Paesaggi post industriali, morti, guerre: l'Ucraina angosciante di Vasyanovych 

Dopo Atlantis, film più che meritevole ma angosciante come se ne vedono di rado, il regista torna nelle sale con un altro suo one-man-film: Reflection

Mariarosa Mancuso

Ha invocato una “cortina di ferro culturale” attorno alla Russia. E no, tranquilli, non aveva in mente Dostoevskij. Ricordava l’esistenza e la prosperità di artisti approvati dai vari regimi, basta pensare al realismo socialista. Parlando di cinema, la differenza è tra chi viene celebrato in patria, e chi invece trascorre un paio d’anni agli arresti domiciliari come Kirill Serebrennikov (il suo Petrov’s Flu è ora in streaming su Iwonderfull.it). Oppure scappa all’estero: il regista di Tesnota Kantemir Balagov ha annunciato la partenza su Instagram, con cane e  bagagli. 
   

Invoca il boicottaggio – con altri sei amici registi, ne dà notizia Variety – l’ucraino Valentyn Vasyanovych. Nato nel 1971, premiato alla Mostra di Venezia (sezione Orizzonti) nel 2019: Atlantis era il titolo del film, più che meritevole ma angosciante come se ne vedono di rado. Lo era allora, lo sarebbe di più adesso. Il “continente perduto” evocato nel titolo si riferisce all’Ucraina del 2025. Nell’immaginazione del regista, siamo un anno dopo la fine della guerra del Donbas. Per quasi due ore, vediamo solo orrore e desolazione.
   

L’inquadratura è fissa su camion che percorrono strade deserte, stabilimenti industriali abbandonati, altri che ancora fondono metalli, pochissime figure umane. Uno scava una fossa, di notte: la fotografia è all’infrarosso, la sagoma di chi ci finisce dentro sparisce lentamente dallo schermo. Un altro si suicida buttandosi nella colata (e di lì a poco la fabbrica non più redditizia chiuderà lasciando a casa gli operai). Basta la manovra di un camion bloccato dal fango per mettere addosso un senso acuto di terrore. Un deserto post-apocalittico, acqua e suolo contaminati per anni a venire.
   

Sergiy lavorava alla fonderia, reduce da anni di guerra non sa bene cosa fare di sé. Vediamo con i suoi occhi una scena più crudele dell’altra. Ora guida i camion che portano l’acqua, in una “zona” non ancora completamente sminata. Incontra Katya, ferma lungo la strada con un furgone che in origine distribuiva aiuti. Ha studiato archeologia, fa parte di un gruppo che scava per ritrovare e identificare i cadaveri nelle fosse comuni. Quando ne trovano uno, seppellito non si sa quando, cercano di identificarlo e mettere il nome sulla body bag, Vasyanovych non muove di un millimetro l’obiettivo. Lo spettatore quasi non regge l’orrore della realistica autopsia – non sono i cadaveri “cinematografici” delle vittime del franchismo visti in “Madres Paralelas” di Pedro Almodovar.

 

Vasyanovych ha scritto, diretto, fotografato e montato Atlantis. Ora arriva nelle sale un altro suo one-man-film (per la produzione; la guerra del Donbas e le altre sventure ucraine hanno collaborato alla sceneggiatura). Si intitola Reflection, era in concorso a Venezia lo scorso settembre, sarà nella sale italiane dal 18 marzo. Preceduto da una serie di anteprime gratuite: ieri era al cinema Troisi di Roma, mercoledì 9 sarà al cinema Anteo di Milano, giovedì 10 al cinema Rossini di Venezia. Ogni proiezione preceduta da un discorsetto di presentazione: anche tra i cinefili resiste la convinzione che le immagini non parlano da sole, hanno bisogno del commento come la “Divina Commedia”.

In Reflection, un chirurgo ucraino viene catturato dai soldati russi, nel 2014. Lo torturano, e massacrano altri prigionieri davanti a lui. Riesce a tornare a casa, ha una figlia e una ex moglie. Il titolo viene da un piccione che si schianta contro una finestra, ingannato dai riflessi del vetro. Il regista è fieramente rimasto a Kyiv. Cerca altre storie da raccontare. Saranno ancora più terribili.

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