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disuguaglianza alimentare

Mangiare in italiano

Giacomo Astrua

La tavola, da qualche tempo, è diventato un sismografo sociale. Ma che mangiare bene e sano costi di più è una leggenda metropolitana: il problema non è il portafoglio, ma l'apparente convenienza dei cibi industriali 

In Italia la diseguaglianza non si consuma soltanto nei redditi, nei patrimoni o nell’accesso ai servizi ma si misura anche, più prosaicamente, nel carrello della spesa. La tavola, da sempre luogo di coesione e identità nazionale, è diventata un sismografo sociale: registra differenze, scosse, fratture. Da una parte chi può permettersi alimenti freschi e nutrienti dall’altra chi, pur volendo, deve fare i conti con prezzi percepiti come inaccessibili, con un tempo da dedicare alla cucina che evapora e con l’offerta industriale che risolve tutto (male) in cinque minuti di friggitrice ad aria. Che mangiare sano costi di più è una delle leggende metropolitane meglio riuscite del nostro tempo. Basta guardare i numeri: un carrello costruito con i criteri della dieta mediterranea, quella vera fatta di frutta e verdura di stagione, legumi, cereali semplici, olio extravergine d’oliva, costa meno del carrello medio degli italiani, saturo di prodotti pronti, snack, bibite e fantasie ultraprocessate. La “dieta povera” della nostra tradizione contadina è oggi l’opzione più economica delle alternative. Il problema non è il portafoglio, è l’immaginario: la convenienza apparente dei cibi industriali, il marketing che li santifica e un deficit di educazione alimentare che confonde il “rapido” con l’“economico”. E’ l’ignoranza coltivata e non la povertà a riempire dispense di prodotti che costano poco ma fanno spendere molto. L’educazione alimentare in Italia è un ornamento, non un’infrastruttura. Appare in forma di progetto scolastico occasionale, qualche slide ministeriale, qualche iniziativa estemporanea, e poi svanisce. Nel frattempo, la rete pullula di santoni del detox, sacerdoti del “senza”, evangelisti dell’“alcalino”. Chi ha strumenti culturali sopravvive, gli altri soccombono a un rituale alimentare che non distingue più tra scienza e superstizione.

 

Eppure invertire la rotta è possibile. Esistono paesi che incentivano gli acquisti di cibi freschi e affiancano le famiglie con programmi educativi continui. L’Italia potrebbe imitarli con un enorme vantaggio: la cultura gastronomica ce l’ha già nel Dna. Basterebbe aggiornarla al presente. Come? Introducendo l’educazione alimentare come materia vera nelle scuole, con voti veri magari. Affiancando allo psicologo scolastico uno sportello con un dietista/nutrizionista per spiegare che la salute non inizia dalla ricetta del medico, ma dalla lista della spesa. La prevenzione non è un lusso da paesi ricchi, è il modo più intelligente per non diventare un paese povero, di salute e di bilanci. Ogni euro investito per dare competenze, rendere accessibili i prodotti freschi e ridurre le asimmetrie informative, è un euro risparmiato domani in farmaci, visite e ricoveri. Ma prevenire richiede una decisione politica semplice e rara: trattare i cittadini come adulti, non come consumatori da intrattenere.

 

La diseguaglianza alimentare racconta un’Italia molto più divisa di quanto amiamo ammettere. Non separa solo nord e sud, ricchi e poveri, città e province ma separa chi sa orientarsi nella complessità alimentare da chi segue il flusso delle offerte speciali. E’ un confine invisibile che attraversa frigoriferi, dispense, cucine. E affrontarlo significa riconoscere che il cibo, in un paese che ha trasformato il cibo in cultura, non può diventare l’ennesima frontiera della disuguaglianza. Difendere la tradizione gastronomica italiana non significa celebrarla nei talk-show o trasformarla in un set permanente da reality culinario. Significa renderla praticabile. Quotidiana. Democratica. E finché una parte del paese sarà spinta a scegliere ciò che “sembra” più economico ma non lo è, la distanza tra poveri e ricchi continuerà ad allargarsi. Anche, e soprattutto, a tavola. Perché l’Italia è ciò che mangia ma soltanto se riesce a permetterselo.

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