la campagna

La Chiesa pancia a terra per il No al referendum

Il vicepresidente della Cei mons. Savino parteciperà a un evento dal titolo chiaro: "L'insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo"

Matteo Matzuzzi

Parrocchie, oratori, saloni. Da nord a sud, tanti eventi contro la riforma della giustizia. Un magistrato assicura: “Anche Leone XIII e  Giovanni XXIII volevano la divisione dei poteri” 

Al referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo bisogna votare No perché così avrebbero voluto sia Leone XIII sia, soprattutto, san Giovanni XXIII. L’organizzatissima campagna per respingere la riforma varata dal governo lascia da parte le questioni tecniche, il sorteggione per il Csm e altri cavilli annoianti e punta sul timor di Dio, scomodando Papi santi e Papi tornati di moda. Giuseppe Mastropasqua, socio della sezione di Trani dell’Unione dei giuristi cattolici italiani – che è una specie di Comintern del No – e presidente del tribunale di Sorveglianza di Lecce, da un mese va per chiese e saloni parrocchiali delle diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Molfetta e Andria, a spiegare perché nell’urna si debba infilare la scheda con ben sbarrato il niet. Le motivazioni date all’uditorio – numeroso e motivato assai, con tanto di foglietti per prendere appunti, come si vede da gallerie fotografiche e video appositamente diffusi su social e siti internet – è che “già nella Rerum novarum si sanciva come giusta la divisione dei poteri dello stato. La Rerum novarum parlava di funzioni, e questo principio viene ancor più esplicitato nella Pacem in terris di san Giovanni XXIII. Il Pontefice non soltanto afferma che la divisione dei poteri è un fatto naturale dell’uomo, ma aggiunge in maniera chiara che la divisione dei poteri consente all’uomo di realizzarsi in maniera più compiuta”. Perché è ovvio che se si separano le carriere il potere giudiziario non esisterà più, venendo assorbito dall’esecutivo. Lo stesso magistrato, in una recente intervista al Dubbio intitolata “Io giudice cattolico difendo le correnti: abolirle o svuotarle di senso cancella le basi della società” ha sostenuto che anche alla luce degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa (sic) “tutti i corpi intermedi e, per quel che qui interessa, anche l’Anm e in genere l’associazionismo giudiziario, pur essendo da circa 40 anni attraversati da diverse criticità e fenomeni di afasia e di indebolimento determinati dal progressivo sgretolarsi delle ideologie, di cui non ho nostalgia, sono chiamati a offrire i propri contributi nei diversi ambiti in cui operano”. 

 

Il calendario degli eventi delle tre diocesi pugliesi è solo l’esempio più eclatante di un impegno, neppure troppo timido, di sostegno della Chiesa di base alle ragioni del No. Se non altro, di un impegno ben più organizzato di chi vorrebbe che vincesse il Sì. Il Polesine veneto è in prima linea: l’Anpi organizzerà l’11 marzo, nell’Aula magna dell’ex Collegio vescovile di Este, un pomeriggio per “analizzare la riforma costituzionale e i possibili riflessi sui processi ambientali”. Relatori: il procuratore di Rovigo, Manuela Fasolato, l’avvocato Matteo Ceruti e Giampaolo Zanni della Cgil Veneto. Ceruti e Fasolato, assieme alla giudice Silvia Ferrari, a metà gennaio hanno partecipato alla prima uscita del Comitato “Giusto dire no!” a Rovigo. Location: la sala tel teatro parrocchiale di San Bortolo. “Alla fine ne è uscito un quadro evidente di giudizio negativo sulla riforma costituzionale”, si legge nelle cronache. Strano, dato i partecipanti. A coordinare il tutto, il presidente della sezione locale di Libera, l’associazione di don Ciotti. Copione identico al sud.

 

In Sicilia, la chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania ha ospitato un incontro dal titolo neutro che più neutro non si può, da tribuna politica degli anni Sessanta in bianco e nero: “Dialoghi sulla riforma costituzionale Nordio”. Peccato che i due relatori fossero entrambi per il No. Più che un dialogo, dunque, un monologo a due voci. Il parroco, che è pure un giurista, dice al quotidiano La Sicilia che lui “è del partito di Gesù Cristo” e che “è chiamato a formare le coscienze alla sete di conoscenza”. E che non c’era l’intenzione di dare indicazioni di voto, anche se nella locandina dell’evento torna – di nuovo – il comitato “Giusto dire no!”, che ha un calendario di eventi ragguardevole: due giorni fa, presso la parrocchia Santa Maria delle Grazie di Lucera, sono intervenuti il magistrato Giuseppe Mongelli e il presidente del comitato provinciale Anpi di Foggia, Fabrizio Cangelli. Presentatore: Giuseppe Trincucci, presidente del Comitato cittadino per il No. A moderare, Mario Monaco, pure lui del medesimo comitato. 
Impegnati nella battaglia campale sono anche i Pontifici oratori romani. Tra qualche giorno, il 19 febbraio, a Roma si terrà “un momento di confronto per un voto consapevole”. Confronto che però prevede la presenza di un solo relatore: Gherardo Colombo. In pratica, un sit-in per il No. Dall’oratorio assicurano che non sarà un monologo perché “la platea potrà intervenire” e che comunque è previsto anche un secondo appuntamento, stavolta per il Sì. Si è alla ricerca di un interlocutore all’altezza di Colombo.

 

Qualche sacerdote, pur chiarendo nella maggioranza dei casi che i dibattiti non avverranno in chiesa ma in oratori o saloni parrocchiali, spiega che dopotutto a favore del No è intervenuta la stessa Cei e quindi non c’è ragione alcuna di scandalo. Come e dove la Cei avrebbe invitato il Popolo fedele a votare No, non si sa. Forse, avrà visto il programma di quanto accadrà il 13 marzo a Roma al cinema Aquila. Titolo dell’evento: “Preferirei di no!”. Alle 11 il panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo” . Relatori: Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, la scrittrice Benedetta Tobagi, il costituzionalista Francesco Pallante e l’eccellentissimo monsignore Francesco Savino, rampante e mediaticamente attivissimo vicepresidente della Cei, uno che negli anni ha contrastato tutto ciò che arrivasse da destra (premierato, autonomia differenziata). Di certo, non ha semplificato il quadro quanto detto dal cardinale Matteo Zuppi nella prolusione dell’ultimo Consiglio permanente, alla fine dei gennaio: “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”. Immediati i titoli: la Cei è per il No. Il giorno dopo, la Cei smentisce e chiarisce che in quel passaggio del cardinale presidente c’era solo un invito a informarsi e a votare consapevolmente. Quello che fa ogni volta che si va a votare e che fece anche nel 2016. Caso chiuso? Neanche per idea. Un sacerdote, don Alberto Carrara, ha scritto sul sito La Barca e il Mare: “Dunque, mi domando. Se io buon cattolico (i preti, di solito, sono buoni cattolici) volessi obbedire ciecamente a quello che i miei vescovi mi dicono di fare, dovrei preferire il no al sì perché tutti mi dicono (oddio, quasi tutti) che il no è meglio del sì per difendere l’autonomia del giudici. Perché torna un problema che annoia perché torna, ma torna perché è importante. Questo. I vescovi mi danno le indicazioni di massima. Tocca a me elettore trarre le mie personali indicazioni di minima. E cioè decidere cosa votare. Solo che le indicazioni di minima sono strettamente legate alle indicazioni di massima. Anzi: le indicazioni di massima non servono a nulla se non intercettano le indicazioni di minima. Ed è talmente vero, questo, che nel caso del referendum sulla giustizia anche il cardinal Zuppi sembra sbilanciarsi e suggerirmi che è meglio votare no. Il cardinal Zuppi non me lo dice, ma me lo suggerisce, che è un altro modo di dire. Che dice delicatamente, ma dice”. I vescovi, per lo più, tacciono. E’ finita l’èra della Cei impegnatissima sul campo di battaglia: allo stesso Consiglio permanente nessuno è intervenuto sul tema, eccezion fatta per le perplessità – espresse da un arcivescovo – sul Sì di Camillo Ruini annunciato in un’intervista al Giornale. Viene data mano libera alle diocesi e alle parrocchie, che – loro sì – appaiono assai attive. Tra le grandi associazioni laicali, a esprimersi nettamente a favore della riforma Nordio è stata la Compagnia delle opere (Cdo): “Cdo – si legge in un manifesto – è consapevole che la riforma Nordio non esaurisce né risolve tutte le problematiche del sistema giudiziario italiano e che molto dipenderà dalle leggi di attuazione che il Parlamento sarà chiamato ad approvare. Tuttavia, di fronte all’alternativa tra il mantenimento dello status quo e l’avvio di un percorso di riforma, la scelta del Sì appare la più ragionevole e responsabile. Nella convinzione che la ricerca di un modello ideale non debba diventare un alibi per l’immobilismo, Compagnia delle opere invita a cogliere l’occasione del referendum come un primo passo verso una giustizia più equilibrata e più rispettosa dei diritti”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.