"L'attacco all'Iran non risponde al criterio della guerra giusta", dice il cardinale di Washington
Mons. McElroy definisce "illegittima" l'operazione contro Teheran, ma implicitamente ammette che il bellum iustum non è affatto sepolto. Dipende da come viene applicato. Ma il concetto non era stato affossato da Papa Francesco con l’enciclica Fratelli tutti?
Che la confusione regni sovrana in questi tempi liquidi (chissà cosa direbbe Zygmunt Bauman se fosse ancora tra noi), lo dimostrano le reazioni interne alla Chiesa sul conflitto israelo-americano scatenato contro l’Iran degli ayatollah. Ieri si dava conto dell’attacco frontale del cardinale Blase Cupich alle politiche belliche dell’Amministrazione, segnalando che la sua era una delle pochissime voci delle alte gerarchie a pronunciarsi esplicitamente sul tema. Ce n’è stata un’altra, quella dell’arcivescovo di Washington, Robert McElroy, che per il ruolo di vescovo della capitale ha un peso notevole. Intervistato dal Catholic Standard, ha sposato le tesi del confratello, premettendo però che “quasi tutti credono giustamente che il regime di Khamenei sia da decenni un governo brutale e repressivo che ha diffuso il terrorismo in tutto il mondo e che dovrebbe essere sostituito”.
“Ma – aggiunge McElroy – c’è un’immensa preoccupazione che questa guerra possa sfuggire al controllo e coinvolgere gli Stati Uniti sempre più profondamente”. Detto ciò, una delle ragioni per cui l’attacco è sbagliato è che non risponde ai vincoli della “guerra giusta”. Dice il cardinale che “il criterio della giusta causa non è soddisfatto perché il nostro paese non stava rispondendo a un attacco esistente o imminente e oggettivamente verificabile da parte dell’Iran. Come dichiarò categoricamente Papa Benedetto, l’insegnamento cattolico non sostiene la guerra preventiva, cioè una guerra giustificata da speculazioni su eventi futuri. Se la guerra preventiva fosse accettata moralmente, tutti i limiti alla causa per entrare in guerra verrebbero messi seriamente in pericolo”. Inoltre, “il criterio della retta intenzione non è soddisfatto nella decisione del nostro paese di attaccare l’Iran. Uno degli elementi più preoccupanti di questi primi giorni di guerra è che i nostri obiettivi e le nostre intenzioni sono assolutamente poco chiari: dalla distruzione del potenziale militare convenzionale e nucleare dell’Iran al rovesciamento del regime, fino all’instaurazione di un governo democratico o alla resa incondizionata. Non si può soddisfare il criterio della retta intenzione della tradizione della guerra giusta se non si ha un’intenzione chiara”. Infine, “il nostro attuale sforzo bellico non soddisfa l’insegnamento cattolico sulla guerra giusta perché è tutt’altro che chiaro che i benefici di questa guerra supereranno i danni che verranno causati. Il medio oriente è la regione più instabile e imprevedibile del mondo. Già la guerra ha avuto conseguenze non intenzionali. La moralmente riprovevole decisione dell’Iran di colpire i suoi vicini nella regione ha ampliato l’estensione della distruzione. Il Libano potrebbe precipitare in una guerra civile. Le forniture mondiali di petrolio sono sotto grande pressione. La possibile disintegrazione dell’Iran potrebbe produrre nuove e pericolose realtà. E la possibilità di enormi perdite umane da tutte le parti è altissima. Per tutte queste ragioni, l’insegnamento cattolico porta alla conclusione che il nostro ingresso in questa guerra non è stato moralmente legittimo”.
E qui sorge subito un problema: ma il concetto di guerra giusta non era stato affossato da Papa Francesco? L’enciclica Fratelli tutti non aveva definitivamente archiviato e consegnato alla storia un concetto che per secoli era stato alla base della posizione della Chiesa rispetto ai conflitti? Scriveva il Pontefice nell’enciclica che “oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile ‘guerra giusta’. Mai più la guerra”. Il professor Daniele Menozzi, tra i massimi esperti della questione per averla a lungo studiata e approfondita, scriveva sul Foglio che quindi, lette le parole del Papa, “nessuna guerra oggi ha giustificazione etica”. Proseguiva Menozzi scrivendo che “l’affermazione è sostenuta da una nota in cui, attraverso la citazione di un passo di sant’Agostino, si mostra come questa asserzione corrisponda perfettamente all’insegnamento di colui che ha iniziato a elaborare la dottrina della legittimità morale del ricorso alla violenza bellica”. Sei anni dopo, la teoria della guerra giusta non è affatto sepolta. Anzi, si sostiene che se ci fossero i presupposti, potrebbe essere usata per giustificare l’intervento in Iran. Ma così non è.
E’ la conferma che, negli Stati Uniti la questione del bellum iustum non è affatto una parentesi chiusa, anzi. Viene utilizzata anche da personalità della Chiesa molto vicine al magistero di Papa Francesco. Dopotutto, gli accenni al nazionalismo cristiano, a sant’Agostino e agli sviluppi novecenteschi hanno a quelle latitudini riferimenti solidi ben sedimentati nella cultura e nella teologia.