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Premiazioni

Ai Bafta conferme e gravi assenze, con qualche insulto mai censurato

Mariarosa Mancuso

Le offese di John Davidson agli attori di “Sinners” si son sentite pure in differita e il presentatore si è più volte scusato. Tra i film premiati, "Una battaglia dopo l'altra" di Paul Thomas Anderson vince come miglior film contro il rivale "Marty Supreme” di Josh Safdie. Tre premi per l'epopea nera e vampiresca di Ryan Coogler

Non è andato tutto liscio alla cerimonia dei premi Bafta, domenica sera a Londra. La sigla sta per British Academy of Film and Television Awards, la controparte britannica degli Oscar in onda sulla Bbc. Con due ore di ritardo rispetto alla cerimonia, caso mai qualcuno andasse lungo nei ringraziamenti, guastando la scaletta dei programmi. Quest’anno la differita non è servita per cancellare, quando era tecnicamente possibile, le imprecazioni e gli insulti razziali pronunciati a più riprese da uno degli ospiti. John Davidson si chiama, paladino delle persone che come lui hanno la sindrome di Tourette. Il film di Kirk Jones intitolato “I Swear” racconta la sua storia, Robert Aramayo è l’attore che lo interpreta, e ha vinto l’ambito premio nella sua categoria – una maschera da teatro greco. Cercando un titolo italiano potremmo dire “insulti e imprecazioni”. Una delle caratteristiche della sindrome – come sa per esempio chi ha visto il film “Motherless Brooklyn”, diretto da Edward Norton dal romanzo di Jonathan Lethem – sono i tic, con raffiche di insulti e parolacce, che sfuggono al controllo (di persone peraltro assai garbate, il mio primo fornitore di computer ne soffriva, pur continuando a lavorare con la clientela).

 

Gli interventi fuori programma di John Davidson si sono sentiti durante la cerimonia, il presentatore Alan Cumming si è più volte scusato: “Non ha il controllo di quel che dice”. La situazione è precipitata quando sono saliti sul palco gli attori Michael B. Jordan e Delroy Lindo, entrambi neri, e dal pubblico è sentita distintamente la parola con la “enne”. L’hanno sentita gli ospiti alla Royal Festival Hall del Southbank Centre, tra cui William e Kate alla loro uscita pubblica dopo l’arresto dell’ex principe Andrea. E l’hanno sentita anche gli spettatori, a dispetto della differita di 2 ore che avrebbe dovuto consentire qualche sbianchettamento. Esempi. Per gli spettatori a casa hanno cancellato il “Free Palestine” di Akinola Davies, nato a Londra e cresciuto in Nigeria – ignoriamo a quale lotta politica corrispondano i riccetti biondo platino. Né si è sentito in tv il commento di Alan Cumming sul film “Zootropolis”: “Bugie, politici corrotti, persecuzione razziale: sembrano proprio gli Stati Uniti”. Pure lo “Stai zitto!”, corredato da una bestemmia e rivolto all’orso Paddington è stato cancellato. Sono rimaste invece le parole con la “enne” indirizzate a due attori di “Sinners” che presentavano un premio.

 

L’epopea nera e vampiresca di Ryan Coogler – tanto vale ribadirlo, per metà almeno è un meraviglioso film di genere – anche qui, come agli Oscar, ha fatto il pieno di nomination: 16 agli Oscar, erano 13 ai Bafta, che si sono trasformate in tre premi (il compulsatore di statistiche dice “il lungometraggio più premiato di un regista nero”). Vale a dire: miglior sceneggiatura originale, miglior attrice non protagonista Wunmi Mosaku, miglior colonna sonora Ludwig Göransson. Il premio al miglior film – più altri cinque – è andato a “Una battaglia dopo l’altra”; vale come punto a favore del regista Paul Thomas Anderson contro il rivale “Marty Supreme” di Josh Safdie, che qui vergognosamente non è stato proprio considerato. Pur avendo 11 candidature, e uno strepitoso Timothée Chalamet che si è perfino fatto imbruttire con il trucco, dicono i maligni, per avere più possibilità – come facevano le attrici troppo belle per essere considerate brave. Miglior attrice protagonista è Jessie Buckley. Sempre lei, l’attrice di “Hamnet” diretto da Chloé Zhao. Moglie e madre affranta perché il marito William Shakespeare vuole sfondare in teatro a Londra – e giù lacrime.

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