Aborto sì, Gaza no. I teologi da tastiera attaccano il Papa perché non dice quel che vogliono loro
Indignazione per le frasi di Leone sull'aborto e tanti rimpianti per Francesco (che sul tema fu ben più duro)
Qualcosa, forse, dovrà fare dopo il comunicato con cui, ieri, la Fraternità San Pio X ha annunciato che il prossimo 1° luglio procederà a nuove consacrazioni episcopali senza il mandato del Papa, e quindi illegittime. Difficilmente Leone XIV avrebbe immaginato di dover affrontare la grana lefebvriana all’inizio del pontificato.
Roma. E Gaza? Basta fare una rapida ricerca sui social per trovare la parola “Gaza” accostata a Leone XIV, accusato d’aver dimenticato le sofferenze del popolo palestinese e – soprattutto – di essersi schierato contro l’aborto. Tutto è cominciato sabato mattina, quando incontrando i partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”, ha detto – citando Madre Teresa di Calcutta – che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” e “nessuna politica può infatti porsi al servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale”. Immediata è partita la corale indignazione: e Gaza? E i bambini morti nella Striscia per mano dei sionisti? Nessun accenno, naturalmente, alle altre decine di guerre che devastano il pianeta, neppure agli scolari di Kherson semiassiderati perché rei di non uniformarsi ai progetti putiniani benedetti da Cirillo di Mosca. Migliaia di bambini che muoiono di fame e il Papa pensa all’aborto? E giù a postare le massime di Francesco, che parlava di genocidio e accusava in diretta tv i soldati israeliani di “bombardare i bambini” palestinesi. Creando un confronto poco onorevole ma ormai necessario nell’epoca dei like: uno parla di aborto, l’altro, il Papa che parlava chiaro, di guerre. Che poi Francesco sia stato il Pontefice che sull’aborto ha detto le cose più dure e mediaticamente fulminanti (benché spesso la galassia mainstream si distraesse quando, ad esempio, definiva l’ideologia gender “uno sbaglio della mente umana” ed “espressione di una frustrazione”), è evidentemente un dettaglio. Disse anche che abortire “è come affittare un sicario per eliminare un problema”. In aereo, richiesto d’un parere su chi fosse meglio tra Kamala Harris e Donald Trump, Bergoglio tagliò corto: “Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quello che uccide i bambini”.
Ma è solo uno dei tanti episodi che si inseriscono nel filone del “Papa che delude”: Leone parla poco e dice cose complicate, si fa notare. Non va a Gaza col primo volo utile, si rammaricano altri. Non condanna Netanyahu mentre Francesco telefonava ogni sera al parroco della Sacra Famiglia. Il cahier de doléances è lungo. Che poi non è neppure il parlare della pace il problema. Leone, nel suo primo discorso pronunciato dopo l’elezione – un discorso scritto, quindi ben meditato – parlò di “pace disarmata e disarmante”. Quando doveva protestare per gli attacchi nella Striscia l’ha fatto, pubblicamente. Smentendo perfino la tesi dell’Idf che parlava di errore balistico in relazione all’attacco contro la parrocchia cattolica di Gaza. Il problema è che lo fa in modo diverso rispetto a Francesco. Ha scritto l’Atlantic che quello di Prevost è “un approccio sobrio”, un “sorprendente contrasto con lo stereotipo di una leadership americana audace”. L’intenzione di Leone pare essere quella di “attenuare il rumore, non di amplificarlo”: da lui, secondo il grande periodico statunitense, è improbabile che si sentirà ripetere il “chi sono io per giudicare?” che “finì per definire il pontificato” di Francesco. Questo stile di basso profilo lo si vede su ogni dossier. Il che comporta anche dei rischi: commentando uno dei primi documenti ufficiali del pontificato, l’esortazione Dilexi Te, il commentatore conservatore Ross Douthat scrisse sul New York Times che c’è il pericolo di vedere emergere “vaghezza e inconsistenza” nelle parole e negli atti del Pontefice, specie quando offre “esortazioni dal suono pio che non si condensano mai in raccomandazioni chiare e le cui applicazioni sembrano essere superate dagli eventi”. L’Atlantic vede nell’atteggiamento prevostiano una scelta ben ponderata, e cioè “un correttivo alla mentalità dell’uomo solo al comando”, così peculiare nel mondo attuale. Dopotutto, lo stesso Leone, in uno dei suoi primi interventi, disse a braccio che “è evidente che il Papa da solo non può andare avanti e che ci vuole, è molto necessario, poter contare sulla collaborazione di tanti nella Santa Sede”. Un altro indizio lo diede nell’intervista a Elise Allen: certo, “penso che la Chiesa abbia una voce, un messaggio che deve continuare a essere predicato e detto ad alta voce”. Ma “non vedo il mio ruolo principale come quello di cercare di risolvere i problemi del mondo”. Qualcosa, forse, dovrà fare dopo il comunicato con cui, ieri, la Fraternità San Pio X ha annunciato che il prossimo 1° luglio procederà a nuove consacrazioni episcopali senza il mandato del Papa, e quindi illegittime. Difficilmente Leone XIV avrebbe immaginato di dover affrontare la grana lefebvriana all’inizio del pontificato.