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A Cannes rischia di vincere un altro film orientale, gli unici rimasti a raccontare storie

Presentato “Parasite”, girato dal coreano Bong Joon-ho. Una magnifica storia di servi e di padroni. Dramma, melodramma, horror, satira sociale, tenerezze familiari nella difficoltà

23 Maggio 2019 alle 19:43

Campione di narcisismo – sport molto praticato quest’anno al Festival di Cannes – è stato Xavier Dolan con “Matthias e Maxime”: il trentenne ex ragazzo prodigio canadese (fu lanciato dalla Quinzaine nel 2009 con “J’ai tué ma mère”, “one man film” scritto diretto prodotto e recitato). Per vezzo, si fa disegnare sulla guancia una notevole voglia di fragola, come le attrici che si imbruttiscono in vista degli Oscar. Ha la parte di Maxime, in procinto di partire per due anni australiani (ha la mamma impicciona e urlante, qui anche ex drogata, tipica dei suoi film). Matthias è il suo amico d’infanzia, ora fa l’avvocato. Per il cortometraggio di un’amica che deve diplomarsi son costretti a darsi un bacio (senza averlo saputo prima). L’intero film ne sconta le conseguenze. Sarà amore? Maxime non partirà più? La finiranno di bere birra, ballare in discoteca e giocare alle sciarade? L’avvocato la smetterà di essere così antipatico? (peccato, perché è l’unico a parlare un francese comprensibile, per il resto servono i sottotitoli).

   

Fuori concorso, Abel Ferrara con “Tommaso”. Ovvero: la vita del regista a Roma dopo la disintossicazione da tutto. Va a fare lezione d’italiano, torna a casa e butta la pasta (orecchiette, la moglie ha già preparato il sugo), va agli alcolisti anonimi, insegna in una scuoletta di teatro. L’attore è Willem Dafoe che era già stato per il regista Pier Paolo Pasolini (a Roma vivono vicini, dalle parti di Piazza Vittorio già immortalata in un documentario). La casa è la vera casa, la moglie è la vera moglie, la figlia è la vera figlia, gli sbadigli dello spettatore sono veri sbadigli.

  

Quando appare all’orizzonte un film che finalmente racconta una storia non ombelicale, la gioia è somma. Il risveglio dal torpore arriva grazie a “Parasite”, girato dal coreano Bong Joon-ho. Era il regista di “Snowpiercer”, tratto dal fumetto di Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand: tutto a bordo di un treno, dove i sopravvissuti alla seconda era glaciale cercano di sopravvivere (i miserabili) e di sedare le rivolte (i privilegiati nelle carrozze di testa). Il mondo si è ghiacciato perché i seguaci di Greta hanno cercato di raffreddarlo, sbagliando le dosi della polverina magica – qualcuno lo dica a Leonardo DiCaprio che ha approfittato del passaggio a Cannes per promuovere il documentario “Ice on Fire” di Leila Conners. Fa da voce narrante, e illustra le soluzioni alla crisi climatica. Due anni fa, Bong Joon-ho era in concorso con il maialone “Okja”, prodotto da Netflix. Prima del veto che dirottò “Roma” di Alfonso Cuarón verso la Mostra di Venezia.

  

“Parasite” è una magnifica storia di servi e di padroni. Comincia in un seminterrato lurido, dove vive una famiglia che per vivere piega i cartoni da pizza (nel vicolo, di notte, molti ubriachi pisciano, a nulla servono i cartelli). Finisce in un bunker sotto una casa lussuosa, disegnata da un architetto e tenuta come uno specchio da una fedele governante. Il figlio dei poveri riesce a infiltrarsi dando ripetizioni d’inglese alla figlia dei ricchi (il diploma non è falso, si autogiustifica il giovanotto, solo prematuro, prima o poi ha intenzione di finire gli studi). La figlia dei poveri si intrufola poco dopo: il bambino dei ricchi fa disegni preoccupanti, lei si spaccia per psicologa specializzata in art-therapy. Il padre si sistema come autista. La madre come governante (qui i trucchi sono più elaborati, solo il ragazzino avanza qualche sospetto: “Mamma, hanno tutti lo stesso odore”).

  

Inizia come “Il servo” di Joseph Losey (tratto dal romanzo di Robin Maugham, nipote di William Somerset Maugham) e accumula colpi di scena saltando da un genere all’altro senza abbassare la tensione, come accadeva in “Snowpiercer”. Dramma, melodramma, horror, satira sociale, tenerezze familiari nella difficoltà (anche estrema, lo spettatore non può immaginare quanto). In questo assomiglia a “Shoplifters - Un affare di famiglia” di Hirokazu Kore’eda, vincitore l’anno scorso della Palma d’oro. L’oriente potrebbe fare il bis.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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