Ansa
L'editoriale del direttore
I numeri di Zalone sono una gran notizia per il cinema ma pure per l'Italia che combatte il moralismo
Il film, oltre a essere il secondo con più incassi nella storia del paese, rappresenta uno spaccato prezioso in cui i moralisti possono essere moralizzati e il politicamente corretto può essere messo in discussione
Occuparsi di sorrisi quando vi sono repressioni di massa non è semplice, lo sappiamo. Ma il caso vuole che proprio nelle ore più drammatiche dell’Iran vi sia una notizia che ci allontana per un istante dalle lacrime e che ci fa fare i conti con una realtà di segno opposto che riguarda l’Italia. Una notizia che non riguarda la politica ma che riguarda il cinema e che riguarda un risultato destinato a passare alla storia che ha a che fare con l’unico uomo dello spettacolo che potrebbe forse trovare le parole giuste per descrivere il modo ridicolo e involontariamente comico con cui un pezzo di opinione pubblica italiana sta seguendo l’evoluzione della macelleria iraniana. Parliamo di Checco Zalone, parliamo del suo ultimo film, parliamo del record di “Buen camino”, che con 66 milioni di euro è il secondo film con più incassi nella storia d’Italia, a soli tre milioni di distanza da “Avatar” (2010), e parliamo di una questione che merita di essere affrontata e che riguarda una verità necessaria da maneggiare. In sintesi: in che senso Checco Zalone spiega con il suo film un’Italia che non vogliamo vedere? Semplice. L’Italia di Zalone non è solo un’Italia genericamente nazionalpopolare. E’ un’Italia diversa. Che combatte il moralismo. Che mette in minoranza il politicamente corretto. Che ha il coraggio di ridere anche di ciò su cui ridere è diventato un tabù.
E’ l’Italia in cui, a proposito di moralismi un tanto al chilo, Zalone ironizza sui tromboni pro Pal (il fidanzato della ex moglie). Ma è anche l’Italia in cui Zalone trova le parole giuste per strappare un sorriso persino sulle tragedie vissute dagli ebrei (sulle docce). E’ anche l’Italia in cui Zalone trova il modo giusto per smussare gli angoli delle sciocchezze di chi sostiene che l’Italia sia ostaggio del patriarcato (un po’ in famiglia, per far rigare dritti i figli, ce ne vuole, suggerisce Zalone). E’ anche l’Italia in cui Zalone si appella genialmente a tutti gli imprenditori prossimi alla pensione per ritardare il più possibile le proprie pensioni in presenza di eredi diciamo non all’altezza (Quota 100 vade retro). Ed è anche l’Italia in cui si può ridere con leggerezza di tutto, senza aver paura di essere considerati omofobi, sessisti, razzisti, antisemiti, genocidari per una semplice battuta. Nella stagione dominata dalla tirannia del politicamente corretto, i cinema si sono svuotati e i teatri si sono riempiti.
Aver riportato in sala gli spettatori che avevano cercato nello spettacolo dal vivo una via di fuga per scappare dagli algoritmi perfidi del moralismo quotidiano non è solo un successo straordinario ma è anche uno spaccato preciso di un pezzo di paese che spesso non vogliamo vedere. Quello in cui gli italiani chiedono di ridere di se stessi, di ridere degli elettori, non necessariamente della politica. Quello in cui gli italiani chiedono di non prendere tutto sempre maledettamente sul serio e chiedono il diritto di poter ridicolizzare anche ciò che non è socialmente ridicolizzabile comprese figure intoccabili come l’attivista a tempo pieno. Quello in cui ogni postura etica, per così dire, può essere messa in discussione, compresa quella del protagonista del film, un arricchito che ostenta la ricchezza in modo così goffo da ricordare volutamente lo stesso Zalone. Uno spaccato di paese prezioso in cui i moralisti possono essere moralizzati, in cui il politicamente corretto può essere messo in discussione e in cui alla fine dei giochi il successo di Zalone è lo specchio di un’Italia che spesso non vogliamo vedere. Un’Italia che trova nell’anti moralismo il suo vero collante nazionalpopolare.
E un’Italia in cui vi è un pezzo importante di società che, per parafrasare un vecchio aforisma di Václav Havel, sapendo ridere di se stessa non ha paura della verità. E ci vorrebbe un Checco Zalone su Teheran per provare a svelare con la forza di una risata la ridicolaggine di quei militanti in servizio permanente effettivo che, come in “Buen camino”, sono così ostaggi del proprio personaggio da non saper guardare, comicamente, a cosa c’è di fronte al proprio naso.
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