Se il mainstream laicista esalta la Conferenza episcopale italiana
La Cei intanto smentisce: dal cardinale Zuppi nessun intervento a gamba tesa sul referendum. Le posizioni all’interno del corpo vescovile italiano non sono univoche, anche se un vero dibattito non è mai stato avviato. Nemmeno al Consiglio permanente di lunedì. Solo un breve inciso contro l'intervento di Ruini a favore del Sì
Un ventennio fa, il mainstream mediatico italiano insorse – nel nome della sacra laicità dello stato – contro l’allora presidente della Cei, Camillo Ruini, reo di dare l’indirizzo della Chiesa sui referendum relativi alla fecondazione assistita. Editoriali indignati, colte citazioni culturali dei Padri costituenti (si portano sempre bene), richieste tonitruanti di “far pagare l’Ici ai preti” e manifestazioni al grido “No Vatican No Taliban”. Vent’anni dopo, i superstiti di quel mainstream elevano la stessa Cei a baluardo della democrazia, voce che grida nel deserto contro chi vuole “mettere i giudici al servizio della politica”. Il tutto dopo le dichiarazioni di lunedì scorso del cardinale Matteo Zuppi a proposito del referendum di marzo sulla giustizia. Un paragrafo parte di un discorso molto più lungo che ha toccato anche altri temi (come il fine vita, ad esempio) in cui il presidente della Cei ha detto che “la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti”. “C’è un equilibrio tra poteri dello stato – ha aggiunto – che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”. Nonostante l’invito a informarsi e a recarsi alle urne sia una costante – lo fece anche il cardinale Bagnasco nel 2016 – più o meno universalmente, anche tra i dotti esperti di comunicazione e politica, le parole di Zuppi sono state percepite come un parere negativo alla riforma messa ai voti. Immediata, infatti è stata la collocazione del presidente della Cei nella schiera dei contrari alla riforma Nordio. E questo nonostante le precisazioni diffuse tramite l’agenzia di stampa ufficiale, l’Agensir, secondo cui “il riferimento al referendum costituzionale sulla giustizia (...) non contiene indicazioni di voto né orientamenti politici”.
Negli ambienti della maggioranza di governo si riduceva l’uscita dell’arcivescovo di Bologna a ennesima sfida al governo, accusando di fatto l’episcopato italiano di fare da contropotere al governo e di entrare a gamba tesa nella contesa elettorale a poche settimane dal voto. In realtà le posizioni all’interno dell’enorme corpo vescovile italiano sono meno univoche, anche se un vero dibattito non è mai stato avviato. Nemmeno al Consiglio permanente di lunedì, quando Zuppi ha toccato l’argomento nella sua prolusione: nessun intervento dei presenti, nessuna manifestazione di sostegno o di dissenso. Solo un breve inciso di un vescovo di primo piano che s’è detto perplesso circa l’uscita tramite intervista al Giornale del cardinale Ruini a favore del Sì. Oltre a questo, nulla. Ben altro clima s’era registrato quando all’ordine del giorno c’era la riforma dell’autonomia differenziata, con vescovi – non solo del meridione d’Italia – pronti a fare le barricate e a scendere in piazza contro il governo. O in occasione dello scontro sulla riforma del premierato, con la premier Giorgia Meloni che mostrò irritazione per alcune dichiarazioni del cardinale Zuppi, il quale replicò che “la Chiesa ovviamente non si schiera con una parte o con l’altra. Io non sono entrato nel merito della riforma, non ho dato giudizi sul rafforzamento dei poteri del premier. Ho solo espresso una preoccupazione: le riforme costituzionali richiedono la partecipazione più ampia possibile. Proprio perché gli equilibri costituzionali sono delicati. Questo non significa che tutti la debbano pensare allo stesso modo, ma che devono partecipare al dialogo, ritrovare lo spirito costituente”. Una linea non troppo dissimile da quella rinvenibile dal paragrafo letto in Consiglio permanente sull’appuntamento referendario di marzo.
Che la Cei, oggi, sia nei suoi componenti più a tendenza “liberal” – per usare categorie proprie del dibattito ecclesiale americano – è un dato di fatto: dodici anni di nomine “bergogliane” si sono fatte sentire sugli orientamenti “socio-politici” dell’episcopato. Uno degli obiettivi, dopotutto, era quello di sostituire a presuli dal carattere giovanpaolino e un po’ guerrieri culturali, pastori con l’odore delle pecore. Movimentisti, preferibilmente lontani dalle cattedre di Teologia, impegnati nelle battaglie che ampio risalto hanno sui media – dalle manifestazioni pro Pal alle messe per le comunità lgbtqi+ – in un’ottica di vicinanza al popolo fedele. Che siano però tutti schierati sul No al referendum per la separazione, è altamente esagerato dirlo. Anche perché oltre al destino del Csm sorteggiato, i vescovi hanno anche tanto altro cui pensare.