I lefebvriani mettono il Papa con le spalle al muro ma sperano di incontrarlo presto
È probabile che da qui alla data delle annunciate consacrazioni episcopali illegittimi si riaprirà il dialogo tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X
Il punto che divide, già chiaro a Joseph Ratzinger, era meramente dottrinale: non si tratta del modo di celebrare la messa o della gestione dei seminari. Era molto di più e a dirlo era stata otto anni fa proprio la San Pio X, al termine dei fallimentari colloqui in Vaticano
In attesa di decidere il da farsi con la Chiesa tedesca e le deliberazioni del suo Cammino sinodale che hanno fatto infuriare perfino il cardinale Reinhard Marx, favorevolissimo a ogni tipo d’apertura ma non al “monitoraggio” dei laici su quanto avviene nella sua diocesi circa l’implementazione della sinodalità – “Non lo voglio”, ha tuonato sabato mattina a Stoccarda – ad aprirsi, un po’ a sorpresa, è il fronte a destra. Con una nota diffusa lunedì dal quartier generale di Menzingen, la Fraternità San Pio X (i lefebvriani), hanno annunciato che il prossimo 1° luglio procederanno a nuove consacrazioni episcopali. Naturalmente, senza il mandato del Papa e quindi illegittime. Una decisione presa all’unanimità dal Consiglio, perché si ritiene “che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime richieda una tale decisione”. Il tutto nasce con spirito polemico rispetto alla Santa Sede, visto che la scelta di procedere all’ennesima frattura con Roma è la conseguenza di quanto accaduto negli ultimi mesi: lo scorso agosto, il superiore generale don Davide Pagliarani, aveva chiesto “la grazia di un’udienza con il Santo Padre, manifestando il desiderio di esporre filialmente la situazione attuale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. In una seconda lettera, ha espresso esplicitamente la necessità particolare della Fraternità di assicurare la continuità del ministero dei propri vescovi, che da quasi quarant’anni percorrono il mondo per rispondere ai numerosi fedeli legati alla Tradizione della Chiesa, i quali richiedono che siano conferiti, per il bene delle loro anime, i sacramenti dell’Ordine e della Confermazione”. Il problema è che la risposta giunta non è quella sperata e gradita: la lettera della Santa Sede “non risponde in alcun modo alle nostre richieste” e quindi si procederà con l’atto illegittimo. Se tutto dovesse essere confermato, le conseguenze sarebbero quelle previste dal Codice di diritto canonico: il vescovo che consacra senza mandato pontificio incorre nella scomunica latae sententiae, e con lui i consacrati. Attualmente, i vescovi viventi sono due, l’ex superiore generale Bernard Fellay e Alfonso De Galarreta: entrambi, assieme a Bernard Tissier de Mallerais e Richard Williamson, erano stati consacrati nel 1988 da Marcel Lefebvre e incorsi ipso facto nella scomunica, rimessa da Benedetto XVI nel 2009. Se il 1° luglio Fellay e de Gallareta dovessero procedere a quanto annunciato, sarebbero nuovamente scomunicati. Secondo le statistiche fornite dalla Fraternità, i suoi membri totali sono 1.482, fra cui 733 preti e 24 seminaristi. Le religiose sono 250, l’età media degli aderenti è di 47 anni e le nazioni rappresentate ammontano a cinquanta. La scelta annunciata lunedì allarga un fossato già ampio, almeno dal 2018 quando – con l’arrivo di Pagliarani, meno incline al dialogo con Roma – si è tornati al punto di partenza nei negoziati pluridecennali. Il punto che divide, già chiaro a Joseph Ratzinger, era meramente dottrinale: non si tratta del modo di celebrare la messa o della gestione dei seminari. Era molto di più e a dirlo era stata otto anni fa proprio la San Pio X, al termine dei fallimentari colloqui in Vaticano: “E’ proprio a causa di questa irriducibile divergenza dottrinale che tutti i tentativi di elaborare una bozza di dichiarazione dottrinale accettabile per entrambe le parti sono falliti negli ultimi sette anni. Per questo la questione dottrinale resta assolutamente primordiale”.
Il dialogo, che sembrava promettente un quindicennio fa, non arrivò mai a superare proprio le distanze dottrinali. Già nel 2016, la Fraternità metteva nero su bianco che “la proclamazione della dottrina cattolica richiede la segnalazione di errori che sono penetrati all’interno di essa, purtroppo incoraggiati da molti pastori, fino al Papa stesso”. Ironia della sorte, mentre Joseph Ratzinger era il prefetto della Dottrina della fede all’epoca in cui furono emesse le scomuniche, Francesco si dimostrò di manica larga quando autorizzò ai sacerdoti lefebvriani la giurisdizione per le confessioni e dispose che fossero concesse le licenze per la celebrazione dei matrimoni. In cambio, ottenne poco o nulla, nemmeno la ripresa di un fattivo dialogo. Ora, il superiore Pagliarani dice che il suo desiderio è ancora quello di incontrare il Papa, prima del 1° luglio: “ Mi piacerebbe spiegargli, fargli capire le nostre reali, profonde intenzioni, il nostro attaccamento alla Chiesa; che lo sappia, che lo comprenda”. E’ possibile, se non probabile, che l’accelerata con tanto di consacrazioni annunciate, sia un tentativo per riaprire il confronto, senza più dilazioni.