Il cardinale di Chicago attacca Trump, ma in America aspettano che parli il Papa
Mons. Cupich guida la battaglia della Chiesa contro il presidente. In patria però, l'eco è scarsa
Leone XIV, che ha mostrato di non condividere affatto i raid, si mantiene in ogni caso in una posizione diplomaticamente prudente: il segretario di stato ha parlato, denunciando il male insito “nelle guerre preventive”, ma il Pontefice non entra nella mischia. Con il risultato che, nel dibattito generale americano, la voce del cardinale resta l’opinione di uno e poco altro.
Roma. Avrà molto da fare il nuovo nunzio negli Stati Uniti nominato sabato scorso. Mons. Gabriele Caccia, diplomatico tra i più esperti, vivrà sulla propria pelle una fase che si presume incandescente nei rapporti fra la Santa Sede e Washington. Non si tratta di azzardare profezie, ma di constatare la progressiva crescita di tensione fra la Chiesa cattolica e l’Amministrazione Trump. L’attacco all’Iran è solo l’ultimo capitolo di un rapporto che s’è fatto complicato, dopo gli scontri registrati sul fronte migratorio. Sono in molti, al di qua dell’Atlantico, a chiedere condanne esplicite della “guerra fuori dal diritto internazionale” scatenata una settimana fa dal presidente americano d’intesa con Benjamin Netanyahu, ma l’unica condanna vera che finora s’è sentita dal campo ecclesiale americano è quella del cardinale arcivescovo di Chicago, Blase Cupich. Che però, in patria, ha ben poco risalto, vittima della polarizzazione ormai imperante. E questo perché da anni – fin da quando Papa Francesco lo scelse come successore del campione delle culture war, il cardinale Francis Eugene George – è catalogato d’imperio tra le file dei vescovi liberal.
Etichetta che lui non ha cercato in alcun modo di togliersi dalla talare. Anzi. Con il passare degli anni, tra programmi eco friendly e sostegno esplicito a figure politiche del Partito democratico, non ha convinto i confratelli a seguirlo. La Conferenza episcopale non l’ha mai preso in considerazione per l’elezione ai vertici e anche i suoi candidati, spesso, sono stati bocciati dal plenum che resta – anche se in modo meno netto rispetto a qualche anno fa – d’impronta conservatrice. Cupich allora ha fatto pesare il suo rapporto privilegiato con Roma, prima con Francesco (che lo creò cardinale e lo ascoltava assai in relazione alle nomine vescovili) e poi con Leone: dopotutto è il capo della diocesi del Papa. E che il Pontefice agostiniano lo ascolti lo dimostra anche il fatto che lo riceve spesso in udienza e che – particolare che in America ha avuto vasta eco – ha pensionato prima il più giovane Timothy Dolan, che di Cupich è l’opposto. Così è il cardinale di Chicago a rappresentare la voce più forte nel segnare l’opposizione della Chiesa americana a Trump. Sabato ha diffuso un comunicato durissimo rispetto alla guerra in medio oriente: “Mentre più di mille uomini, donne e bambini iraniani giacevano morti dopo giorni di bombardamenti da parte di missili statunitensi e israeliani, giovedì sera l’account ufficiale della Casa Bianca su X ha pubblicato un video con scene tratte da famosi film d’azione montate insieme a vere riprese degli attacchi della loro guerra contro l’Iran. La clip era accompagnata dalla didascalia: ‘GIUSTIZIA ALL’AMERICANA’. Una guerra reale, con morte reale e sofferenza reale, trattata come se fosse un videogioco – è disgustoso”. Cupich ha aggiunto che “questa rappresentazione terrificante dimostra che ora viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa è stata drasticamente ridotta. La crisi morale che stiamo affrontando non riguarda solo la guerra in sé, ma anche il modo in cui noi, osservatori, guardiamo alla violenza: la guerra è ormai diventata uno sport da spettatori o un gioco strategico”. Quindi, la chiosa: “Il nostro governo sta trattando la sofferenza del popolo iraniano come uno sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse semplicemente un altro contenuto da scorrere con il dito mentre aspettiamo in fila al supermercato. Ma alla fine perdiamo la nostra umanità quando proviamo entusiasmo per il potere distruttivo del nostro esercito. Diventiamo dipendenti dallo ‘spettacolo’ delle esplosioni. E il prezzo di questa abitudine è quasi impercettibile, mentre diventiamo insensibili ai veri costi della guerra. Ma più a lungo restiamo ciechi di fronte alle terribili conseguenze della guerra, più rischiamo il dono più prezioso che Dio ci ha dato: la nostra umanità”.
Ma che seguito ha nell’episcopato? Quanti sono i vescovi pronti a sostenere la causa? Di certo allineati sono altri due cardinali, Joseph Tobin di Newark e Walter McElroy di Washington. Sotto, tra i vescovi, si nota una prudenza maggiore. Nonostante un paio di mesi fa, l’ex presidente Timothy Broglio, ordinario militare e non certo progressista, arrivò pubblicamente a invocare l’obiezione di coscienza nel caso in cui soldati americani fossero stati chiamati a occupare la Groenlandia o a fare altre cose dal carattere “moralmente discutibile”. L’unico campo che unisce la maggioranza dei presuli è quello del contrasto alla politica migratoria trumpiana, come dimostra il recente “parere” inviato alla Corte Suprema contro l’ordine esecutivo che nega la cittadinanza ai figli degli immigrati irregolari e la serie di comunicati e appelli firmati da vescovi di vario orientamento. Sul resto, le opinioni divergono. E’ sufficiente leggere quanto dichiarato, all’indomani dell’attacco a Teheran, dal presidente della Conferenza episcopale, mons. Paul S. Coakley: dopo aver denunciato il rischio di veder concretizzata “una guerra regionale più ampia”, si è appellato affinché si fermi “la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. Toni ben distanti dal “disgusto” di Cupich. Che non è neppure la “costernazione” del Papa per quanto sta accadendo. Leone XVI, che ha mostrato di non condividere affatto i raid, si mantiene in ogni caso in una posizione diplomaticamente prudente: il segretario di stato ha parlato, denunciando il male insito “nelle guerre preventive”, ma il Pontefice non entra nella mischia. Con il risultato che, nel dibattito generale americano, la voce del cardinale resta l’opinione di uno e poco altro.