LaPresse
Il ricordo
Robert Duvall, una vita (magnifica) da attore non protagonista, con scappatelle tra cinema e tv
Dalla memorabile battuta del colonnello Kilgore in "Apocalypse Now", al ruolo di Tom Hagen nel "Padrino", fino all'Oscar per "Tender Mercies - Un tenero ringraziamento". L'incredile carriera di un attore che non scompariva mai nei suoi personaggi: "Sono sempre io, per lavoro mi trasformo"
La vita da attore non protagonista piaceva a Robert Duvall. Disse al New York Times: “Viaggi, sei pagato a giornata. Non porti il peso del film sulle tue spalle, e spesso hai un ruolo migliore del protagonista”. La vita migliore del mondo, insisteva. Gli ha regalato la battuta memorabile del colonnello Kilgore in “Apocalypse Now”: “Mi piace l’odore del napalm di mattina”. E il ruolo di Tom Hagen, nel “Padrino”, anche questo diretto da Francis Ford Coppola. “L’avvocato con la borsa – parola di don Vito Corleone, che aveva preso l’orfanello sotto la sua protezione – che può rubare più di cento uomini con la rivoltella”. Due ruoli su oltre cento, tra cinema e televisione. Debuttò nel 1962 in “Il buio oltre la siepe”, dal romanzo di Harper Lee. Accanto a Gregory Peck, nel film diretto da Robert Mulligan, era Boo: il misterioso vicino di casa un po’ disturbato che non si fa vedere mai, tranne quando salva i figli dell’avvocato Atticus Finch dal rapimento. Anche ne “Ai confini della realtà” – meravigliosa serie tv antologica di storie del mistero – è un disadattato.
Va detto che allora il passaggio dal cinema alla televisione, e ritorno, non era facile, ma Mr. Duvall si concederà parecchie scappatelle. Non solo agli inizi. Interrogato sul suo ruolo prediletto, ricordava la miniserie “Lonesome Dove”, anno 1989. Era il capitano Augustus McCrae, della Texas Ranger Division, accanto a Tommy Lee Jones. Dal romanzo di Larry McMurtry, allora salutato come il grande western e premiato con il Pulitzer. Allo scrittore dobbiamo, oltre alla sceneggiatura di “Brokeback Mountain” (dal racconto di Annie Proulx uscito sul New Yorker), i romanzi all’origine di “Hud il selvaggio” e “L’ultimo spettacolo”. Intanto nel 1983 era arrivato l’Oscar, per “Tender Mercies - Un tenero ringraziamento” di Bruce Beresford. Il titolo non mente, era una zuccherosa storia di caduta e rivincita contro il destino. Robert Duvall è un cantante country alcolizzato e divorziato, sul viale del tramonto, che si innamora della proprietaria di un pub dove non riesce a pagare il conto. Fatto salvo il rispetto per l’attore, sempre bravo senza trucchetti e smancerie, queste storie piacevano tanto alle giurie dell’Oscar vecchia maniera. Quelle che premiavano “A spasso con Daisy” – stessi buoni sentimenti e stesso regista australiano (speriamo che quest’anno “Sinners” di Ryan Coogler cancelli le passate nefandezze, tra cui mettiamo anche “Green Book” con Viggo Mortensen).
Tra i ruoli più stravaganti, Duvall fu Watson nel film di Herbert Ross “La soluzione al sette per cento” (1976, dal romanzo di Nicholas Meyer con lo stesso titolo). Il dottor John H. Watson – in una delle variazioni sul celebre detective, ce ne sono a centinaia, l’ultima è la serie “Sherlock & Daughter” – con l’inganno accompagna il cocainomane Holmes a Vienna. La droga gli fa vedere Moriarty dappertutto, e gli sta rovinando la sua salute. Watson decide di farlo curare dal dottor Sigmund Freud (altro noto cocainomane, come sappiamo). Era nato in California, a San Diego, nel 1931. Figlio di un ammiraglio della marina Usa e di un’attrice dilettante che vantava una lontana parentela con il generale Robert Edward Lee, confederato durante la guerra di Secessione. Il giovane Robert si arruolò nell’esercito, e subito lo abbandonò per la scuola d’arte drammatica dove aveva per compagni Dustin Hoffman, Gene Hackman e James Caan. Fin da piccolo, al seguito del padre nei suoi numerosi trasferimenti, osservava e studiava atteggiamenti e accenti. “Non scompaio nei miei personaggi. Sono sempre io, per lavoro mi trasformo”. Nessuna traccia di introspezione, e neppure di Actors Studio.
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