare). “Quando sono in forma scarico anche la lavastoviglie, ma non la carico: per mia moglie i piatti non sono mai messi bene, c’è un ordine, una geometria precisa, è tipo ‘Tetris’”. Capisco, io vengo umiliato anche quando la scarico.


Nel paese dove non si fanno figli e la genitorialità è raccontata quasi sempre in modo isterico, drammatico, colpevolizzante, questi film con Fabio De Luigi pieni di bambini restano un’anomalia. Bambini che non sono un problema da risolvere né una scelta da rivendicare. Ci sono e basta. Ti incasinano la vita, com’è ovvio e giusto che sia. “Quando ero giovane sentivo sempre dire: ‘Guarda che i figli ti cambiano la vita’… poi sono arrivati i figli, la vita mi è cambiata… Ma meno male! Più che altro però è cambiato il modo in cui oggi li guardiamo”. La genitorialità e la non-genitorialità sono diventate due squadre che si fronteggiano. Tutto polarizzato anche qui: quelli che a quarant’anni trovano inconcepibile rinunciare allo spritz perché c’è da preparare la pappa, e quelli che diventano genitori come entrassero in un ordine religioso e pensano che il massimo della vita sia una serata con le repliche di Peppa Pig, e peccato per gli altri, non sanno cosa si perdono. I figli di Fabio De Luigi sono adolescenti. Vedono i suoi film? Che ne pensano? “Mah…sì, dicono ‘bomba’, ‘spacca’, ma non so se gli piacciano davvero, io poi non glielo chiedo, non indago, evito di metterli in difficoltà. Una volta mio figlio mi ha detto ‘sei un meme’. Pensavo fosse un complimento, ma temo non lo sia”. O forse sì. Chissà.

  

Ancora oggi gli chiedono di fare Medioman, Bum Bum Picozza, l’Ingegner Cane. E sono sempre i personaggi ad adattarsi a lui

  
Da “Mai Dire Goal” in poi ci sono stati tanti personaggi. Ancora oggi gli chiedono sempre di fare Medioman, Olmo, Bum Bum Picozza, l’Ingegner Cane – tornato di grande attualità col ponte di Messina, “un personaggio che era modellato su Lunardi, ministro delle infrastrutture di un paio di governi Berlusconi, tra i primi a presentarsi col caschetto in tv”. Ormai lo fanno tutti. Gualtieri, sindaco di Roma, se lo tiene accanto al cuscino. Però – e qui sta la bravura, il sortilegio – in questa lunga galleria di personaggi Fabio De Luigi è sempre Fabio De Luigi: negli sketch, nelle gag, nei cinepanettoni, a teatro, nei film dov’è attore, in quelli che dirige. Sono i personaggi che si adattano a lui.
Ha scelto di vivere a Santarcangelo di Romagna, ventidue mila abitanti, dieci chilometri dal mare, vicino Rimini, dove è nato. Quindi non Milano dove pure ha vissuto per un po’, non Roma dove forse oggi vivrebbe. La cosa ha i suoi vantaggi: “Quando sono a casa stacco tutto, non c’è vita sociale paracinematografica o televisiva da fare”. Santarcangelo è famoso per due cose: un festival di teatro nato negli anni Settanta, molto off, molto impegnato e “di ricerca”, e Tonino Guerra, che era anche prozio di Fabio De Luigi, fratello di sua nonna – quindi Fellini, Antonioni, Tarkovskij. “Lui era molto affettuoso. Da ragazzo, quando cominciai a fare le prime cose a teatro e poi in tv ogni tanto mi chiamava… Mi diceva ‘dai vieni su, domani c’è Angelopoulos’… E loro erano lì che magari scrivevano ‘Lo sguardo di Ulisse’… Ma io mi vergognavo, alla fine non ci andavo”. Ma chissà: forse anche Angelopoulos era fan dell’Ingegner Cane. L’inizio col cinema comunque fu traumatico. Segnato da una leggendaria figura di merda. Il film era “Nitrato d’Argento”, ultimo di Marco Ferreri. “Avevo appena cominciato, il casting mi aveva portato lì quasi per caso. Non so come mi abbiano preso. C’erano due scene: una nel foyer, una in sala –  quella dove si proiettava ‘La Grande Abbuffata’ davanti a delle sagome, che non ho mai capito se fosse una scelta estetica, l’allegoria della fine del cinema, gli spettatori burattini, quella roba lì… O solo un problema di budget. Facevo un contestatore di sinistra che aveva da ridire su Ferreri. Ho una sola battuta, ma mi inceppo subito. E allora dico: ‘Stop, scusate, la rifacciamo’. Ti rendi conto? Ferreri è uscito fuori imbestialito, ‘non ti devi permettere mai più di dire STOOOOOP!’”. Fabio De Luigi la racconta come una scena madre: “Chissà, forse mi sono messo a fare film per questo… Per poter dire ‘stop’ quando cazzo mi pare”.

 

Il ricordo traumatico del primo film, diretto da Marco Ferreri. “Ho una sola battuta, ma mi inceppo subito. E allora dico: ‘Stop, scusate, la rifacciamo’”

 

Sempre da ragazzo amava Nanni Moretti. “Mi piaceva molto. Sapevo ‘Bianca’ a memoria. Me lo vedevo in Vhs. Avevo anche una copia rarissima di ‘Io sono un autarchico’. Una volta vado al Festival di Venezia, da spettatore, avrò avuto vent’anni. Vedo passare Nanni Moretti… Vorrei andare a dirgli qualcosa, poi mi guardo le scarpe, avevo delle scarpe da tennis orribili… E niente, mi blocco: ‘Non posso presentarmi davanti a lui con queste scarpe’, ho pensato”. La sua formazione però è nella commedia: “Monicelli, Risi, Germi, i soliti insomma”. Messo alle strette tra Sordi, Gassman, Tognazzi, sceglie Tognazzi. “E già che ci sono Vianello, ancora oggi sottovalutato come attore. Raimondo Vianello non si mette mai tra i mostri sacri di quella stagione, forse perché ha fatto altro, molta televisione, pochi film coi grandi registi. Ma aveva una cifra comica pazzesca. Ti faceva ridere con un sopracciglio alzato. Fece un Sanremo incredibile. Uno dei migliori di sempre. Un Sanremo tutto in levare, con pause comiche formidabili, silenzi, mugugni. Un gigante”. Questa cosa delle pause è fondamentale. Mi parla di Felice Andreasi, comico, cabarettista, una faccia lunare alla Buster Keaton, un incrocio tra Gaber e Macario. “Una volta mi spiegò di come tutto nel comico sia solo una questione di pause, attese, sottrazioni. Guardati su YouTube il suo monologo sulla moglie bruciata”, mi dice, “un capolavoro”. E poi? “Al primo posto c’è Peter Sellers. Poi Gene Wilder. Sellers però è inarrivabile: uno che ha fatto tutto, da Stanley Kubrick alla ‘Pantera rosa’”. E oggi? Chi o cosa lo fa ridere? “Se devo fare qualche nome, direi Carlo Amleto. Ma in generale la cosa che mi piace di questa generazione, soprattutto i giovanissimi, è che ragionano per immagini. Per noi la comicità era un testo, battute scritte. Per loro è montaggio, ritmo, immagini… Pensano già in video, credo sia un bel vantaggio. Noi siamo cresciuti col cabaret – ma oggi dire ‘faccio cabaret’ non è fico come dire ‘faccio stand-up’. Nella stand-up italiana ho visto molte cose buone. E tante mediocri, com’è ovvio. Cose posticce, derivative, gente che dice quella ‘fottuta sedia l’ho presa e mi ci sono fottutamente seduto’. C’è l’idea che la stand-up sia intrinsecamente più intelligente, come anni fa, quando chi faceva satira politica era considerato automaticamente più intelligente di chi faceva il comico. Io mi fermo a distinzioni più vecchie: fa ridere, non fa ridere”. Per esempio, ci ha fatto ridere “The Studio”, di Seth Rogen. Parliamo un po’ di questa serie pazzesca, con un produttore di Hollywood ossessionato dall’arthouse cinema ma votato ai blockbuster, circondato da personaggi improbabili, cameo magnifici di Scorsese, Ron Howard, Charlize Theron: un “Boris” bigger than life. Parliamo di “Adolescence” e della sindrome della nicchia – “cominciai a vederla che non sapevo nulla, non se ne parlava… Tutta la cosa del piano-sequenza, per esempio, me ne sono accorto forse dopo quaranta minuti. Poi è diventato un caso. Un fenomeno. Tutti parlavano di questo piano-sequenza e un po’ la cosa mi infastidiva.  Però va detto che è un gran piano-sequenza, non una dimostrazione muscolare – guarda quanto sono fico, faccio il piano-sequenza – ma una scelta drammaturgica precisa, coerente”. Pensa un family-movie di Fabio De Luigi in un unico piano-sequenza! Pensa “Un bel giorno” girato magari tutto così, gli dico. Come “Adolescence”. “Saremmo ancora sul set a provare. Coi produttori intorno che minacciano di licenziare tutti”. Poi si fa serio, quasi ispirato, mi lascia con una massima che non vedo l’ora di usare nelle lezioni di storia del cinema: “Comunque anche col piano-sequenza vale sempre la solita regola: non è importante quanto è lungo, ma come lo usi”. Anche Angelopoulos sarebbe d’accordo.

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