cinema d'argilla
“Playing God” e la rivoluzione artigianale della stop-motion, da Bologna agli Oscar
Sette anni di lavoro per nove minuti di corto animato. Così il bolognese Studio Croma ha vinto più di 90 premi internazionali, è rientrato nella shortlist degli Oscar e promette una ripartenza dell'animazione italiana. Conversazione con il regista Matteo Burani
In uno studio bolognese, tra scaffali di plastilina secca, cavalletti, puppet e telecamere, nove minuti di cinema hanno richiesto sette anni di lavoro. Sono quelli di Playing God, cortometraggio in stop-motion diretto da Matteo Burani, animato da Arianna Gheller e prodotto da Studio Croma Animation, arrivato dalla periferia dell’industria italiana fino alla shortlist degli Oscar per il miglior cortometraggio animato. Un risultato storico: è la prima volta che un corto stop-motion italiano entra tra i quindici titoli selezionati dall’Academy.
Attorno a questo piccolo film di argilla si è raccolto un successo sorprendente: oltre 180 selezioni ufficiali, più di 90 premi internazionali, Grand Prix a Tribeca e Animayo, Nastro d’Argento per il miglior corto d’animazione e un’attenzione crescente da parte di critica e pubblico. Un traguardo nato all’interno di uno studio fondato quindici anni fa da un gruppo di amici del liceo artistico di Bologna, oggi diventato una realtà specializzata nella stop-motion artigianale, dove ogni elemento – pupazzi, scenografie, fotografia e animazione – viene realizzato internamente.
Playing God nasce dal desiderio di riflettere sull’atto creativo stesso e sul potere di chi crea. L’idea iniziale prevedeva un film di pochi minuti e una sola scultura, ma nel tempo il progetto è cresciuto insieme ai suoi autori, trasformandosi in un racconto oscuro e filosofico sulla nascita e la caduta di una creatura plasmata e giudicata da uno scultore cieco. La lavorazione ha subito mostrato l’impossibilità di sostenere il progetto in autonomia: da qui un lungo percorso fatto di pitch forum, rifiuti, riscritture e, infine, una scelta decisiva. Nel 2021 Studio Croma diventa ufficialmente una società di produzione e lancia una campagna Kickstarter che dà avvio a un effetto domino: arrivano il supporto della Film Commission, i fondi ministeriali, una coproduzione francese e, soprattutto, la possibilità di mantenere la maggioranza produttiva italiana.
Le riprese iniziano nel 2023 e si concludono a metà 2024 dopo un anno e mezzo di lavorazione intensa. Dal punto di vista tecnico, la sfida principale è l’animazione di puppet interamente in plastilina, alti e fragili, in cui ogni minimo movimento equivale a una nuova scultura. Per un singolo scatto possono servire fino a quaranta minuti. Alcune sequenze hanno richiesto tre mesi di lavoro. Tutta l’animazione è stata realizzata da una sola persona, Arianna Gheller, mentre Burani interpreta fisicamente lo scultore, restando immobile sul set per ore per evitare di compromettere le riprese.
Dopo la prima a Venezia inizia una seconda, enorme fase: la distribuzione. Nonostante i timori legati all’estetica fortemente dark del film e ai primi rifiuti da parte di festival importanti, il corto trova progressivamente il suo pubblico e la sua strada, fino a diventare un caso internazionale. Playing God si rivela un’opera dalle molteplici letture: nove minuti che raccontano l’intera vita di un essere, ma anche una riflessione sul giudizio, sul trauma, sull’impossibilità di dare un senso al caos dell’esistenza. Il film abbraccia apertamente l’horror come linguaggio politico ed emotivo, capace di parlare del presente meglio di molte narrazioni rassicuranti. In un mondo attraversato da guerre, autoritarismi e paure collettive, l’orrore diventa uno strumento per guardare in faccia la realtà, non per fuggirla. La creatura di Playing God nasce senza chiedere di esistere, viene subito giudicata, esclusa, distrutta. Ma nella caduta scopre che esistono altri come lei: non nemici, non mostri, ma individui che hanno subito lo stesso trattamento. Il suo unico vero posto è accanto a loro.
La corsa agli Oscar si è fermata alla shortlist, con un finale dolceamaro che rispecchia sorprendentemente quello del film stesso. Un percorso totalizzante durato mesi che si è chiuso in pochi secondi, lasciando però la consapevolezza di aver vissuto esattamente ciò che l’opera racconta: il confronto con il giudizio e la necessità di trovare un nuovo spazio.
Per Studio Croma questo non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase. L’obiettivo è continuare a lavorare con uno sguardo sempre più internazionale, senza rinunciare alla propria identità, e aprire finalmente il capitolo di un lungometraggio. Con la stessa filosofia che ha guidato Playing God: non creare per inseguire premi, ma per dare forma a storie in cui si crede davvero.
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