“Marty Supreme” e il vizio di borbottare davanti ai film belli

Mariarosa Mancuso

Ispirato al ping-pong di Marty Reisman, il film di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Odessa A’zion celebra ambizione, ritmo e Lower East Side. Ma a qualcuno non va giù che un’opera possa essere insieme colta e divertente, senza chiedere scusa alla critica

Il film è così bello – appassionato, trascinante, intrecciato con la tradizione ebraica del Lower East Side di New York, dove un giovanotto senza troppe qualità ma intraprendente vuole trovare il suo posto nel mondo – che si registrano i primi borbottii. Come se il lavoro del critico imponesse di mugugnare davanti a un film perfetto come “Marty Supreme”, e invece prostrarsi davanti al noioso “La Grazia” di Paolo Sorrentino. Il film di Josh Safdie ispirato a Marty Reisman, campione di tennistavolo (ping pong) avrebbe 50 minuti di troppo, il ritmo sarebbe troppo veloce e Timothée Chalamet – il migliore attore della sua generazione – farebbe troppe smorfie. Son critici sempre pronti a organizzare un barboso convegno sulla morte del cinema, divertirsi mai. Lo strepitoso “Marty Supreme” si potrebbe ribattezzare “Perché corre Marty?”, come il romanzo di Budd Schulberg – lo sceneggiatore di “Fronte del porto” – su Hollywood: il fattorino Sammy corre per sbrigare gli incarichi e farsi notare dai capi, ha grandi progetti per sé. Marty inizia come commesso nel negozio di scarpe di famiglia, poco manca che cambi i numeri e faccia il solletico al piedino delle clienti (era un film di Ernst Lubitsch, “Pinkus l’emporio della scarpa”: il commesso finirà per diventare padrone). Attorno a lui, un cast di volti azzeccati, e non sempre sono attori: il rapper Tyler the Creator, per esempio, è l’amico tassista che accompagna Marty nelle sue avventure.