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Nessuno sarà tanto masochista da fare uscire “Mektoub, My Love” nelle sale

Al Festival di Cannes arriva il sesso di Abdellatif Kechiche. E ne avremmo fatto volentieri a meno

24 Maggio 2019 alle 17:45

Nessuno sarà tanto masochista da fare uscire “Mektoub, My Love” nelle sale

"Mektoub, My Love: Intermezzo"

Mancava il sesso, lo scandalo che a Cannes fa scappare gli spettatori dalle sale. I pochi rimasti svegli, almeno. Proiezione ufficiale alle dieci di sera (per la stampa uguale): accanto a “Mektoub, My Love: Intermezzo” di Abdellatif Kechiche c’era un quattro, stava per quattro ore (alla prova dei fatti erano solo tre e mezza). Come tutti gli scandali di sesso, ha i suoi lati ridicoli. Il regista, francese ma tunisino di origine, aveva già provocato con “il film delle lesbiche” (di certo aiuta la memoria più di “La vita di Adele”). Palma d’oro 2013 e per soprammercato premi di interpretazione per le attrici, che poi accusarono il regista di maltrattamenti. Ammesso e non concesso che Léa Seydoux, imparentata con i due tycoon del cinema francese, possa “sentirsi costretta” a restare su un set, se non le garba.

  

Kechiche inquadra per quasi tutto il film ragazze poco vestite in una discoteca di Sète (paesino di pescatori vicino a Marsiglia, l’anno è il 1994). Anaïs Bordages – su Twitter si presenta come giornalista “esperta di Ryan Gosling” – ha contato 178 inquadrature di culi ballerini. Per capirci: movimenti da danza del ventre, ma con i jeans tagliati a mezza chiappa. La poca trama, ereditata da “Mektoub, My Love: Canto Uno” (il regista minaccia una terza parte), prevede ragazze su una spiaggia, sempre con la macchina da presa appiccicata, un paio di maschi in canottiera, un giovanotto che non si leva mai la camicia perché è stato a Parigi e vuole fare il fotografo. Per reazione al puritanesimo, nostro e islamico (tutti meno una bionda sono di origine araba) vien voglia di tifare Kechiche. In cambio, dovrebbe sgrezzare il diamante, salvando la naturalezza dei dialoghi e la sensualità degli sguardi. Dopo tanta seduzione, arriva il dunque, e assieme al dunque l’accusa di pornografia. Cunnilinguus nel bagno, ripreso da ogni angolo. All’uscita, gli spettatori maschi erano divisi: chi diceva “non simulato, l’hanno fatto davvero” e chi cronometrava “tredici minuti sono troppi”.

  

Gli spoiler sono necessari, nessuno sarà tanto masochista da fare uscire “Mektoub” (vuol dire “destino”) nelle sale. Kechiche non avrà la sua seconda Palma d’oro. Speriamo che né i fratelli Dardenne (con “Le Jeune Ahmed”) né Ken Loach (con “Sorry We Missed You”) portino a casa la terza. Succede così quando viene invitata in concorso la solita compagnia di giro, si gioca al toto-palma per esclusione.

  

Sarebbe la seconda anche per Terrence Malick con “A Hidden Life”. E un bis anche per Quentin Tarantino, con “C’era una volta a Hollywood” (da presidente della giuria fece premiare “Bowling a Columbine” di Michael Moore, entrambi erano prodotti da Harvey Weinstein). Il presidente della giuria Alejandro González Iñárritu dice che siamo a bordo del Titanic, quindi temiamo un film punitivo.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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