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Il Papa e l'ayatollah: la sacra (e strana) alleanza

Da Khomeini ad Ahmadinejad, l'Iran ha sempre cercato l'appoggio del Vaticano per uscire dall'isolamento. E alla Chiesa il regime pareva una soluzione per evitare il collasso della regione

Matteo Matzuzzi

Il padre della Rivoluzione respinse chi gli chiedeva di tagliare i ponti con Roma, capendo che un’intesa “sui valori” conveniva alla causa. Per la Santa Sede, il disarmo nucleare è un imperativo per tutti. E deve avvenire con il dialogo e la trasparenza. Non con le bombe

Una condanna esplicita della Santa Sede all’attacco americano e israeliano contro l’Iran, magari proprio alla fine d’un Angelus quaresimale,  non sarebbe stata impossibile, confinata nelle ipotesi assurde o irreali. Certo, sarebbe stata possibile con i toni consueti della diplomazia che cerca incontri e non scontri, che – come si dice oggigiorno – crea ponti e non muri. Ma insomma, non era un’ipotesi da scartare. Forse anche per questo gli attivissimi cattolici liberal d’oltreoceano assicuravano, mentre i missili cadevano sull’Iran, che il Papa sarebbe stato chiaro nel mettere alla berlina Donald Trump e, chissà, pure la bolsa retorica hegsethiana. Che non fosse una ipotesi da scartare lo dimostrano anche le parole tutt’altro che prudenti uscite dalla bocca di Mohammad Hossein Mokhtari, ambasciatore di Teheran presso la Santa Sede, che poche ore dopo lo sbriciolamento del compound in cui viveva e comandava Ali Khamenei, diceva di aspettarsi “fermamente che che le autorità vaticane, in particolare Sua Santità Papa Leone XIV, condannino questa chiara aggressione sulla base degli insegnamenti religiosi e richiamino ufficialmente i loro costanti appelli alla promozione della pace e della giustizia nel mondo e alla lotta contro la violenza, che costituiscono l’antico messaggio dei profeti e dei testi sacri”. Mokhtari non è uno di quelli che si diverte ad azionare le gru cui vengono appesi ogni anno migliaia di giovani rei di detestare il regime poliziesco dei pasdaran e la repressione morale degli ayatollah. Non è un pasdaran dei più fanatici (ammesso che esistano pasdaran “moderati”). E’ un mite professore, un cattedratico che poco più di un anno fa mandava in stampa – traducendolo in italiano – uno “Studio comparativo dell’invocazione nell’islam e nel cristianesimo”. Non un catalogo di fatwa contro i diavoli occidentali, dunque. Libro che aveva donato a Papa Francesco e al segretario di stato Parolin: “L’ho voluto pubblicare alla vigilia del Giubileo, anno del perdono. I due terzi del contenuto sono citazioni della Bibbia e di commentatori cristiani”. Niente di straordinario: con l’Iran, prima Persia e poi Repubblica islamica, la Santa Sede ha sempre avuto rapporti improntati alla grande cordialità. Proprio Mokhtari diceva ad Avvenire che “con la Rivoluzione del 1979 certi integralisti avrebbero voluto che si interrompessero le relazioni con la Santa Sede. La guida suprema Khomeini si è opposto. Anzi, come mi ha confidato il primo ambasciatore della Repubblica islamica, Sayyid Hadi Khosrowshahi, era lo stesso Khomeini a inviargli messaggi da recapitare al Santo Padre: erano messaggi di pace e di invito alla convivenza con i cristiani”. Che poi fosse la nota ambiguità di Khomeini, che predicava pace nei salotti parigini e studiava come azionare la forca una volta cacciato lo scià, poco cambia. In questi giorni è circolata la foto dell’udienza che Papa Francesco concesse ad Alireza Arafi, per due giorni o poco più Guida suprema ad interim: molta indignazione nei commenti: come è possibile che il Pontefice si mostri così caloroso con un alto rappresentante di uno dei più sanguinari regimi presenti sul pianeta? Ignoravano, gli scandalizzati, che il rapporto è così stretto che l’ambasciatore Mokhtari poteva – senza problemi e senza imbarazzo – consegnare al Papa perfino una lettera che Khamenei aveva scritto ai giovani occidentali. Mentre lasciava in strada a marcire i cadaveri dei trentenni suoi connazionali, crivellati di colpi solo perché a lui e al suo sistema ostili, l’ayatollah si dilettava nel ricordare alla gioventù europea che “se oggi Gesù, il Messia, fosse tra noi, non esiterebbe un attimo a combattere i leader dell’oppressione e dell’arroganza globale. Non tollererebbe mai la fame e i problemi di miliardi di persone”. Parrebbe un qualunque discorso di AntónioGuterres, invece la penna era quella della Guida suprema. 

 

L’ambasciatore cita, ça va sans dire, Khomeini, ma le relazioni con la Sede apostolica risalgono a ben prima del suo ritorno in patria: è nel 1954, regnante Pio XII, che si instaurarono relazioni diplomatiche. Papa Pacelli, che era stato nunzio e poi segretario di stato, era convinto che fosse necessario stringere più relazioni possibili, firmando trattati e concordati, stabilendo relazioni fisse capaci di resistere all’arrivo dei marosi della decolonizzazione e delle rivolte degli stati considerati instabili. Di certo, poco o nulla mutò dopo la cacciata dello scià. Ma perché l’intesa è così solida? Il grande vaticanista John Allen, da poco scomparso, scriveva che “i leader iraniani operano in una matrice psicologica e culturale in cui le convinzioni religiose contano, ma la maggior parte dei leader occidentali semplicemente non può interagire a quel livello… Sarebbero fuori profondità, e in ogni caso, i concetti occidentali di separazione tra Chiesa e Stato renderebbero inappropriato farlo. Il Papa e il suo team diplomatico, invece, possono incontrare gli iraniani nel loro stesso terreno, per così dire, all’interno di un universo condiviso di convinzioni spirituali e teologiche”. Teheran ha sempre richiamato i valori religiosi comuni come base del rapporto d’amicizia, puntando sulla cooperazione derivante dalla medesima radice abramitica. Pesa l’elemento sciita, da sempre più “mistico” e aperto al dialogo con le altre culture, a differenza delle rigidità assai sperimentate nel confronto con il mondo (o, meglio, i mondi sunniti). Religione più che politica, che resta un tema tabù: di dichiarazioni vaticane su impiccagioni e punizioni contro le manifestazioni non autorizzate c’è poco. A gennaio, mentre la mattanza era troppo grande per essere celata, il segretario di stato Parolin parlava di “tragedia infinita”: “Mi chiedo come sia possibile accanirsi contro il proprio stesso popolo, che ci siano stati così tanti morti”.Parolin ribadiva la linea della Santa Sede, che è contraria sì al programma nucleare iraniano, ma nell’ambito di un più ampio disarmo nucleare pacifico. Fatto cioè attraverso il dialogo e la trasparenza. Non con bombe e stivali sul terreno. Men che meno con guerre preventive.

 

L’Iran, ben lieto della posizione d’oltretevere, fa sempre pesare la grande accoglienza mostrata nei confronti della minoranza cattolica e il rispetto dei diritti dei cristiani che altrove – nel mondo sunnita – è poco, o non lo è affatto, garantito. Il cardinale Dominique Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan, sottolineava non troppo tempo fa la “tolleranza” dell’universo sciita di stanza a Qom nei confronti dei cattolici, anche se per lo più a un livello “intellettuale”: collaborazione tra università. Sul resto, parlare di libertà è quantomeno esagerato. A ogni modo, la posizione della Santa Sede fu cristallizzata dal comunicato diffuso al termine dell’udienza che Francesco concesse all’allora presidente iraniano, Hassan Rohani, nel 2016: il Vaticano riconosceva “l’importante ruolo che l’Iran è chiamato a svolgere, insieme ad altri paesi della regione, nel promuovere adeguate soluzioni politiche alle problematiche che affliggono il medio oriente”. Anche in questa circostanza si sottolineavano “i valori spirituali comuni”. Non si trattava di un fatto marginale: era la prima volta dal 1999 che un presidente iraniano metteva piede in Vaticano. L’ultimo era stato, regnante Giovanni Paolo II, Mohammed Khatami, il “riformista”. Proprio quest’ultimo fu il protagonista della stagione d’oro nei rapporti con il Vaticano, al punto da rendere la delegazione presso l’ambasciata al di là del Tevere una delle più numerose. Si scommetteva forte sull’asse tra le fedi per rompere l’isolamento internazionale che vedeva l’Iran assurto a paria del consesso globale. E il Vaticano, in questo, giocava un ruolo fondamentale. Era l’evoluzione di un progetto lanciato qualche anno prima, nel 1992, quando l’alto clero sciita cercò un approccio con la Chiesa greco-ortodossa iraniana in nome dei valori comuni. Un’amicizia prudente, si potrebbe dire. Francesco poi, a situazione già tesa, complicò un po’ le cose, come quando intervenendo a braccio all’udienza con i partecipanti a un evento del dicastero per il Dialogo interreligioso, disse che “voi sapete che ho annunciato di voler creare cardinale l’arcivescovo di Teheran-Ispahan, un bravo frate! Tale scelta, che esprime vicinanza e sollecitudine per la Chiesa in Iran, si riflette anche a favore dell’intero paese. E’ un’onorificenza per l’intero paese. La sorte della Chiesa cattolica in Iran, un piccolo gregge, mi sta molto a cuore. E la Chiesa non è contro il governo, no, queste sono bugie! Sono al corrente della sua situazione e delle sfide che è chiamata ad affrontare per continuare il suo cammino, per testimoniare Cristo e dare il suo contributo, discreto ma significativo”. Lo stesso Francesco, davanti al Corpo diplomatico accreditato, disse che l’intesa raggiunta sul nucleare, nel 2015, “fa ben sperare per il futuro”. E’ anche vero, però, che davanti alla manifesta repressione delle piazze, Jorge Mario Bergoglio usò parole chiare: parlando al Corpo diplomatico, nel gennaio del 2023, disse che “il diritto alla vita è minacciato anche laddove si continua a praticare la pena di morte, come sta accadendo in questi giorni in Iran, in seguito alle recenti manifestazioni, che chiedono maggiore rispetto per la dignità delle donne. La pena di morte non può essere utilizzata per una presunta giustizia di stato, poiché essa non costituisce un deterrente, né offre giustizia alle vittime, ma alimenta solamente la sete di vendetta”. 

 

Amici sì, ma con qualche caveat non irrilevante. L’unico vero momento d’attrito, e non di poco conto, fu nel 2021, quando Francesco compì lo storico viaggio in Iraq, probabilmente il più significativo del suo intenso pontificato. La visita all’ayatollah Ali al Sistani, a Najaf. Indiscussa autorità dell’islam sciita iracheno, l’uomo che non parla mai in pubblico, che non si mostra, ma che con poche parole riferite da emissari è capace di mobilitare milioni di uomini e donne per la causa che ritiene giusta. C’è da sempre competizione tra l’islam sciita iracheno e quello iraniano, tra Najaf e Qom, ammesso che sunniti e sciiti possano essere classificati in due grandi famiglie unitissime senza differenze e rivalità al proprio interno. Najaf e Qom, i due grandi poli di quella devianza che i sunniti ritengono mera eresia. Che il Papa vada da al Sistani non può piacere a Teheran: sa tanto di umiliazione. Dopotutto, come scriveva all’epoca Adriano Sofri sul Foglio, “nessuno può rivaleggiare con Sistani, tantomeno quell’Ali Khamenei che comanda l’Iran da quarant’anni ma come teologo e giureconsulto è uno qualunque”. Ma Francesco, dopo la foto con l’aytollah, uno in bianco e l’altro in nero, ha rimediato subito, cercando di nuovo canali di dialogo con la Repubblica islamica. Trovandoli.

 

La Santa Sede ritiene che l’Iran possa essere un elemento che, paradossalmente, garantisce stabilità. Lo sosteneva soprattutto quando il mondo vedeva le avanzate jihadiste nelle aree sunnite, capaci di travolgere regimi ed entità statali, causando l’esodo di intere antichissime comunità cristiane. L’obiettivo vaticano è sempre stato quello di coinvolgere Teheran, far sì che possa essere considerato non più il cervello delle canaglie, ma un interlocutore utile, se non altro per evitare lo scoppio di incendi nella regione. Senza, per questo, sposare la causa di uno dei contendenti, siano essi Teheran o Riad. Perfino negli anni del pontificato di Benedetto XVI, punto più basso nei rapporti con l’islam – dopo Ratisbona, Khamenei accusò il Papa di far parte della cospirazione israelo-americana finalizzata a fomentare lo scontro fra le religioni – e gelo con al Azhar dopo le parole del Pontefice a seguito degli attentati contro le chiese copte, alla fine del 2010 – i canali sono rimasti apertissimi. Mahmoud Ahmadinejad, nei rari momenti in cui abbandonava la retorica che puntava all’eliminazione di Israele dalla cartina geografica, prendeva carta e penna e scriveva al Papa, grazie anche all’opera tessitrice di Jean-Louis Tauran, allora prefetto del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e tra i massimi esperti di islam. Il Papa rispondeva. Nel 2010, Joseph Ratzinger scriveva che “i cattolici presenti in Iran e quelli nel mondo si sforzano di collaborare con i loro concittadini per contribuire lealmente e onestamente al bene comune delle rispettive società in cui vivono, diventando costruttori di pace e riconciliazione. In questo spirito, esprimo la speranza che le relazioni cordiali già felicemente esistenti tra la Santa Sede e l’Iran continuino a progredire, così come quelle della Chiesa locale con le autorità civili. Sono altresì convinto che l’istituzione di una Commissione bilaterale sarebbe particolarmente utile per affrontare questioni di comune interesse, incluso lo status giuridico della Chiesa cattolica nel paese”. Un anno prima, ricevendo in udienza il nuovo ambasciatore iraniano, Benedetto XVI riprese i temi fondamentali della sua “diplomazia della verità”: cooperazione a tutto campo, per “progredire  nella conoscenza reciproca” e “cooperare nella riflessione sulle importanti questioni che concernono la vita dell’umanità”, ma senza dimenticare che “la fede nel Dio unico deve avvicinare tutti i credenti e spingerli a lavorare insieme per la difesa e la promozione dei valori umani fondamentali. Fra i diritti universali, la libertà religiosa e la libertà di coscienza occupano un posto fondamentale, poiché sono alla base delle altre libertà”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.