La pistola alla tempia
Il quasi silenzio del Vaticano su Jimmy Lai e il prezzo del dialogo con Pechino
L'Osservatore Romano dedica poche righe alla condanna inflitta all'editore cattolico. Non poteva essere altrimenti: c'è l'Accordo da salvare. L'inchiesta della Croix sullo stato della Chiesa in Cina: dall’entrata in vigore dell’intesa, sono stati regolarizzati dodici vescovi. Venti sono i “clandestini” e quaranta le sedi vacanti
Un trafiletto di undici righe a pagina sei, tra le notizie provenienti dall’Iran e i risultati delle elezioni legislative thailandesi. Così l’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, ha dato conto della condanna a vent’anni di carcere inflitta al settantottenne Jimmy Lai, l’editore cattolico reo di essere il nemico pubblico del regime cinese. L’Osservatore si limita a riprendere la notizia, senza aggiungere nulla. Gli altri media vaticani, tacciono. Non potrebbe essere altrimenti: qualunque intervento sgradito a Pechino minerebbe il “dialogo” in corso da anni che ha prodotto, faticosamente, l’Accordo provvisorio e segreto regolante la nomina dei vescovi firmato nel 2018 e più volte rinnovato. Le clausole sono sconosciute anche se un elemento appare chiaro dopo otto anni: non sono ammesse critiche a Pechino.
Papa Francesco era assai disponibile nei confronti della Cina: oltre alle lodi alla cultura e al popolo cinese, disse che “è un paese con una cultura millenaria, una capacità di dialogo, di capirsi tra loro che va oltre i diversi sistemi di governo che ha avuto. Credo che la Cina sia una promessa e una speranza per la Chiesa”. Ha sempre sostenuto – a differenza del segretario di stato – che l’Accordo andasse bene così come concepito in origine e in un’unica circostanza lamentò lo scarso rispetto dei diritti umani da parte del regime. Correva l’anno 2020 e definì gli uiguri un popolo “perseguitato”. Immediata fu la reazione del Partito comunista, che liquidò il Pontefice come uno che esprime dichiarazioni “senza alcun fondamento”.
E’ evidente a tutti che il dialogo con Pechino consiste nel dare il via libera a quanto si decide là: la Cina ha dimostrato in questi anni di violare ripetutamente l’Accordo, addirittura nominando vescovi in sede vacante o annunciandone la destinazione prima dell’avallo papale. Lo scorso dicembre, la Croix pubblicava una lunga inchiesta sullo stato della Chiesa in Cina e sottolineava che, dall’entrata in vigore dell’intesa, sono stati regolarizzati dodici vescovi. Venti sono i “clandestini”, cioè i presuli che non hanno accettato di sottomettersi al Partito, e quaranta le sedi vacanti.
Di Cina si è parlato abbondantemente nelle congregazioni che hanno preceduto il Conclave, nonostante il silenzio imposto al cardinale Zen, che prima di intervenire in assemblea chiarì che di certe cose non avrebbe potuto parlare. Pena: finire come l’amico Jimmy Lai. Oggi, il novantaquattrenne Zen, che di Hong Kong è stato vescovo, era in prima fila in tribunale mentre veniva data lettura della pena inflitta all’attivista ed editore. Il capitolo cinese è sul tavolo di Leone XIV. L’ha detto lui stesso nell’intervista concessa a Elise Allen: per ora si segue la strada tracciata, ma in futuro si vedrà. Anche perché – aggiunse Prevost – “sono in costante dialogo con diverse persone cinesi” per giungere a “una comprensione più chiara di come la Chiesa possa continuare la sua missione, rispettando sia la cultura che i problemi politici”. Tra queste persone c’è il “significativo” gruppo di cattolici che “per molti anni hanno vissuto una sorta di oppressione o difficoltà nel vivere liberamente la loro fede senza schierarsi”.