La fronda conservatrice e cristiana contraria alla guerra contro l'Iran
I conservatori americani dilaniati dalla guerra in Iran, tra politica e religione: “Trump la pagherà alle elezioni. Sospetto che i democratici otterranno una grande vittoria nel 2026", dice il direttore di Crisis Magazine, rivista vicina alle battaglie culturali pro life
Roma. In queste due settimane di guerra all’Iran, non pochi osservatori hanno notato la progressiva scomparsa dai radar del vicepresidente americano J. D. Vance. A giudizio di qualcuno, è la prova della fatica che il conflitto scatenato contro il regime dei pasdaran fa a essere accettato presso la base Maga. Più in generale, a differenza della stagione bushiana (padre e figlio), è il mondo conservatore – assai frastagliato – a mostrare più d’una perplessità rispetto al disegno (sempre che esista) di Donald Trump e della sua Amministrazione. Se sul Wall Street Journal William McGurn ha attaccato direttamente il Papa – “Non saranno le omelie a liberare l’Iran”, è il titolo del suo editoriale – altri hanno punti di vista diversi. Chiaro, in questo senso, è quanto ha scritto Eric Sammons, il direttore di Crisis Magazine, rivista cattolica statunitense molto attiva sul fronte delle guerre culturali, dalla libertà religiosa alle tematiche pro life. Sammons scrive che “questa guerra (e sì, è una guerra) non soddisfa le condizioni della teoria della guerra giusta”.
Interpellato dal Foglio, aggiunge che “il protestantesimo evangelico – in particolare quello appartenente alla corrente dispensazionalista – sia tra i principali sostenitori di questa guerra e stia di fatto spingendo Trump a intraprenderla. E’ uno scandalo che ha portato morte e distruzione in medio oriente”. Quanto ai criteri della guerra giusta, “questo conflitto non soddisfa le quattro condizioni come indicato nel Catechismo della Chiesa cattolica. In particolare, non sono stati esauriti tutti i mezzi per porre fine alle divergenze tra Iran e Stati Uniti, e l’uso delle armi in questo caso probabilmente produrrà mali e disordini più gravi del male che si vorrebbe eliminare (tra cui un odio più profondo verso gli Stati Uniti all’estero e l’espansione di questo conflitto, come si può già vedere nel Libano meridionale)”. Ma, spiega, ci sono anche ragioni politiche: “Negli Stati Uniti solo il Congresso può dichiarare guerra, eppure il presidente Trump ha avviato questa guerra senza tale autorizzazione del Congresso. Inoltre non ha dimostrato che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per l’America. Sebbene abbia sostenuto che l’Iran è un nemico da 47 anni, non ha fornito alcuna ragione convincente per un attacco proprio adesso”. Il direttore dice di rendersi conto “che molti lettori sostengono questa guerra, ma sono fermamente convinto che i cattolici dovrebbero opporvisi sia per ragioni politiche sia per ragioni religiose”. Non è solo questione di meri princìpi, ma anche di conseguenze, quelle che presto gli americani potrebbero dover constatare a casa propria: “Osama bin Laden dichiarò apertamente che la ragione dell’11 settembre era la sua opposizione alla prima guerra dell’America in Iraq e alla continua presenza militare americana in medio oriente”. Sammons non si ferma qui e ricorda che di recente è stato indirettamente criticato dal senatore Ted Cruz per aver sostenuto che “il sionismo cristiano, alimentato dalla Sola scriptura, ha conseguenze mortali”. Dato il quadro, lo scenario elettorale per i repubblicani – dalle midterm di novembre alle presidenziali del 2028 – non sembra mettersi bene. Dice Sammons: “La coalizione che il presidente Trump aveva riunito durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 2024 si è rotta. E’ vero che il movimento Maga in generale sostiene questa guerra, ma Trump ha vinto anche rivolgendosi ad altri gruppi fuori dalla sua base, come libertari e non interventisti. Quei settori stanno diventando sempre più ostili a Trump, e questo probabilmente influenzerà sia le elezioni di metà mandato del 2026 sia le presidenziali del 2028. A questo punto sospetto che i democratici otterranno una grande vittoria nel 2026, a meno che non accada qualche evento importante che cambi la situazione”.
A proposito di protestanti, Peter J. Leithart su First Things, non la pensa troppo diversamente: “Una guerra giusta deve avere obiettivi chiari e raggiungibili, ma il messaggio dell’Amministrazione Trump, se non il suo ragionamento morale, è stato confuso. Abbiamo una ragionevole aspettativa di successo? E’ difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, ma sembra che gli Stati Uniti rischino di esaurire le munizioni prima di ottenere una vittoria decisiva. Sembra che abbiamo sottovalutato la capacità militare e la determinazione dell’Iran, soprattutto dopo la morte di Khamenei, sovrastimando al contempo la volontà dell’opposizione iraniana di attuare un colpo di stato. Ci siamo forse trovati nella stessa posizione del re nella parabola di Gesù, che inizia una guerra senza prima contare il costo (Luca 14:31-33)?”. Forse, aggiunge Leithart, la lettura corretta per comprendere quanto sta avvenendo è quella iper realista: “Trump ha a lungo desiderato eliminare la Repubblica islamica dell’Iran, e il suo piano ora è continuare a bombardare finché un leader collaborativo non emergerà dalle macerie. Ma i princìpi della guerra giusta non permettono agli stati di andare in guerra per rimanere ricchi o arricchirsi, né per assicurarsi un alleato a capo delle risorse petrolifere dell’Iran e dello Stretto di Hormuz”. Certamente, aggiunge, “il vecchio ordine liberale, sia nelle sue forme realiste sia idealiste, si è logorato e deve essere demolito. Ma ciò lascia il mondo, soprattutto la superpotenza militare mondiale, in un pericolo morale: riconosciamo dei limiti, o ci convinciamo che la guerra sia giustificata finché viene avviata da un presidente ‘intelligente’, il cui unico limite riconosciuto è la propria bussola morale? Non woke non è uno standard per lo ius in bello. Non vogliamo essere una superpotenza che si compiace dell’uccisione altrui, senza freni né coscienza”.
Edward Feser, docente di Filosofia al Pasadena City College, premette che “la dottrina della guerra giusta afferma certamente che liberare un paese da una tirannia può, in linea di principio, essere un obiettivo legittimo di guerra” ed “è anche perfettamente ragionevole cercare di impedire a un simile regime di acquisire armi nucleari”. Ma, aggiunge, “questo non basta. Si tratta solo di una condizione necessaria per avere una causa giusta per la guerra, non di una condizione sufficiente. L’obiettivo deve essere buono non solo in astratto, ma anche alla luce di tutte le circostanze concrete rilevanti”. Anche qui, poi, torna il tema dell’“interesse americano”: “L’Amministrazione e altri leader repubblicani di alto livello non hanno nemmeno fornito una spiegazione chiara e coerente di quale sia esattamente lo scopo della guerra. E difficilmente si può avere un piano quando non si sa nemmeno per cosa si sta pianificando”. Insomma, l’intellettuale del Pasadena City College, considera “la guerra contraria agli interessi americani”.
Che la situazione sia complessa e che il travaglio non sia leggero lo ha certificato anche il direttore della rivista First Things, R. R. Reno: “La nebbia della guerra è proverbiale. In medio oriente si potrebbe dire lo stesso della pace, che spesso è solo guerra con altri mezzi. Le circostanze del coinvolgimento americano in quella regione sono moralmente complesse. Per questa ragione è imprudente formulare giudizi morali troppo sicuri sull’Operazione Epic Fury”. Il problema, scrive è che “la teoria della guerra giusta è spesso trattata come una sorta di checklist morale”, ma questa “è una visione errata. Si tratta semmai di una tradizione di pensiero che ci aiuta a inquadrare la realtà della guerra in termini morali, per poter riflettere e discernere meglio i contorni e i limiti morali della violenza letale”. E’ anche difficile, a giudizio di Reno, parlare di nuova guerra, visto che “in un modo o nell’altro, l’Iran è in guerra con Stati Uniti e Israele da decenni”. Si può affermare, scrive, che annunciando i raid su Teheran, Trump stava solo “riconoscendo il fallimento dell’ultimo cessate il fuoco”. In tutto questo, mentre McGurn sul Wsj chiede che il Papa riaffermi “gli insegnamenti di lunga data della Chiesa sulla guerra giusta, la dignità umana e la protezione dei civili”, pena la sua irrilevanza, Leone XIV domenica ha detto che “qualcuno pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre”. Non proprio in linea con l’editoriale del Wall Street Journal. A tal proposito, Sammons dice al Foglio che “Papa Leone è in una posizione difficile. Se condannasse Trump, sembrerebbe solo un progressista che odia Trump. Se condannasse il governo iraniano, sembrerebbe un sostenitore degli Stati Uniti e di Trump. Finora penso che abbia fatto un buon lavoro nel condannare una guerra ingiusta senza apparire troppo politico. Sono stato particolarmente soddisfatto della sua dichiarazione di venerdì, in cui ha invitato i cristiani responsabili della guerra a esaminare la propria coscienza”.