vaticano
Lo schema Prevost
“Sono particolarmente preoccupato per la pace all'interno della Chiesa. A mio avviso, impegnarsi per essa deve essere il primo passo”. E' una frase che avrebbe potuto pronunciare Leone XIV, invece è una delle prime dichiarazioni del nuovo arcivescovo di Praga, mons. Stanislav Pribyl. “Spesso sembra che, quando arriviamo a un'idea, esaminiamo prima chi l'ha detta o scritta e poi valutiamo il contenuto di conseguenza. Tutto diventa troppo ad hominem”
Da New York a Praga, i nuovi vescovi hanno una priorità: riportare la pace all’interno della Chiesa
Roma. “Sono particolarmente preoccupato per la pace all’interno della Chiesa. A mio avviso, impegnarsi per essa deve essere il primo passo”. E’ una frase che avrebbe potuto pronunciare Leone XIV, invece è una delle prime dichiarazioni del nuovo arcivescovo di Praga, mons. Stanislav Pribyl, cinquantacinquenne padre redentorista che lunedì scorso il Papa ha chiamato dalla diocesi di Litomerice. “Non è solo una questione della Chiesa e dell’arcidiocesi di Praga. Spesso sembra che, quando arriviamo a un’idea, esaminiamo prima chi l’ha detta o scritta e poi valutiamo il contenuto di conseguenza. Tutto diventa troppo ad hominem”. “Cristo – ha detto – è al di sopra di tutte le bolle e gruppi di interesse, e solo in lui possiamo veramente essere uno”. Questa società, ha aggiunto, è influenzata “dagli algoritmi dei social newtork” dove l’amicizia è “un concetto completamente diverso dalla vera amicizia tra le persone”.
Mons. Pribyl avrebbe avuto mille altri argomenti per presentarsi, a cominciare dal fatto che è stato promosso a una sede dove i cattolici – già storicamente scarsi di numero – sono sempre rari e dove anche solo fare catechismo ai più giovani si rivela un’opera pari a quella dei missionari in partibus infidelium. Invece, va subito al punto più delicato, le divisioni dentro la Chiesa. Non gli attacchi che subisce dall’esterno, la “persecuzione in guanti bianchi” così presente anche in occidente di cui tanto parlava Francesco. No: la pace in casa, prima di tutto. Quanto detto dal vescovo sembra la sintesi di questi mesi di pontificato, al punto che inizia a scorgersi uno schema relativo alle nomine – fin qui poche – di Leone XIV: la prima caratteristica a essere valutata parrebbe essere quella di presuli dal profilo basso, poco interventisti sui media e votati a ricomporre le fratture. Che la Chiesa fosse divisa non è certo una sorpresa (non lo era neanche una settimana dopo la Resurrezione di Gesù, basta leggere gli Atti degli apostoli), le congregazioni generali del pre Conclave l’hanno solo acclarato, e ora Robert Prevost mette in pratica quanto recita il suo motto, “nell’unico Cristo siamo uno”. E lo fa scegliendo uomini dal profilo moderato, non coinvolti nelle estenuanti battaglie tra fronti che si contrappongono da anni sui temi più svariati, dalla pastorale alla liturgia. Le prime parole del nuovo arcivescovo praghese lo dimostrano. E lo dimostra anche il profilo scelto per New York, mons. Ronald Hicks, che si è insediato ieri sulla cattedra occupata per diciassette anni da Timothy Dolan. E’ sbagliato leggere le nomine di Leone XIV seguendo le solite categorie, “progressista” e “conservatore”. Anche perché nell’arco di un mese ha fatto prima tenere la meditazione introduttiva del concistoro al cardinale Timothy Radcliffe e poi ha chiamato il monaco trappista Erik Varden a predicare alla curia romana per la Quaresima. Due profili non proprio “allineati”. Il Papa sceglie missionari, e missionari sono anche i vescovi “di periferia” chiamati a intercettare il bisogno di senso dei cattolici smarriti in questo tempo.