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The Irishman, una questione di numeri

I 175 milioni di dollari sborsati da Netflix perché Martin Scorsese potesse completare il film e i 17 milioni di spettatori in cinque giorni. Ma solo uno su cinque è rimasto fino alla fine

6 Dicembre 2019 alle 18:30

The Irishman, una questione di numeri

Una scena dal trailer di "The Irishman" (screenshot da Youtube)

Netflix non ama dare i numeri, l’unica cifra sicura riguarda gli abbonati nel mondo. 151 milioni a metà del 2019, secondo gli analisti neppure il lancio dello streaming Disney+ ha finora fatto danni (ma poi aggiungono guardinghi: i risultati non si vedranno sullo sprint ma sulla maratona). I numeri che riguardano il singolo prodotto – serie o film – vengono centellinati. E ogni volta interpretati come un oracolo.

 

L’altro numero sicuro sono i 175 milioni di dollari sborsati perché Martin Scorsese potesse completare “The Irishman”, progetto del cuore rilevato dalla piattaforma dopo che i produttori “tradizionali” pensavano fosse un rischio troppo grosso, meglio evitare. Ovvio che quando la società di ricerche Nielsen lascia trapelare qualche dato d’ascolto, lo si spolpa come un ghiotto boccone.

 

Nei primi cinque giorni su Netflix, “The Irishman” ha messo insieme 17 milioni di spettatori. Oltre settecentomila nel giorno del debutto internazionale, a fine novembre. Solo uno su cinque è rimasto fino alla fine. Bisogna sapere che il film dura tre ore e passa, e l’ultima ora almeno – con i gangster vecchi e sdentati e bavosi – sembra chiudere nella bara tutti i film di mafia, oltre ai protagonisti. Spezzato in quattro episodi, come suggerisce il direttore di una rivista danese per cinefili, sarebbe una perfetta miniserie. Si legge più in fretta il libro di Charles Brandt, che sostiene di avere raccolto la confessione di Frank Sheeran: “Ho ucciso Jimmy Hoffa” (editore Fazi). Per complicanza, “The Irishman” è racchiuso in due cornici. Prima cornice: Robert De Niro artificialmente invecchiato che racconta dall’ospizio, in pantofole di feltro (e via con il flashback). Seconda cornice: Robert De Niro artificialmente ringiovanito, un po’ fisso nella sua smorfia, che racconta un viaggio in macchina con l’altro mafioso Joe Pesci, il più bravo di tutti, e rispettive consorti (e via con i flashback, pure qui). Bisogna sapere che per metà il film ha scene che rendono bene sul grande schermo, e per metà ha teste parlanti che rendono bene sul piccolo schermo. Mai visto mafiosi chiacchierare tanto.

 

Si sarà capito che non siamo fan sfegatati, soffriremo per tutta la stagione dei premi. Quindi torniamo alle cifre, e alla resa dell’investimento. Scott Stuber, che per Netflix dirige la sezione film originali, sostiene di sapere quanti nuovi abbonati ha portato con sé il film di Scorsese. Ma non vuole rendere pubblica la cifra. E intende studiare sistemi di misura a suo parere più adeguati. I dati Nielsen calcolano soltanto i televisori con il tasto Netflix. Quindi se avete deciso di pugnalare al cuore il regista guardando “The Irishman” sul cellulare – ha raccomandato di evitare il sacrilegio, il cellulare serve per le sciocchezze targate Marvel – non sarete compresi nel conteggio.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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