L'Asia, ultima frontiera della fede
Il grande continente resta quasi inaccessibile al cristianesimo, nonostante l'opera di grandi missionari. Un problema che affonda le radici ben prima di Cristo e che sarà arduo risolvere
“Siamo ancora in attesa di una nuova sintesi che possa permettere un incontro fra cristianesimo e culture asiatiche, analogamente a quanto verificatosi nei primi secoli con la cultura e la filosofia greca: c’è ancora spazio per vincere la scommessa della conversione dell’Asia?”
Da decenni il refrain è più o meno il solito: le chiese chiuse, la gente che non va più a messa, i bambini che saltano la cresima, eccetera eccetera. Mancano solo Nerone con la sua lira e l’incendio che brucia Roma e il quadro aulico è composto, pur non essendo granché originale. Quel che si indaga meno, e che forse meriterebbe più attenzione in convegni, simposi, tavole rotonde e conferenze aventi per oggetto il tramonto della fede o la crisi della Chiesa (o delle Chiese), è perché il cattolicesimo fatichi in maniera immane a farsi strada in Asia, il più grande continente del pianeta, che si estende dal Mediterraneo al Pacifico. Non ce la fa, nonostante ogni sforzo più o meno ingegnoso messo in campo nei secoli. Nonostante i missionari e le loro spedizioni, nonostante i Papi che ponevano l’evangelizzazione asiatica come punto programmatico della loro agenda, nonostante aperture, camuffamenti più o meno leciti e disponibilità sincera all’incontro. Nonostante tutto questo, a parte le Filippine e la Corea e Timor est, il resto è una storia di minoranza tra le minoranze. Certo, con un’incognita di peso enorme, la Cina. Che secondo le statistiche – anche qui, più o meno verificabili – sarebbe in potenza il paese più cristiano e forse cattolico sul pianeta. Ma siccome Xi Jinping e la sua nomenclatura non sono così disponibili all’abbraccio, il tutto resta sottotraccia, sepolto fra i “si dice” e i “chissà”. Secondo l’Annuario ufficiale, al 30 giugno 2023 i cattolici in Asia erano cresciuti di novecentomila unità rispetto all’anno precedente. Un dato buono, ma ben lontano dagli otto milioni di fedeli in più che poteva contare l’Africa e i cinque milioni in più dell’America. Se poi si considera che perfino nella sciagurata e assopita Europa s’erano contati settecentomila cattolici in più, i numeri dell’Asia vanno presi per quel che sono: bene ma insomma, si potrebbe fare meglio.
L’Asia era la grande speranza di Francesco, lui che quel continente l’ha sempre avuto nel cuore fin da quando era un giovane gesuita che sognava di farsi missionario in Giappone. Jorge Mario Bergoglio il grande continente l’ha percorso in lungo e in largo, andando anche dove nessuno dei suoi predecessori aveva messo piede: per dire, Benedetto XVI non s’era spinto più a est della Terra santa (l’Australia, dove si recò nel 2008, non è in un altro continente). Agli albori del suo pontificato, un grande missionario come Piero Gheddo disse che “il Papa vuole orientare la Chiesa verso l’ultima ‘frontiera’ della missione alle genti, il continente asiatico, dove vive il 62 per cento di tutti gli uomini e l’85 per cento dei non cristiani. Su 4 miliardi e 262 milioni di asiatici – sottolineava Gheddo –, i cattolici sono circa 170 milioni, metà dei quali nelle Filippine, l’unico paese a maggioranza cattolica (oltre al piccolo stato di Timor est, ex colonia portoghese). Con le chiese orientali e protestanti, i cristiani asiatici sono meno di trecento milioni. A duemila anni da Cristo, più di metà del genere umano non ha ancora ricevuto la ‘buona notizia’ che gli angeli davano ai pastori nella notte di Betlemme”.
Eppure, non s’è visto un reale cambiamento, tangibile in fatto di presenza, fede e devozione. Perché? “Non sono nati uomini là. Là c’è una tale sapienza e una tradizione culturale che difficilmente prendono in considerazione altre culture e religioni. Occorreranno dei secoli per trovare una sintesi tra il cristianesimo e le religioni orientali, ma ci si arriverà”. A dirlo fu, sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, don Divo Barsotti. E lo diceva a Roberto Righetto, storico curatore delle pagine culturali di Avvenire e oggi coordinatore di Vita e Pensiero. Proprio sull’ultimo numero della rivista (6/2025, da poco disponibile), Righetto cerca di fare luce sul “problema asiatico”, ripercorrendo i tanti tentativi che dal Trecento in poi cercarono di scalfire la muraglia orientale. Francescani, gesuiti, preti secolari. Niente da fare. Barsotti, non certo un novatore come oggi s’intende, chiedeva all’interlocutore se i cattolici si siano mai realmente confrontati sul piano culturale con figure quali Gandhi, Ramauja, Sankara, Confucio: “Bisogna studiare per assimilare, la regola è questa, e pochissimi l’hanno fatto”. E’ appunto il piano culturale quello che forse aiuta a comprendere meglio le ragioni di un fallimento, perché di questo si tratta, fatte salve naturalmente le eccezioni e alcune ben determinate brevi parentesi. Lo storico Arnold Toynbee, ad esempio, scrisse che nell’arco del confronto “è il mondo che è rimasto colpito – e duramente colpito – dall’occidente”. Nota Righetto che Toynbee “invita noi lettori europei a provare ‘a uscire dalla nativa pelle occidentale e guardare l’incontro tra mondo e occidente con gli occhi dell’umanità non occidentale, che costituisce la grande maggioranza’. Poi spiega come i popoli dell’Asia che si sono trovati a fare i conti con l’Europa nei secoli della modernità sono apparsi pronti ad accogliere solo una parte della nostra civiltà, vale a dire gli strumenti tecnologici, e indisponibili ad accettare per intero il nostro modello culturale”. E specifica: “Questa legge fa sì che un frammento di una data cultura, staccato del tutto e irradiato all’estero per conto suo, tenda a incontrare meno resistenza, e quindi a viaggiare più rapidamente e più lontano, che non la cultura globale quando viene irradiata in blocco. La nostra tecnologia occidentale, divorziata dal cristianesimo d’occidente, è stata accettata non solo in Cina e Giappone, ma anche in Russia in molti paesi non occidentali dove invece fu respinta fintantoché la si offriva come parte integrante di un sistema di vita uno e indivisibile”. Gli esempi non sono poi così misteriosi e ve ne sono due le cui conseguenze, almeno inizialmente, sono state agli antipodi: la vicenda dei missionari gesuiti in Giappone, ferocemente perseguitati perché accusati di voler imporre un modello lontano da quello tradizionale, e la stagione feconda di Matteo Ricci in Cina, che riuscì ad agire perché adeguò la propria fede non solo ai costumi ma anche alla mentalità autoctona. Ricordava Toynbee che “i gesuiti tentarono di sganciare il cristianesimo dagli ingredienti della civiltà occidentale e di presentarlo agli indù e ai cinesi non come religione locale dell’occidente ma come religione universale che aveva un messaggio per tutta l’umanità. Spogliando il cristianesimo degli accessori superflui e slegandolo dal modo di pensare occidentale, fu possibile proporlo in veste asiatica in una forma che facesse i conti e anzi incorporasse il meglio della sensibilità e della cultura di quei popoli. Un tentativo che poi fallì soprattutto per i dissensi maturati all’interno della Chiesa cattolica, che non accettò quell’esperimento missionario”. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, rispetto all’opera dei gesuiti in Cina, ricorda Righetto, che cita il sinologo John S. Gregory. Quest’ultimo scriveva che i soldati di Ignazio “si erano prefissati il compito di convertire la Cina al cristianesimo usando metodi razionali e attentamente calcolati, ma il risultato principale delle loro illuminate e giudiziose descrizioni di questa grande civiltà fu quello di rafforzare l’arsenale di un crescente gruppo di scettici nella stessa Europa”. E’, in sostanza, “la scoperta dell’Asia da parte dell’Illuminismo, che coincise con la presa di distanza dall’eredità culturale e religiosa dell’Europa”. La domanda allora si fa implicita: i gesuiti contribuirono a scristianizzare l’Europa?
La risposta, benché non diretta, la si trova in articolo pubblicato sulla rivista Esprit da Jean-Yves Heurtebise: “Ecco l’infinita ironia della ‘fine’ della storia: nel XVII secolo, il tentativo dei missionari cattolici di cristianizzare la Cina portò alla scristianizzazione dell’Europa nel XVIII secolo e all’avvento dell’Illuminismo moderno e transculturale, che universalizzò un’Europa ‘de-tradizionalizzata’; nel XX secolo, il tentativo dei capitalisti occidentali di liberalizzare la Cina ha portato all’illiberalizzazione dell’occidente nel XXI secolo e all’avvento di una nuova ‘età oscura’ neoculturalista e revisionista…”.
La questione, come è sempre più chiaro, è culturale. Filosofica, se si vuole, come dimostrano le considerazioni di François Jullien, che riprese una sentenza categorica di Montesquieu, secondo cui “è quasi impossibile che il cristianesimo si stabilisca mai in Cina”. Jullien dà credito al parere di Montesquieu e indica nel secondo millennio prima di Cristo la ragione per cui l’ipotesi del filosofo francese si sarebbe rivelata corretta: è in quel momento che la trascendenza concepita in Cina si trasformò in etica e la religione fu vissuta tutt’al più come culto degli antenati. “Lo svuotamento che si verificò divenne indifferenza alla questione di Dio, a partire dal concetto di Creazione, e il significato dell’esistenza venne a coincidere col pragmatismo”, osserva Righetto, che aggiunge: “Mentre nella storia dell’occidente l’affaire Dio è stato motivo di lacerazione e di angoscia, in Cina attraverso le varie dinastie e le varie filosofie – confucianesimo e taoismo – erano la condotta dell’uomo e ‘il corso naturale del processo del mondo’ a diventare giudizio supremo di bontà e fiducia, il principio regolatore della vita umana”. In sostanza, il pensiero cinese “non ha conosciuto la tensione feconda e dolorosa che, scavata in seno al verbo credere, ha condotto in avanti l’occidente. Ha pensato continuamente l’armonia”.
Insomma, le difficoltà non sono certo una novità, se risalgono a ben prima della nascita di Gesù. Basti pensare a quanto scriveva nel 1970 il New York Times, commentando il lunghissimo viaggio di Paolo VI in quella terra che per certi versi restava incognita. Quindici giorni fra Iran, Bangladesh, Filippine, Isole Samoa, Australia, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Indonesia, Sri Lanka. Una novità straordinaria, il Papa metteva in pratica quel che poi, cinque anni più tardi, avrebbe scritto nella Evangelii nuntiandi. “Il viaggio – osservava il Nyt – è stato definito come uno sforzo pastorale e apostolico per dimostrare la preoccupazione del Pontefice verso i cristiani asiatici. Nondimeno, lo scalo a Hong Kong è stato interpretato come l’ultima di una serie di mosse vaticane per migliorare i rapporti con le nazioni comuniste”. Un’analisi che ha più di cinquantacinque anni, ma che potrebbe essere stata scritta ieri. Nonostante tutto, poco è cambiato.
Roberto Righetto nota, in coda al suo saggio, che probabilmente, se san Paolo si fosse messo in cammino verso l’oriente anziché verso l’occidente, avrebbe pensato dei cinesi quanto poi avrebbe detto dei greci: in tutto e per tutto pii e timorati verso gli dèi. Ma – scrive l’autore – si può parlare di fede? “L’evangelizzazione dell’oriente (o meglio, la sua mancata evangelizzazione) è una questione aperta che nel corso dei secoli ha interpellato e spronato tantissimi missionari. Lungo la Via della seta, prima i francescani poi i gesuiti, sono riusciti a più riprese a penetrare fino in estremo oriente, senza però mai essere in grado di impiantare il cristianesimo con reale efficacia”. Oggi, passati i secoli, “l’antico confronto fra cristianesimo e confucianesimo, taoismo e buddhismo, sembra riproporsi con le stesse domande del passato, cui si aggiunge la sfida dovuta al potere di seduzione delle religioni orientali nel mondo occidentali”. Il punto è che “siamo ancora in attesa di una nuova sintesi che possa permettere un incontro fra cristianesimo e culture asiatiche, analogamente a quanto verificatosi nei primi secoli con la cultura e la filosofia greca: c’è ancora spazio per vincere la scommessa della conversione dell’Asia?”. Chissà che la risposta, col tempo, non la possa dare un missionario agostiniano nato a Chicago.