Gangster Story (1967)
una rassegna
Invisibili. Quando al cinema il destino dei gay era segnato
Per decenni l’omosessualità è stata bandita o mascherata sul grande schermo. Dal Codice Hays a Guadagnino: così il cinema ha nascosto, deformato e infine normalizzato l'essere gay
Quando ho mostrato ai miei studenti The Celluloid Closet, il documentario di Rob Epstein e Jeffrey Friedman sull’omosessualità nel cinema, la classe ha reagito con indignazione nell’apprendere che sino al 1968 il Codice Hays non consentiva “tratti esplicitamente omosessuali” sullo schermo. L’invisibilità è apparsa perfino più inaccettabile della derisione e della mostrificazione, e nel resto del mondo la situazione non era migliore: in Rocco e i suoi fratelli, del 1960, non viene mai detto esplicitamente che Simone (Renato Salvatori) è costretto a prostituirsi con Ivo (Corrado Pani). In seguito Luchino Visconti immortalerà Helmut Berger truccato come Marlene Dietrich nella Caduta degli Dei e Dirk Bogarde disperatamente attratto da Tadzio in Morte a Venezia, ma siamo nel 1969 e 1971, anno in cui John Schlesinger racconta in maniera diretta i rapporti omosessuali dei personaggi in Domenica, maledetta domenica. Oggi tutto ciò appare preistorico pensando a come hanno affrontato questi temi Guadagnino e Ozpetek in Italia, Almodovar, Fassbinder, Frears e Kechiche in Europa, o negli Stati Uniti registi diversissimi in film come Brokeback Mountain, Moonlight, Philadelphia, My Own Private Idaho, Carol e Festa per il compleanno del caro amico Harold, realizzato subito dopo l’abolizione del codice Hays. La normalizzazione è stata codificata con la commedia a partire dal Vizietto, e più recentemente dalla decisione della Disney di avere un protagonista omosessuale in Luca. Come preistorico appare che in Ben Hur Gore Vidal sia stato costretto a scrivere una scena omoerotica senza farlo capire a Charlton Heston. Pregiudizi ancora una volta non solo americani: quando Fellini chiese a De Sica di interpretare l’attore che tenta di portarsi a letto Leopoldo Trieste nei Vitelloni, si sentì rispondere che non avrebbe mai accettato il ruolo di un omosessuale. Eravamo nel 1952, e, appresa la lezione, Fellini scritturò Achille Majeroni senza dirgli niente: alla prima del film l’attore andò su tutte le furie.
Nei casi in cui non era invisibile, il personaggio dell’omosessuale veniva ritratto come un pervertito malvagio o un malato che suscita pena, derisione e disprezzo, ed era condannato, con rarissime eccezioni, a una morte catartica. In Rebecca, il motivo per cui Laurence Olivier è sconvolto dal ricordo della moglie scomparsa non è dovuto a una personalità malvagia o a eventuali tradimenti, ma al suo amore lesbico con la governante, la quale ne mostra gli indumenti intimi a un’esterrefatta Joan Fontaine: morirà in un rogo purificatore. Non è l’unico esempio di omosessualità occulta nel cinema hitchcockiano: pensate a Farley Granger e Robert Walker in Delitto per delitto, James Mason e Martin Landau in Intrigo internazionale, mentre è suggerita tra i protagonisti omicidi di Cocktail per un cadavere. L’invisibilità raggiunge il culmine in Improvvisamente l’estate scorsa di Joseph Mankiewicz: una giovane e bella donna (Elizabeth Taylor) è utilizzata dal cugino Sebastian per attirare dei ragazzi dal momento in cui la madre (Katharine Hepburn) diventa troppo anziana per prestarsi al gioco. Quando Sebastian viene massacrato come un mostro, la Taylor subisce un terribile shock, e la Hepburn, pur di negare al mondo e a sé stessa la natura del figlio, cerca di farla lobotomizzare. E’ un mostro senza volto, Sebastian, e il suo abito bianco non è simbolo di purezza, ma di assenza di colore e vera vita. Nella versione originaria di Giorni perduti, Ray Milland è uno scrittore che annegava nell’alcool l’angoscia per una sessualità non risolta, mentre nel film di Billy Wilder per una crisi d’ispirazione artistica.
L’omosessualità di Cole Porter è camuffata in Night and Day, e solo nel 2004 è raccontata in De-Lovely. In Gangster Story quella di Clyde è trasformata in impotenza, in modo da suscitare commiserazione invece che disprezzo, almeno secondo i parametri dell’epoca: i momenti intimi tra Warren Beatty e Michael J. Pollard, trasformato da amante in complice, risultano vaghi se non incomprensibili. Scompare il legame gay tra Roy Scheider e William Devane nella versione cinematografica del Maratoneta, mentre il razzismo omofobo di Odio implacabile diventa antisemitismo. In Gioventù bruciata, Sal Mineo è attratto dalla virilità di James Dean, ma il rapporto è sviluppato in chiave padre-figlio. Neanche Greta Garbo riuscì a infrangere i tabù: interpretò senza complessi La regina Cristina, ma dell’omosessualità del personaggio, che nel film vive una storia d’amore con un ambasciatore, rimasero solo un abbigliamento mascolino e un bacio fugace a Elizabeth Young. Tra i film che contengono sequenze comprensibili solo in chiave gay svetta Gli uomini preferiscono le bionde, dove Jane Russel canta Doesn’t Anyone Wanna Play? a un gruppo di body builder che continua a concentrarsi solo sui propri corpi scultorei.
Alla fine del documentario ho chiesto agli studenti se le costrizioni dei film in questione ne avessero compromesso la qualità. “L’arte trova il suo spazio attraverso i limiti”, mi hanno detto, ma l’indignazione si è scatenata di nuovo su Cruising, del pur grandissimo William Friedkin: il film, del 1980, racconta di un poliziotto che si infiltra nel sottobosco del mondo omosessuale sulle tracce di un serial killer, e quando riesce ad assicurarlo alla giustizia, scopre insieme alla propria omosessualità un istinto omicida.