Anche la Chiesa italiana ha indovinato dove tirava il vento referendario

Mesi di incontri in oratori e saloni parrocchiali, l'interventismo di qualche vescovo. Sempre nella stesa direzione. Con successo

Matteo Matzuzzi

Ma quest’impegno carsico per il No è servito? Secondo Nando Pagnoncelli, i cattolici hanno in maggioranza votato Sì. Più i “praticanti saltuari” (54,6 per cento) che gli “assidui” (52,8), ma comunque più dei “non praticanti”, il cui placet alla riforma Nordio si è fermato al 50,9 per cento

Roma. E’ solo un caso che il Consiglio permanente della Cei si sia riunito mentre venivano diffusi gli instant poll che delineavano la sconfitta del fronte del Sì al referendum sulla Giustizia. Le parole del cardinale presidente, Matteo Zuppi (“Tenendo sempre conto l’equilibrio tra poteri dello stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene”), non erano quelle di un parvenu di Montecitorio che, arditamente, sfidava percentuali e forchette commentando a caldo la situazione. Era un intervento preparato da tempo, che ricalcava quello di gennaio, sempre al Consiglio permanente. 
Allora la Cei fu costretta a diffondere un comunicato per spiegare che i vescovi non prendono posizione né entrano in campo, che il loro unico invito era alla partecipazione. Qualcuno invece lesse in quel passaggio di Zuppi sulla necessità di salvare l’equilibrio dei poteri un posizionamento in vista del referendum. Il sospetto è rimasto, non tanto sulla scia delle parole del presidente che ha più volte chiarito, quanto per l’impegno pancia a terra della Chiesa cattolica per il referendum. Dalle curie agli oratori, molto si è mosso e quasi sempre in un’unica direzione: quella che ha visto concretizzarsi l’improbabile ma miracolosa alleanza tra preti e magistrati, tra Anm e parrocchie. Basta riguardarsi oggi, a mente fredda e schede scrutinate, l’elenco di iniziative e convegni organizzati tra aule per il catechismo e cappelle per l’Adorazione eucaristica: giudici e pm che si facevano missionari per spiegare al laicato impegnato munito di penna e fogli per gli appunti che perfino san Giovanni XXIII avrebbe votato contro questa riforma. Gherardo Colombo girava per gli oratori diffondendo il verbo del No, il più delle volte senza contraddittorio (un mese fa, qui, interpellammo l’oratorio San Paolo di Roma che aveva organizzato una serata con Colombo unica star e ci fu detto che era previsto anche un incontro per il Sì. Cosa mai avvenuta: i reverendi padri murialdini tenevano soprattutto a Colombo, convinti che la Cei, come l’Anm, avesse dato mandato ai preti di votare e far votare No). A parlare erano perlopiù i vescovi schieratissimi per il No, a cominciare dal titolare di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino. Che ha dovuto rinunciare, con vivo e manifesto dolore, a partecipare al Congresso di Magistratura democratica per le polemiche che erano montate. E lui, con un lunghissimo comunicato pubblicato sul sito della diocesi, si doleva di dover mancare all’appuntamento, invitando ad andare a votare ed elargendo al pubblico più o meno orante, lezioni di diritto costituzionale (“Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro dei nostri figli”, sic). I vescovi favorevoli alla riforma, che c’erano, non si sono sentiti. Hanno preferito non esprimersi, chissà se per volontà di restare terzi, per non impelagarsi in campali battaglie politiche o perché ritenevano in cuor loro che i vertici tirassero la corda dall’altra parte.

 

Ma quest’impegno carsico per il No è servito? Secondo Nando Pagnoncelli, i cattolici hanno in maggioranza votato Sì. Più i “praticanti saltuari” (54,6 per cento) che gli “assidui” (52,8), ma comunque più dei “non praticanti”, il cui placet alla riforma Nordio si è fermato al 50,9 per cento. I credenti di altre religioni e i non credenti hanno votato No. E’ quindi complicato capire gli effetti degli appelli a difendere la Costituzione più bella del mondo sul Popolo di Dio. Di certo, qualcuno si sarà fatto convincere, anche se meno che in passato: ventuno anni fa la Cei un referendum lo vinse, quello sulla procreazione medicalmente assistita. Il cardinale Camillo Ruini disse fin da subito – sempre in un Consiglio permanente – che l’opzione migliore risultava essere quella di far mancare il quorum (allora i referendum erano abrogativi e dunque serviva che votasse la maggioranza degli italiani). Missione compiuta: votò il 25 per cento degli aventi diritto. Un’èra geologica dopo, le cose sono diverse: il panorama del movimentismo cattolico era più fluido (la Compagnia delle opere e associazioni cattoliche legate al Family day erano favorevoli, altri decisamente contrari). Soprattutto, il peso delle gerarchie è progressivamente sfumato, e non certo da ieri. Lo stesso Ruini aveva pubblicamente annunciato il proprio Sì “con profonda convinzione”, non seguìto da alcun vescovo del Consiglio permanente della Cei, almeno pubblicamente. Anzi, uno ha perfino mostrato insofferenza per l’entrata “a gamba tesa” del cardinale. Resta sempre curiosa l’esultanza di un certo laicato che negli anni ruiniani protestava per le ingerenze della Chiesa negli affari politici e oggi plaude, un po’ genuflesso, alla Cei mater e molto magistra.  

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.