Robert Redfort e Dustin Hoffman nei panni di Bob Woodward e Carl Bernstein, nel film "Tutti gli uomini del presidente" (foto ANSA)
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Anteprima americana. Cinquant'anni di “Tutti gli uomini del presidente”
Mezzo secolo dopo l'uscita nelle sale di un pezzo di storia del cinema. Quando toccò a Hollywood far comprendere agli americani quanto accaduto durante lo scandalo Watergate
Sembrava un gigantesco scampato pericolo per la democrazia americana. Invece erano solo le prove generali di quello che sarebbe avvenuto mezzo secolo dopo con Donald Trump, in un contesto assai più insidioso. Cinquant’anni fa in questi giorni gli americani affollavano i cinema per scoprire in un film cosa fosse davvero successo al loro paese durante gli anni finali della presidenza di Richard Nixon. C’erano già stati gli articoli di Bob Woodward e Carl Bernstein a raccontare lo scandalo Watergate, ma si erano sviluppati in un arco di tempo lunghissimo, tra il 1972 e il 1974. Gran parte dell’opinione pubblica ci aveva capito poco, se non che alla fine Nixon era stato costretto a dimettersi, primo e finora unico presidente nella storia statunitense a compiere un passo del genere. Poi era uscito un libro dei due giornalisti del Washington Post, ma il paese sembrava voler dimenticare, archiviare, pensare ad altro. Alla fine, nel 1976, era toccato a Hollywood offrire il racconto dettagliato di quello che era accaduto. E stavolta, guardando al cinema i finti giornalisti Robert Redford e Dustin Hoffman in “Tutti gli uomini del presidente”, finalmente l’America aveva compreso.
Gli Stati Uniti festeggeranno a luglio i loro duecentocinquanta anni di storia. E’ il momento giusto per ricordare che l’ultimo mezzo secolo dell’avventura repubblicana, cominciata con la Dichiarazione d’Indipendenza pronunciata contro un re, si è aperto con una deriva autoritaria che avrebbe potuto cambiare tutto. L’equilibrio tra i poteri garantito dalla Costituzione era quasi saltato, la Casa Bianca agiva come un covo di criminali e il potere esecutivo pretendeva la piena libertà di manovra, a discapito delle prerogative del Congresso e della Corte Suprema. Nixon era stato un grande campanello d’allarme per la democrazia. Ma nei decenni successivi le ferite sembravano sanate dalla consapevolezza di aver superato il trauma del Watergate grazie alla libertà di stampa, alla tenacia di uno dei capi dell’Fbi che agiva in incognito, a una classe politica che aveva avuto un sussulto d’orgoglio e a giudici che avevano messo in un angolo il presidente, costringendolo a dimettersi. I checks and balances avevano funzionato, l’America era al sicuro. Poi è arrivato Trump.
Rivedere oggi “Tutti gli uomini del presidente”, nel cinquantesimo anniversario del suo debutto nelle sale, può creare inquietudini. Perché il glorioso Washington Post di Woodward e Bernstein è stato appena messo in ginocchio da una raffica di licenziamenti, accolti senz’altro con soddisfazione dalla Casa Bianca. Il Congresso è muto e intimorito. La Corte Suprema giorni fa ha mandato un segnale di indipendenza importante con la sentenza sui dazi, ma dovrà continuare a dimostrare di essere un vero argine a una presidenza che mostra ambizioni napoleoniche e imperiali. Trump è già sopravvissuto a una raffica di azioni giudiziarie e a due impeachment – Nixon si dimise proprio per non dover subire il processo nell’aula del Senato – e oggi la stampa, l’Fbi, i giudici e la politica non sembrano avere la forza e la libertà di manovra necessari per fermarlo, se decidesse di entrare in territori di illegalità. Per esempio minacciando il regolare svolgimento delle elezioni.
Non fu facile realizzare quel film e gran parte del merito va a Redford, scomparso lo scorso settembre a 89 anni. L’attore si era interessato all’inchiesta del Washington Post già nel 1972, quando la vicenda era ancora agli inizi e non si sapeva dove avrebbe portato. Aveva appena finito di girare “Il candidato”, un film nel quale esplorava i retroscena della politica, e volle conoscere il giovane cronista Woodward che stava faticosamente indagando sui legami con la Casa Bianca dello strano gruppetto di personaggi che erano stati sorpresi a frugare negli uffici del Partito democratico, nel complesso residenziale del Watergate. Intrigato dalla vicenda, un paio di anni dopo Redford acquistò i diritti cinematografici del libro dei due giornalisti e cominciò alla fine del 1974 a lavorare alla produzione del film.
Non c’era grande entusiasmo in giro. Nixon era ormai un pensionato in California, alla Casa Bianca sedeva il mite Gerald Ford, che voleva chiudere la pagina nera del Watergate e il paese era stanco di scandali e di tutte le tensioni degli anni della guerra in Vietnam, peraltro ancora da concludere. A Hollywood si lavorava più volentieri su copioni di ben altro tipo, rispetto al docufilm politico che aveva in mente Redford. Nello stesso 1976 in cui uscì “Tutti gli uomini del Presidente”, nelle sale sarebbero arrivati “Rocky”, con il trionfo di Sylvester Stallone e “Taxi Driver”, che consacrava definitivamente la carriera di Robert De Niro. Anche al Washington Post l’idea era vista con sospetto. Il mitico direttore Ben Bradlee temeva che l’intera vicenda, raccontata in un film, avrebbe banalizzato il lavoro investigativo fatto dai suoi giornalisti. All’editrice Katharine Graham non piacevano le attrici proposte per interpretarla, nonostante circolassero nomi come quelli di Lauren Bacall o Katharine Hepburn (alla fine fu deciso di tagliare completamente il personaggio della Graham). Woodward aveva offerto la propria collaborazione a Redford, l’attore che doveva interpretarlo, ma Bernstein aveva confermato di essere un tipo difficile – lo resterà nel tempo, lo è ancora oggi a 82 anni – e non mostrava alcun entusiasmo. Non gli piaceva la scelta di Dustin Hoffman per il suo personaggio, probabilmente preferiva il candidato iniziale, Al Pacino, che però non era disponibile. Ma soprattutto criticava continuamente il lavoro dello sceneggiatore William Goldman, che fece una fatica enorme a mettere insieme l’adattamento cinematografico del libro: alla fine però sarebbe stato premiato con l’Oscar, mentre il film non riuscì a conquistare il premio principale, che andò a “Rocky”.
Woodward aveva offerto la propria collaborazione a Redford, l’attore che doveva interpretarlo, ma Bernstein aveva confermato di essere un tipo difficile – lo resterà nel tempo, lo è ancora oggi a 82 anni – e non mostrava alcun entusiasmo
Bernstein spinse Goldman a un passo dalle dimissioni proponendo sue versioni alternative della sceneggiatura, scritte con la futura moglie Nora Ephron, destinata anni dopo al successo cinematografico mondiale come regista e sceneggiatrice di film come “Harry, ti presento Sally” o “C’è posta per te”. Districandosi tra le resistenze di Bernstein, le sfuriate di Bradlee e le correzioni del pignolo Woodward, Goldman realizzò un capolavoro. Fu lui a dar forma e voce alla figura quasi mitologica di Gola Profonda (Hal Holbrook), la misteriosa fonte confidenziale di Woodward, sviluppando i ricordi del giornalista e costruendo le scene degli incontri notturni segreti in un garage di Washington, nei quali il personaggio avvolto nella penombra dava indicazioni ai due giovani cronisti su come portare avanti la loro inchiesta senza farsi bloccare dalla Casa Bianca. Fu ancora Goldman ad aggiungere al repertorio del personaggio di Gola Profonda la frase-simbolo del film, che non c’era né negli articoli, né nel libro di Woodward e Bernstein e che è diventata il mantra di ogni inchiesta e di ogni cospirazione: “Follow the money”. La caccia alla scia dei soldi da quel momento è l’ossessione del giornalismo investigativo e ha scatenato intere generazioni di cronisti, spesso convinti di aver scoperto un nuovo Watergate, magari in un piccolo consiglio comunale o in una comunità montana (il suffisso “-gate” ormai si applica a tutto).
Il film subì altre sfide e ritardi quando a entrare in scena fu il regista, Alan J. Pakula. Anche lui chiese modifiche e riscritture a Goldman, poi si prese un lungo periodo per vivere in mezzo all’attività quotidiana del Washington Post, studiando il lavoro dei giornalisti, intervistandoli, partecipando alle riunioni di redazione e cercando di capire ogni dettaglio del mestiere. Bradlee però si rifiutò di fargli girare il film direttamente nella sua redazione, temendo che le riprese avrebbero intralciato il lavoro dei giornalisti. Pakula allora organizzò un gigantesco progetto alternativo. Fece fotografare ogni angolo della redazione e la ricostruì con dimensioni identiche nei Burbank Studios della Warner Bros. a nord di Los Angeles. Ogni tanto si faceva mandare da Washington camion pieni di carta straccia originale della redazione, per riempire le scrivanie e rendere il tutto il più possibile aderente alla realtà. Fu un processo faticoso per tutti, ma rese il film un pezzo di storia del cinema. Perché la sceneggiatura di Goldman, la maestria cinematografica di Pakula e la direzione della fotografia di Gordon Willis (reduce dai successi de “Il Padrino” I e II), messi insieme, offrirono per la prima volta al mondo un racconto dettagliato, realistico e meticoloso della routine del giornalismo, i suoi riti, il metodo che sta dietro la verifica delle notizie. L’idea del giornalista-eroe, un po’ giramondo e un po’ sbruffone alla Humphrey Bogart (“è la stampa, bellezza, e tu non ci puoi far niente”), veniva sostituita dal racconto del lungo e assai poco poetico lavoro di verifica dei due cronisti, segnato dalla fatica di bussare alle porte e da molteplici fallimenti, prima di trovare la strada giusta.
Di mitologico e misterioso restava solo il rapporto con le fonti confidenziali, prima tra tutte Gola Profonda. Nel mantenere il segreto per trent’anni sull’identità di quell’informatore, Woodward, Bernstein e Bradlee hanno reso un servizio enorme al giornalismo, inteso come ambito che può rendere giustizia ai whistleblower, indagando sulle loro segnalazioni e proteggendoli al tempo stesso dalle vendette. Quando nel 2005 l’ex vicedirettore dell’Fbi Mark Felt, a 91 anni, decise di svelare che il personaggio-chiave del Watergate era lui, il primo a restare spiazzato fu Woodward, convinto com’era che Felt avrebbe portato il segreto nella tomba. Ma il giornalista ha potuto rivendicare con orgoglio di non aver mai ceduto, per tre decenni, alla tentazione di svelare quel nome, nonostante le mille teorie e le inchieste di altri giornalisti che cercavano di capire chi fosse.
Cinquant’anni dopo l’uscita di “Tutti gli uomini del presidente” nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, il giornalismo non gode certo del prestigio di allora e Washington sembra un ambiente ancora più tossico di quanto non fosse negli anni di Nixon. L’Fbi e il ministero della Giustizia, dove negli anni Settanta molti funzionari riuscirono a tenere in piedi una sostanziale indipendenza dal potere esecutivo, sono oggi al completo servizio della Casa Bianca: difficilmente una Gola Profonda potrebbe emergere dai loro uffici, che in questi ultimi mesi sono stati depurati di tutti i personaggi non in linea con il governo Maga.
Anche il Washington Post è l’ombra di sé stesso. La scritta “Democracy Dies in Darkness” (la democrazia muore nell’oscurità), che ha aggiunto una decina di anni fa sotto la testata, è un bel proposito, ma si scontra con la crisi del modello di business del giornalismo e con la frammentazione dell’informazione nell’era digitale. La famiglia Graham è uscita dal giornale e lo ha venduto a Jeff Bezos, che negli ultimi tempi sembra intenzionato a ridimensionarlo e ridurlo a un debole foglio locale. Difficile immaginare oggi una difesa dell’indipendenza dei propri giornalisti come quella che la proprietà e la direzione del giornale misero in campo per il Watergate e, in precedenza, per lo scoop sui Pentagon Papers, che svelavano gli errori compiuti in Vietnam. Più in generale, è la libertà di stampa che sembra essere minata, in un momento in cui la Casa Bianca è più aggressiva ancora di quanto non lo fosse quella di Nixon. L’idea di “seguire il denaro” per svelare i retroscena della politica oggi fa sorridere: Trump non nasconde minimamente l’arricchimento personale e quello degli “uomini del presidente”, collegati alle varie attività che si muovono all’ombra del potere esecutivo, dalle criptovalute agli accordi immobiliari in medio oriente.
Robert Redford se n’è andato, mentre il suo personaggio, Bob Woodward, è oggi un anziano editorialista che continua a scrivere sul Washington Post, ma frequenta sempre più di rado la sua redazione, dove non si sente più a casa nonostante abbia mantenuto per mezzo secolo totale fedeltà al giornale che lo ha reso famoso. La “darkness” del garage dove il cronista incontrava Mark Felt un tempo era una garanzia di riservatezza e indipendenza, oggi è più una metafora dei tempi oscuri che vive la democrazia americana.